Ferrara, Teatro Comunale:”Giulio Cesare”

Ferrara, Teatro Comunale, Stagione Lirica 2011
“GIULIO CESARE

Dramma per musica in tre atti su libretto di Nicola Francesco Haym
Musica di Georg Friedrich Händel
Giulio Cesare SONIA PRINA
Cleopatra MARIA GRAZIA SCHIAVO
Achilla RICCARDO NOVARO
Cornelia JOSE’ MARIA LO MONACO
Tolomeo FILIPPO MINECCIA
Sesto PAOLO LOPEZ
Nireno FLORIANO D’AURIA
Curio ANDREA MASTRONI
Orchestra “Accademia Bizantina”
Direttore Ottavio Dantone
Regia Alessio Pizzech
Scene Michele Ricciarini
Costumi Cristina Aceti
Luci Marco Cazzola
Coproduzione con  Teatro Comunale Alighieri di Ravenna,
Fondazione Teatro Comunale Pavarotti di Modena
Ferrara, 13 marzo 2011

L’esecuzione dell’opera più cult del repertorio barocco, il Giulio Cesare di Händel in prima nazionale al Teatro Comunale di Ferrara con la nuova produzione ha segnato per il M° Ottavio Dantone un altro trionfo. Con quest’opera torna a Ferrara l’Accademia Bizantina diretta da Dantone. Il capolavoro di Händel, mai eseguito prima nella città estense, fra i più celebrati del compositore tedesco, fu tra i primi ad essere ripreso nel Novecento e da allora è presente nei cartelloni di tutti i teatri del mondo. L’opera narra l’episodio storico della campagna d’Egitto di Cesare nel 48-47 avanti Cristo, all’inseguimento dello sconfitto Pompeo. Debuttò al King’s Theatre nel 1724 ed ebbe un successo tale che Giovanni Bononcini, rivale del compositore alla Royal Academy of Music, si ritirò dal suo incarico, mentre l’opera fu replicata negli anni successivi anche a Parigi e in Germania.
L’opera non è stata eseguita proprio in toto: sono mancati alcuni numeri di arie anche molto belle e famose.  La realizzazione  registica di Alessio Pizzech ha privilegiato gli aspetti fascinosi e seduttivi della terra d’Africa, ambientando l’azione  nel  periodo coloniale  tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, ma si può anche dire che la regia ha cercato di rappresentare  quei nodi di attrazione che il Sud del mondo esercita ancora oggi su di noi con tutto il suo portato emozionale e poetico. “Ho voluto immaginare – spiega Pizzech – un Giulio Cesare che si trova inaspettatamente  imprigionato in una cultura che lo attrae e che lo tiene legato a quelle terre, un Giulio Cesare ammalato di mal d’Africa, che combatte ma che soprattutto è spinto da una sete di conoscenza”. In scena un fondale sabbioso e retrattile con bassorilievi egizi incombeva sui personaggi, a destra del proscenio un trono dalla foggia classica e a sinistra una panoplia di lance dorate erano le componenti più costanti dello spettacolo; poi nel secondo atto il piatto su cui nel primo veniva presentata da Achille a Cesare la testa di Pompeo, veniva riprodotto su grande scala in una piattaforma praticabile su cui si dipanavano azioni parallele alla vicenda principale, ad esempio il teatrino delle Muse in cui Cleopatra si offre allo sguardo di Cesare ed anche l’incontro notturno tra i due, nonché tutta una serie di momenti scenici che sfruttavano la piattaforma come uno spazio altro e distinto dal normale piano del palcoscenico che rimaneva quasi sempre in penombra.
In evidenza era l’ambiente africano rappresentato da figuranti di colore con costumi a foggia tribale; la stessa Cleopatra, dopo aver vestito panni regali di stampo 700 nel primo atto, più orientaleggianti nel secondo, compare nell’ultimo in tenuta da “faccetta nera, bell’abissina”. Costumi coloniali vestivano i romani con anfibi e sahariane, ma poi durante il compianto per la morte di Pompeo venivano fuori con divise da seconda guerra di indipendenza, Cornelia e Sesto in tenuta da viaggiatori inglesi, indi il caratterista Nireno e Tolomeo con evidenti costumi da eunuco il primo e da ricco predone il secondo pure invaso da turbe sadiche nei confronti di Sesto e Cornelia. Movenze ammiccanti e allusive introducevano varie scene e accompagnavano l’espansione vocale dei cantanti: la gestualità spesso movimentata e straniante toglieva ai personaggi quel senso monumentale e solenne che siamo soli attribuire a nomi del calibro di Cesare e di Cleopatra e conferiva loro una umanità più prosaica e attuale, fino ad arrivare al terzo atto quando, dopo lo scontro tra i fedeli di Tolomeo e quelli di Achilla, Cleopatra viene collocata su una sedia a rotelle, le viene applicata una flebo e da lì canterà la celebre aria Piangerò la sorte mia al centro del palcoscenico. Anche Tolomeo e Achilla giacenti dopo la battaglia  vengono corredati con tanto di flebo al braccio. Mai visto niente di simile e tutte qui erano le trovate sceniche.
Se l’eccellenza della direzione di Dantone si è dimostrata ancora una garanzia sul piano interpretativo e musicale, sul versante della mera vocalità alcune scelte erano piuttosto discutibili: non tanto la vocalità di sedicente contralto di  Sonia Prina la quale non possiede lo spessore vocale per dare profondità alla tessitura di Cesare – l’emissione risulta pompata per farsi sentire nelle agilità su zone medie e gli acuti non si espandono perché una voce leggera, se affonda nella zona grave, poi perde in acuto – ma quella di un sedicente contraltista come Filippo Mineccia in Tolomeo che ha cantato per quasi un terzo la sua parte con voce di petto da baritono leggero alternandosi al falsetto; al di là dell’indubbia musicalità e capacità interpretativa del cantante con i suoi risvolti anche atletici, questo tipo di scelta è apparsa più improntata ad esigenze sceniche che alla necessaria adeguatezza vocale. La doppiezza del carattere di Tolomeo poteva essere resa benissimo con altri mezzi. Non così il sopranista Paolo Lopez in Sesto che ha onorato la sua parte con uguaglianza di registro e uniformità di stile.
Una piena vocalità di basse-baritone quella di Riccardo Novaro in Achilla ha dato spessore al personaggio e così la morbida e sensibile voce di Josè Maria Lo Monaco scolpiva il lato dolente e affettuoso del ruolo di Cornelia. Assoluta trionfatrice del cast canoro è stata Maria Grazia Schiavo in Cleopatra, dalla voce di soprano lirico-leggero che a volte sovrastava quella della Prina nel duetto finale Più amabile beltà; quest’ultima, peraltro coadiuvata dai tempi staccati in modo piuttosto frenetico dal M° Dantone, ha brillato particolarmente nella finezza delle variazioni inserite nei da capo come nelle arie Va tacito e nascosto e Se in un fiorito ameno prato. Precisa nella resa espressiva e  nelle dinamiche più disparate è stata la Schiavo fino alla funambolica aria finale Da tempeste il legno infranto in cui si compendia il trionfo della protagonista femminile. Adeguato uso della voce di controtenore quello di Floriano D’Auria in Nireno che ha evidenziato il lato caricaturale del personaggio e  Andrea Mastroni in Curio dal timbro credibile e generoso. Foto Marco Caselli Nirmal – Archivio Fondazione Teatro Comunale di Ferrara

 

 

 

 

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