Milano, Teatro alla Scala: “Death in Venice” (Morte a Venezia)

Milano, Teatro alla Scala – Stagione d’Opera e Balletto 2010-2011
“DEATH IN VENICE” (Morte a Venezia)

Opera in due atti op.88 su libretto di Myfanwy Piper dal racconto “La morte a Venezia” di Thomas Mann.
Musica di Benjamin Britten
Gustav Von Aschenbach JOHN GRAHAM-HALL
The Traveller/The Elderly Fop/The Voice of Dionysius PETER COLEMAN-WRIGHT
The Voice of Apollo IESTYN DAVIES
The Polish Mother ANJA GRUBIC
Tadzio, her son ALBERTO TERRIBILE
Her two daughters CAMILLA ESPOSITO, ARIANNA SPAGNUOLO
Their governess MARINELLA CRESPI
Jaschiu, Tadzio’s friend JACOPO GIARDA
Hotel porter PETER VAN HULLE
Strawberry-seller ANNA DENNIS
Guide CHARLES JOHNSTON
Strolling players ANNA DENNIS, DONAL BYRNE
English clerk JONATHAN GUNTHORPE
The Glass maker RICHARD EDGAR-WILSON
Lace seller CONSTANCE NOVIS
Beggar woman MADELEINE SHAW
Restaurant waiter BENOIT DE LEERSNYDER
Allievi della Scuola di Ballo dell’Accademia del Teatro alla Scala
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Edward Gardner
Maestro del coro Bruno Casoni
Regia Deborah Warner
Scene Tom Pye
Costumi Chloe Obolensky
Coreografia Kim Brandstrup
Luci Jean Kalman
Produzione della English National Opera di Londra e del Théâtre Royal de la Monnaie di Bruxelles
Milano, 19 marzo 2011

Il debutto scaligero di “Death in Venice”, ultima opera di Benjamin Britten, basata sul racconto di Thomas Mann, è stato preparato con molta cura e bisogna riconoscere che tali attenzioni hanno portato alla realizzazione di uno spettacolo formalmente impeccabile e di grande suggestione visiva, premiato da un successo di pubblico davvero incondizionato. Deborah Warner mostra di aver assimilato le atmosfere rarefatte e le scelte cromatiche (particolarmente ravvisabili nei bellissimi costumi di Chloe Obolensky) del film omonimo di Luchino Visconti, filtrate però attraverso il proprio gusto e la propria sensibilità. La regista inglese appare abilissima nel riempire lo spazio scenico, posizionando i pochi elementi d’arredo secondo geometrie perfettamente calcolate. L’ampio fondale, i pannelli scorrevoli che delimitano gli ambienti e gli alti tendaggi che fluttuano mollemente vengono illuminati con suprema maestria da Jean Kalman, indiscutibile demiurgo del successo di questo allestimento. I balzi spazio-temporali (dal tetro prologo ambientato a Monaco al soleggiato ponte della nave diretta alla Serenissima, dalla hall dell’albergo al terrazzo della camera di Aschenbach, dalla spiaggia un poco fané alle calle veneziane avvolte da malsani vapori che evocano la diffusione del colera) sono resi in modo unico e distintivo da un gioco di luci sensazionale. Le video-proiezioni, tanto e forse troppo in voga oggigiorno, compaiono sporadicamente (less is more) e solo a siglare i momenti più introspettivi che caratterizzano il protagonista. Molto efficaci anche le coreografie ad opera di Kim Brandstrup, capace di ottenere dai giovanissimi danzatori (gli allievi della Scuola di Ballo dell’Accademia del Teatro alla Scala, fra i quali spicca il Tadzio del bravo Alberto Terribile) una prestazione emozionante. John Graham-Hall nei panni di Aschenbach  è superlativo nell’evidenziare tutte le nevrosi del personaggio. La sua interpretazione segue il corso del disfacimento fisico ed intellettuale dello scrittore, attraverso una recitazione calibrata ed un canto in cui diviene padrone assoluto della parola. Ad onor del vero, la vocalità quasi disincarnata di Peter Pears, creatore della parte nonché compagno di vita dello stesso Britten, si prestava ben altrimenti alla resa degli aspetti più fragili di Aschenbach, laddove Graham-Hall opta per un’emissione sempre piena ed, a tratti, al limite della saturazione. Iestyn Davies come Voce d’Apollo esibisce un falsetto morbido e permeato di carezzevoli inflessioni. Ottima la multiforme performance di Peter Coleman-Wright, baritono con bella dote di caratterista, capace di inflettere sagacemente i propri toni. A tenere le fila della complessa partitura britteniana, il direttore Edward Gardner si dimosta all’altezza dell’arduo compito. Il suo gesto trova nell’Orchestra del Teatro alla Scala un interlocutore in stato di grazia: la quadratura ritmica è perfetta, le sonorità delle percussioni estremamente evocative e l’intensità degli archi fa quasi rimpiangere che il compositore ne abbia limitato gli interventi più sostanziali all’apertura del secondo atto ed al finale dell’opera. Foto di Johan Jacobs per gentile concessione del Teatro alla Scala

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