Milano, Teatro alla Scala: “Roméo et Juliette”

Milano, Teatro alla Scala – Stagione d’Opera e Balletto 2010-2011
“ROMEO ET JULIETTE”
Opera in cinque atti su libretto di Jules Barbier e Michel Carré
tratto da “Romeo e Giulietta” di William Shakespeare.
Musica di Charles Gounod
Juliette NINO MACHAIDZE
Roméo VITTORIO GRIGOLO
Frère Laurent ALEXANDER VINOGRADOV
Mercutio RUSSELL BRAUN
Stéphano CORA BURGGRAAF
Le Comte Capulet FRANCK FERRARI
Tybalt JUAN FRANCISCO GATELL
Gertrude SUSANNE RESMARK
Le Comte Paris OLIVIER LALLOUETTE
Grègorio RONAN NEDELEC
Benvolio JAEHEUI KWON
Le Duc SIMON LIM
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Yannick Nézet-Séguin
Maestro del coro Bruno Casoni
Regia Bartlett Sher
Scene Michael Yeargan
Costumi Catherine Zuber
Luci Jennifer Tipton
Maestro d’armi B.H. Barry
Milano, 16 Giugno 2011

Musica dagli esiti alterni, questa del “Roméo et Juliette” di Charles Gounod. Piacevolissima nei momenti più brillanti, in cui la frizzante coquetterie del tempo di valzer sa allietare l’ascoltatore (il tema ricorrente della festa al primo atto, l’aria d’entrata di Juliette), ispirata nelle arie dei protagonisti e sapientemente cesellata negli interventi del coro (molto bello, l’accorato sdegno che sigla il fatale duello del terzo atto). Di contro, i duetti d’amore un poco spenti e ripetitivi, nonché le fiacche scene di conversazione tra i protagonisti maschili tendono ad affossare il livello di un’opera complessivamente gradevole. Lo spettacolo, che ha riportato il titolo di Gounod sul palco del Teatro alla Scala dopo più di settant’anni, è firmato da Bartlett Sher e si presenta con un impianto scenico e registico piuttosto tradizionale. A dire il vero, la grandiosa scenografia che riproduce lo scorcio di un palazzo rinascimentale risulta piuttosto stucchevole nella sua onnipresente immobilità e, considerata l’assenza pressoché totale di altri elementi scenici di rilievo, la parte del leone la fanno i deliziosi ed elaboratissimi costumi di Catherine Zuber. Notevole, invece, il lavoro del maestro d’armi B.H. Barry che, avvalendosi dell’impegno dei bravi comprimari, aiuta il regista nel realizzare una scena del duello magnifica, caratterizzata da schermaglie realistiche ed emozionanti. Il giovane direttore franco-canadese Yannick Nézet-Séguin si distingue per l’evidente passione che lo anima in ogni istante della sua direzione, fatta di gesti generosi e di grande partecipazione nei confronti dei cantanti. La sua bacchetta riesce ad ottenere il meglio dall’Orchestra del Teatro alla Scala che danza, palpita, combatte e soffre all’unisono con i protagonisti dell’opera. Vittorio Grigolo, nei panni di Roméo, approdava alla Scala preceduto da un turbine mediatico alimentato dai successi mietuti sui palcoscenici d’oltreoceano, nonché dalle recenti apparizioni televisive. Il tenore si è rivelato non solo all’altezza delle aspettative, ma le ha superate, offrendo una prestazione sensazionale. La voce è bella, ampia, omogenea in tutta la gamma e venata di alcune bruniture che, nel tempo e con la maturazione, diverranno probabilmente sempre più naturali ed intrinseche al timbro stesso. Grigolo padroneggia la tecnica d’emissione in modo pregevole ed è capace di molti degli artifici che fanno di un cantante, un bravo cantante. L’immascheramento del suono è ottimo, con mezzevoci timbrate a dovere. Nella bella aria “Ah, lève-toi, soleil!” il tenore differienza i tre si bemolle acuti con grande efficacia: il primo con un mezzoforte molto suggestivo, il secondo con un forte e quello conclusivo con una calibratissima messa di voce che non soffre alcuna sbavatura. Intelligentemente, il suo Roméo evita forzature del registro grave, sostenendo comunque benissimo tali note, che risultano perfettamente udibili nella vastità della sala. Interpretativamente parlando, la baldanza e la fierezza esibite da Grigolo, avallano l’ipotesi di una concezione del ruolo più eroica che romantica, quasi il pensiero del bel Vittorio andasse già a Manrico, ciononostante, il tenore, complice anche un appeal scenico di prim’ordine, ha saputo offrire una performance memorabile. Spiace constatare che l’unica attrattiva ravvisabile nella prova del soprano georgiano Nino Machaidze sia l’avvenenza fisica. Questa Juliette si esprime con un canto generico ed incolore: molto in difficoltà nel valzer (nonostante l’amorevole,  nonché cauto accompagnamento del direttore), stridente nell’aria del veleno (tutti gli acuti risolti con note malferme e crescenti nell’intonazione) e sostanzialmente impari al coprotagonista maschile nei duetti. Vocalmente buono il Frère Laurent di Alexander Vinogradov che si dimostra molto più a proprio agio come basso cantabile che come bassbaritono (suo l’Escamillo della ripresa scaligera della “Carmen” di Emma Dante). Nel folto stuolo delle parti di fianco, emergono la Gertrude di Susanne Resmark, disinvolta e simpatica e Juan Francisco Gatell nei panni di un Tybalt molto corretto. Meno convincenti le prestazioni di Russell Braun, un Mercutio di notevole presenza scenica, ma piuttosto evanescente dal punto di vista vocale e di Franck Ferrari (Le Comte Capulet) il quale, ad onta di un timbro ingessato, riesce almeno a non soccombere grottescamente ai pestiferi couplets del primo atto. Abbastanza deludente lo Stéphano di Cora Burggraaf che non sa valorizzare l’arietta “Que fais-tu, blanche tourterelle” come sarebbe opportuno, ma che si riscatta almeno in parte, brandendo con piglio il fioretto. Molto bene il Coro del Teatro alla Scala che esibisce un suono sempre caldo e vibrante. Foto di Brescia e Amisano, per gentile concessione del Teatro alla Scala

 

2 Comments

  1. GIANCARLO

    Ho assistito all’ultima recita. confermo le riserve sulla scena fissa e sulla soprano. nemmeno Grigolo sembrava così buono come descritto nella recensione, ma quello che mi preoccupa (manco da tanti anni alla Scala) è il livello mediocre dello spettacolo e il crollo qualitativo del pubblico (turisti che applaudono tutto e gente ben vestita ma li per caso), il coro ha problemi: un corista attaccava sistematicamente prima degli altri e l’orchestra era sfaccendata: ad un orchestrale cade lostrumento, rumore parlottamenti e risatine tra i colleghi, il tutto mentre sul palcoscenico l’opera continua… La Scala ridotta così?! spero sia un caso. comunque viva Gounod.

  2. pierluigi

    Ho assistito alla prima rappresentazione. Il peggiore in campo è a mio avviso stato Vittorio Grigolo. Non riesco proprio a capire questi enormi elogi che gli vengono rivolti. Cerca di puntare tutto sul muoversi istericamente non badando per nulla all’emissione vocale. Queste braccia sempre aperte e in movimento, continui singhiozzi nel cantato. Il canto è fatto di altro a mio avviso e sinceramente bisogna avere anche l’umiltà di coltivarlo costantemente. Il canto di Grigolo è basato sullo spingere e gonfiare la voce, zero morbidezza, zero delicatezza nei momenti più intimi. Inizio a pensare che dietro di lui ci siano solo un bel po’ di raccomandazioni dall’alto e molta pubblicità associata a questo, ma il vero canto va ben oltre tutto ciò e faccio fatica ad associare Grigolo ad un cantante lirico. E’ un vero peccato per La Scala che continua a dargli ruoli (ben due tra cui Rigoletto nella prossima stagione): così facendo questo meraviglioso teatro continuerà a decadere nel baratro.
    Nino Machaidze è una ottima soprano, tra le migliori sulla scena internazionale. La qualità vocale è altissima, la resa nel ruolo di Juliette non è stata impeccabile, ma a mio avviso si tratta solo ed esclusivamente di stanchezza. Grazie alle sue doti è sommersa di impegni nei più grandi teatri, canta troppo e purtroppo il fisico a volte ne risente. La sua è performance è stata comunque di ottima levatura e non paragonabile con quella di Grigolo.
    Buona la prova del tenore Gatel che, seppur possedendo una voce ben impostata e di buona qualità, manca di volume.

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