Milano, Teatro alla Scala: “Attila”

Milano, Teatro alla Scala – Stagione d’Opera e Balletto 2010-2011
“ATTILA
Dramma lirico in un prologo e tre atti, libretto di Temistocle Solera completato da Francesco Maria Piave, dalla trilogia Attila, König der Hunnen di Zacharias Werner.
Musica di Giuseppe Verdi
Attila MICHELE PERTUSI
Ezio LEO NUCCI
Odabella LUCRECIA GARCIA
Foresto FABIO SARTORI
Uldino GIANLUCA FLORIS
Leone ERNESTO PANARIELLO
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Nicola Luisotti
Maestro del coro Bruno Casoni
Regia Gabriele Lavia
Scene Alessandro Camera
Costumi Andrea Viotti
Luci Gabriele Lavia e Marco Filibeck
Milano, 4 Luglio 2011

Pur non trattandosi di un alto capolavoro all’interno della produzione del “cigno di Busseto”, ascoltare un Verdi giovanile cantato così bene e suonato con tale entusiasmo è senza dubbio un’esperienza rara oggigiorno. Nicola Luisotti imbriglia il massiccio organico dell’Orchestra del Teatro alla Scala e lo sprona a prodursi in un suono denso e turbinoso, a tratti furioso, in perfetta linea con lo spirito che pervade la narrazione ed il carattere dei protagonisti dell’opera. In tutto ciò, l’aplomb musicale si mantiene perfetto per tutta la serata, con le varie sezioni di strumenti perfettamente coese, al punto che il rilevare persino una sola nota fuori posto è impresa da titani. Al calor bianco anche la prestazione del Coro del Teatro alla Scala, magnificamente preparato da Bruno Casoni.  Il soprano venezuelano Lucrecia Garcia è un’Odabella di grande interesse, caratterizzata da una fulgida ed ampia vocalità di lirico-spinto, permeata di bella morbidezza in ogni registro. Punta tutto sul “Santo di patria”, temibile biglietto da visita del ruolo e ne sorte con tutti gli onori: ottimo il salto discendente di due ottave all’inizio, ma ancor più ammirevole è l’uso del registro di petto misto, che ha il pregio di rendere fluido ed indolore il passaggio alla tessitura grave e la risalita all’emissione di testa. Molto bene anche la cabaletta, svelta, in tempo e con un’adorabile variazione di sutherlandiana memoria nella ripresa. Nella seconda aria, più cantabile e lirica, la Garcia s’impegna a fondo nelle dinamiche, ma, complice il disincarnato accompagnamento voluto da Verdi, si sente forse più vulnerabile e paga lo scotto all’emozione, esibendo suoni meno fermi e precisi. Se un appunto le si può muovere, è la tendenza ai fiati corti con conseguenti prese di fiato aggiuntive che interrompono lo scorrere della melodia, difetto, questo, che la giovane cantante dovrà nel tempo smussare. Ciononostante, la sua performance ha rivelato un’artista dotata e piena di risorse. Fabio Sartori (Foresto) è risultato convincente su molti aspetti: ha voce di timbro un poco ruvido, ma molto sonora e ben proiettata, soprattutto nel registro acuto. L’emissione tende però a comprimersi nella tessitura centrale ed ad alleggerirsi troppo in quella grave, ma si tratta di inezie, rispetto a quanto di buono c’è nel canto di questo imponente tenore, bontà particolarmente evidente nel cantabile all’ultimo atto. Leo Nucci, a parte l’esordio vocalmente invadente e caciarone che mette in difficoltà il più misurato Pertusi, si riconferma esempio di grande professionalità, impersonando un Ezio energico e quanto mai verdiano nel canto. Inoltre, la relativa brevità della parte gli dona una freschezza vocale che pare ringiovanire il grande baritono di almeno dieci anni, mentre risultano tuttora impressionanti sia la proiezione del suono che il dominio dello spazio scenico. L’Attila di Michele Pertusi è cantato benissimo, anzi, musicalmente parlando, il suo personaggio è il più riuscito e, a questo proposito, l’aria del primo atto “Mentre gonfiarsi l’anima” è rifinita in modo impeccabile. La statura prettamente vocale, però, appare insufficiente a riempire il ruolo come si dovrebbe ed, inoltre, il confronto con il resto del cast su questo piano non lo avvantaggia. Se, poi, l’appeal fisico c’è, manca invece l’atteggiamento protervo e barbarico imprescindibile dal personaggio, soprattutto nella messinscena ad opera di Gabriele Lavia. Il regista accompagna il pubblico attraverso un onirico viaggio di distruzione ed imbarbarimento dell’arte: dalle rovine di un teatro greco, ai resti di un teatro d’opera, fino ai ruderi di un cinema d’inizio secolo, tutto spazzato via dalla furia distruttrice dell’ “incolto”, metafora quantomai attuale, se rapportata alla triste situazione in cui versa la cultura del Bel Paese. Foto di Brescia &  Amisano per gentile concessione del Teatro alla Scala.

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