Palermo, Teatro di Verdura:”Turandot”

Palermo, Teatro di Verdura, Stagione Lirica 2011
“TURANDOT”
Dramma lirico in tre atti e cinque quadri su libretto
di Giuseppe Adami e Renato Simoni
dalla fiaba teatrale omonima di Carlo Gozzi
Musica di Giacomo Puccini
Turandot GIOVANNA CASOLLA
Timur RAMAZ CHIKVILADZE
Calaf WALTER FRACCARO
Altoum NICOLA PAMIO
Liù RACHELE STANISCI
Ping FABIO PREVIATI
Pang IORIO ZENNARO
Pong MASSIMILIANO CHIAROLLA
Mandarino ALESSANDRO CALAMAI
Il principe di Persia PIETRO LUPPINA
Orchestra, Coro, Corpo di ballo e Coro di voci bianche del Teatro Massimo
Direttore Marcello Mottadelli
Maestro del Coro Andrea Faidutti
Maestro del Coro di voci bianche Salvatore Punturo
Regia Willy Landin
Scene Angelo Canu
Costumi Elena Cicorella
Coreografia Luciano Cannito
Luci Claudio Schmid
Palermo, 12 luglio 2011

Dedicata alla memoria di Roland Petit, la prima recita di Turandot ha rinnovato il consueto appuntamento del pubblico palermitano con la sede estiva del Teatro di Verdura. Una nuova produzione del Teatro Massimo, dove l’ultima edizione dell’opera pucciniana risale a tempi abbastanza recenti, precisamente al febbraio del 2006, quando fu proposta nello storico allestimento del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, con la meravigliosa regia di Zhang Yimou. Allora Turandot mancava a Palermo da alcuni anni, e altrettanti temevamo che potessero passare prima di rivederla. Invece, complice l’adattabilità di quest’opera agli spazi all’aperto, la Fondazione ha consolidato un legame che ormai speriamo più all’insegna della fedeltà (come per altri rapporti pucciniani) che del volubile tradimento. L’allestimento all’aperto comporta però alcune difficoltà, come nel caso dell’amplificazione, che in questo caso ha lasciato molto a desiderare; persino l’orchestra, notoriamente tornita e rutilante, in taluni passaggi sembrava dimessa e inevitabilmente disturbata dagli effetti di intermittenza. Alcune sfumature, determinati dettagli che sembrano trasfigurarsi già visivamente nella raffinata partitura, sono quindi andati perduti, nonostante lo sforzo del direttore d’orchestra, Marcello Mottadelli, che ha conferito all’esecuzione slancio vitale e piglio giovanile, ammorbiditi da un tocco estremamente attento alle mutazioni di intensità e atmosfera.
Dal canto loro sia il regista Willy Landin che lo scenografo e la costumista – rispettivamente Angelo Canu ed Elena Cicorella – hanno fronteggiato con eccessiva disinvoltura le non poche complessità di un lavoro il cui universo ci appare autenticamente fiabesco, proprio in virtù di quegli aspetti macabri e crudeli che normalmente consideriamo incompatibili con il mondo delle favole (basterebbe invece rileggere le versioni originali dei Grimm o di Andersen per renderci conto di quanto ciò sia errato).
La compresenza di elementi eterogenei e spesso opposti costituisce l’essenza di un’opera che proprio a questo deve il suo fascino, alla capacità di appartenere sia alla tradizione che alla modernità, di riprendere da entrambe gli aspetti più rischiosi, tralasciandone però le barriere protettive, gli elementi consolatori. A nessuno di quei due mondi Turandot può rinunciare, poiché ne andrebbe della sua ragion d’essere. Qui invece la regia ha puntato tutto sulla tradizione, inibendo il moderno e confezionando uno spettacolo nel complesso fedele al Puccini consuetudinario, ma estraneo al perverso gioco di disponibilità/inaccessibilità che quest’opera dovrebbe attuare, venendo incontro alla pulsione scopica dello spettatore e al contempo frustrandola con ritrosa voluttà.
Almeno però le principali caratteristiche della “tradizione” sono state rispettate in modo corretto, in un allestimento elegante ma mai eccessivo, a tratti severo e minimalista, come alla fine del primo Atto, dove il vuoto del palcoscenico sembra essere la personificazione del “Niente” nel quale Calaf vorrebbe annullarsi. La Pechino che ci viene presentata rimane comunque una città di intarsi, evocata simbolicamente dagli ideogrammi di cui è intagliato il fondale in lontananza. Al centro della scena, nel solco della consuetudine, è il gong a costituire il polo di attrazione, sia per il pubblico che per i protagonisti; non a caso nel resto dell’opera l’oggetto permane nella percezione oculare, metaforicamente ampliato dalla struttura ovale di colore rosso in cui si collocano sia Turandot che l’imperatore Altoum. Cromaticamente è proprio il rosso a dominare, accanto al bianco e all’oro, sfumature amalgamate e bene enfatizzate dalle sapienti luci di Claudio Schmid. Numerosi gli apporti danzati, ideati dal coreografo Luciano Cannito e affidati ai ballerini del Teatro Massimo; quest’ultimi però in non poche occasioni ci sono sembrati un po’ impacciati e non coordinati nelle movenze, a causa forse degli spazi ristretti e poco agevoli per la presenza della scalinata. Efficace invece la sfilata incrociata dei fanciulli con le lanterne, in corrispondenza del loro primo intervento (“Là sui monti dell’est”) preceduto dalla danza delle ancelle, avvolte come nuvole in vaporose organze, nel corso della teofania lunare (“Perché tarda la luna”).
Il fascino di Turandot risiede anche in questa contrapposizione fra passaggi di delicata dolcezza e momenti di estrema crudeltà, che talvolta feriscono come lame. Stridente è innanzitutto la vocalità della protagonista, in questo caso il soprano Giovanna Casolla, che dalla sua ha l’esperienza del ruolo (interpretato in moltissime occasioni, anche nella famosa edizione proposta nella Città Proibita nel 1998), ma che di Turandot finisce per esaltare l’aspetto isterico e schizofrenico, senza dare adeguato spazio alla componente passionale e di fragilità femminile. Sempre sicura anche negli acuti più impervi, nel fraseggio la Casolla è talvolta oscillante e in alcuni punti produce inflessioni che le fanno perdere autorità, con effetti leggermente sgradevoli (come accade durante la scena degli enigmi). Nel complesso l’interpretazione è comunque adeguata e ci offre una principessa gelida e distante, angosciosamente bloccata nelle sue ossessioni. Brilla ben poco, al contrario, il Calaf di Walter Fraccaro: il timbro del tenore è opaco, poco squillante, quasi sempre impreciso nei legati. Pure gli acuti sono fastidiosi, tanto da essere facilmente superato dal Principe di Persia (Pietro Luppina) di cui udiamo la voce da dietro le quinte. In “Nessun dorma” il tenore veneto riesce a strappare gli applausi più per abitudine che per reale convinzione; peccato però, visto che il temperamento ci è sembrato tutto sommato convincente e la presenza scenica sostenuta da un controllo corporeo insieme austero ed impetuoso, conforme quindi al profilo del personaggio.
Alla luce del polistilismo dell’opera, essenziale e assolutamente non secondaria la costruzione delle tre maschere, qui interpretate da Fabio Previati (baritono) e dai tenori Iorio Zennaro e Massimiliano Chiarolla. Nonostante le difficoltà degli incastri ritmici, i tre cantanti ne escono fuori con grande maestria, offrendo momenti di efficace drammaturgia che tengono ben desta l’attenzione dello spettatore. In questo caso è anche la concezione del regista che viene in aiuto, nell’enfatizzare le movenze ridicole e marionettistiche dei tre personaggi, che rispecchiano così la concezione bergsoniana del comico come “meccanico applicato sul vivente”. Sullo stesso piano di bravura il basso Ramaz Chikviladze, un Timur dagli accenti commoventi e insieme profondi, evidenti soprattutto nell’intervento accorato subito dopo la morte di Liù (“Liù! Liù! Sorgi!”). Buono Alessandro Calamai nel ruolo del Mandarino (una figura solitamente trascurata, ma che comunque serve come tutti al giusto equilibrio dell’azione drammaturgica) mentre abbastanza distaccato Nicola Pamio (Altoum), la cui staticità risulta appropriata sul piano fisico, ma fuori luogo su quello vocale.
Infine la Liù di Rachele Stanisci, già apprezzata in altre produzioni del teatro palermitano (La Bohème di Puccini e Don Quichotte di Massenet). Il soprano ha voce nitida e morbida, piuttosto esile ma assai accorta nelle sfumature e nell’esecuzione dei pianissimo. Teatralmente però non riesce a suscitare quella partecipazione emotiva che normalmente ci aspetteremmo. Questo dettaglio va a toccare il nucleo dell’opera: Liù infatti da molti – e probabilmente non a torto – viene considerata la vera protagonista di Turandot. Non sappiamo se ciò sia vero, ma indubbiamente è il suo sacrificio a determinare il cambiamento degli altri personaggi, la liberazione dal meccanismo ossessivo che li imprigiona: Turandot si apre all’amore e si affranca dal pensiero dell’ava violentata; Calaf dona il segreto del proprio nome (e quindi se stesso) alla principessa di gelo; persino i tre dignitari, per la prima volta, di fronte alla morte non sogghignano. Nell’efficace immagine che il Teatro Massimo ha scelto come locandina compare una fanciulla che terrorizzata si tura le orecchie, mentre dietro incombe l’ombra di un drago. I suoni, le voci che la giovane non vuole sentire sono suoni di morte, urla di terrore, richiami di spettri. La piccola Liù non regge più, ed è per questo che decide di morire. È a lei che dobbiamo la maggior parte dei momenti elegiaci e di pathos musicale. Questi momenti ella li offre a Calaf in modo incondizionato, ma al momento decisivo – la dichiarazione di “Tanto amore segreto, inconfessato…” che la Stanisci porta avanti con perfetto dominio delle qualità vocali – il principe ignoto non reagisce con altrettanto ardore. Si spezza così l’ultimo baluardo della convenzione operistica: non è colei che veramente ama ad essere riamata, bensì colei che incrudelisce, che tutto vuole e nulla dona. Non più teatro, né melodramma, ma una fiaba che attraverso la propria trasfigurazione diventa vita.
Foto Franco Lannino – Teatro Massimo di Palermo

 



21 Comments

  1. Carmine Sarazzi

    Ho trovato questa regia stupenda! E vero che ci sono stati dei problemi audio. Comunque é talmente bello sia la regia che le scene. Da non perdere! Complimenti!

  2. Celo d'Alcamo

    beh a mio avviso la cronista fa una ben dotta ma poco o punto attendibile critica della Turandot andata in scena al Verdura nei giorni scorsi.
    non si può accennare della pochezza dell’amplificazione audio e dei problemi che la stessa ha creato senza tenere da conto che gli stessi problemi possono, come hanno fatto, gravemente, e a mio avviso, completamente falsare il prodotto che arrivava in sala.
    infatti la resa dell’Orchestra, dei solisti e del Coro (sissignori, c’era anche il Coro benché la dotta cronista pare non essersene accorta, salvo a parlare [guarda un pò…] de “la danza delle ancelle, avvolte come nuvole in vaporose organze, nel corso della teofania lunare nel – Perché tarda la luna – laddove, come per caso, quel – perché tarda la luna – è una delle bellissime pagine corali della Turandot) ha dovuto fare i conti con la suddetta amplificazione; allora come si fa a parlare di spigolosità della Casolla o della presunta esilità della voce della brava Stanisci come della presunta opacità di quella del Fraccaro ?
    quali i parametri ai quali la cronista fa riferimento ? forse che la signora Grippaudo ha la capacità di fare la tara tra quello che l’orecchio percepisce da microfoni probabilmente non bene o ugualmente regolati e quello che realmente erano le voci in palcoscenico ma di cui nessuno può veramente fornire testimonianza senza essere accusato di mentire ?
    forse che la cronista era al corrente del fatto che in palcoscenico non esistevano o quasi i riporti per cui ognuno di quelli che, tra solisti e Coro, lo calcavano cantava senza praticamente la possibilità di ascoltarsi ? onestamente non credo !
    non dirò nulla della regia, come potrei dato che è estremamente difficile rivaleggiare con così dotte considerazioni e conclusioni della cronista, mi limiterò a dire che personalmente a me questa “regia” fa venire in mente un paio di riflessioni : la prima, che spesso la nostra ignoranza ci porta a dare significati che non esistono alle cose e che le stesse cose di fatto non hanno…!
    e la seconda….beh che questo “signor regista” (o, meglio, presunto tale) mi ha fatto pensare ai cospirati del verdiano “Ballo in maschera” che cantano : “or la tragedia mutò in commedia”…infatti questa Turandot, per quanto attiene la regia, io la definirei semplicemente grottesca, ma è un mio personalissimo e non molto colto punto di vista.
    oh quale supremo effetto registico e quale impressionante interpretazione dell’opera il far muovere la gente in palcoscenico come tanti pseudo-attori-ma-quasi-autentiche-marionette del peggiore avanspettacolo e quale mirabile trovata registica quella sfilata incrociata dei bambini del piccolo coro….! (sic)
    su un ultimo punto vorrei spendere ancora qualche parola : avete notato come da anni immemorabili tutti quelli che si cimentano nella cronaca/critica delle opere al Teatro Massimo, dalla Patera in poi fino ad oggi, sembrano notare e comprendere meglio di chiunque altro quello che accade sul palcoscenico ma nessuno sembra più accorgersi della presenza del Coro salvo a spendere poi, di quando in quando ma molto molto raramente, pochi spiccioli di parole che sembrano seguire formule stereotipate quali : “decoroso il Coro” oppure “al di sotto delle aspettative il Coro” se non addirittura “poco incisivo il Coro” o peggio, oppure ancora limitarsi a citarlo ma solo in funzione del suo Maestro, chiunque egli sia !
    a me questo atteggiamento sembra estremamente provinciale e come tale pervaso di ignoranza specifica e non !
    il Coro, signori miei, non è più da molto tempo un insieme raccogliticcio di dopo-lavoristi privilegiati da raccomandazioni o indulgenze varie, no !
    da molto tempo se non da sempre (ovviamente dalla stabilizzazione delle “masse artistiche” in poi) il Coro è formato da elementi scelti e selezionati attraverso rigorose audizioni e spesso, molto spesso, il livello dei suoi componenti è di gran lunga più elevato di moltissimi dei “solisti” che di questi tempi calcano le scene.
    il Coro è un gruppo di persone profondamente motivate sul piano artistico-professionale mentre a tutti i livelli si fa di tutto per attaccarlo ignorandolo o snobbandolo, estremamente sbagliato !
    il Coro (come anche l’Orchestra ed il Corpo di Ballo), cari signori, è composto da gente che lavora duramente e soffre e rischia più di ogni altro sul palcoscenico e dietro le quinte, è quello che lavora più di ogni altro e comunque più di tutti quelli che vorrebbero farli passare per privilegiati, pretenziosi, fannulloni, perché è al Coro, all’Orchestra ed al Corpo di Ballo che più stanno a cuore le sorti dei vari spettacoli e la soddisfazione del pubblico, anche se con i tempi che corrono, queste cose difficilmente vengono prese e tenute in considerazione !
    il Coro, così come anche l’Orchestra ed il Corpo di Ballo, sono autentici patrimoni artistici del nostro massimo Teatro cittadino e di tutta la cittadinanza e snobbarlo o trattarlo con sufficienza se non costringerlo nel silenzio è un modo come un altro e altrettanto stupido e autolesionistico di non valorizzare le cose che ci appartengono !
    i nostri illuminati cronisti e critici vadano a leggersi i giornali d’oltralpe e di qualunque altro paese civilizzato in cui ogni recensione inizia sistematicamente col parlare proprio del Coro, dell’Orchestra e del Corpo di Ballo, non necessariamente in questo ordine, e ne parlano con orgoglio e consapevolezza del valore che questi gruppi hanno per la cittadinanza, per i loro Teatri e per l’Arte !
    cari signori recensori e critici, parlate del lavoro del Coro, dell’Orchestra, del Corpo di Ballo, stroncate se occorre e elogiate se è il caso, ma parlatene, perché tacendo non siete nè più colti nè più eleganti e tanto meno più bravi: farete piuttosto solo il gioco di coloro che vogliono eliminare queste realtà per poter gestire più….”allegramente” e senza controllo le sempre più scarse sovvenzioni che lo Stato oggi da alla Cultura, questo Stato che sta costringendo tutti i Teatri a incredibili sofferenze economiche portandoli inevitabilmente verso la chiusura ! ma se chiudono i Teatri voi, cari recensori e critici, emigrerete o cambierete mestiere….? come si divagherà la gente poi ? e, soprattutto, come sognerà ?
    porgo distinti saluti.

  3. Giuliano

    Recensire gli spettacoli che vanno in scena al Teatro di Verdura è un’impresa difficile quasi quanto cantare e suonare in essi, proprio perché le amplificazioni, i rumori del traffico, l’acustica insufficiente rendono sempre incerta la percezione. Tuttavia la recensione mi sembra verosimile, quindi le amplificazioni e i microfoni devono pur aver suggerito quello che abbiamo già ascoltato in teatro: la voce di Fraccaro è proprio così, l’inossidabile vocalità della Casolla (già ascoltata nella parte e non solo anni addietro) è proprio come qui descritta e anche la Stanisci credo sia stata rispettata nelle sue caratteristiche.
    Per quanto riguarda l’omissione di critiche sul coro non ci vedrei necessariamente malizia o volontà di oscurare e denigrare il lavoro di una componente professionale affermata… a meno che io non mi senta personalmente trascurato!

  4. Celo d'Alcamo

    cosa ci vedrebbe dunque il cortese ma contraddittorio signor Giuliano ? mera incompetenza forse ?
    come si può definire la recensione di un’opera come la Turandot, opera che ha proprio nel Coro una componente estremamente rilevante, che parla di tutto, proprio di tutto, tranne che del Coro ? come giudicare un critico musicale che parla, per esempio, del Coro di voci bianche giusto per elogiare la geniale trovata registica de “la sfilata incrociata dei fanciulli con le lanterne” ?
    quei fanciulli che sfilano con le lanterne sono bambini che hanno affrontato lunghe sessioni di prove per poter offrire agli spettatori palermitani un “prodotto” artisticamente gradevole, quindi cosa c’è di più gratificante per questi bambini, che hanno lavorato, sognato, temuto, sperato e tremato per settimane, e alla fine leggere che di loro è stata notata unicamente la suddetta “geniale” sfilata ?
    cosa di più gratificante o anche educativo (perché no ?) per le signore ed i signori del Coro “grande” del vedersi completamente ignorati ?
    “personalmente trascurato” ?
    non mi è sfuggito, caro signor Giuliano, il suo malizioso appunto. mi affretto a soddisfare la sua curiosità: se lei avesse letto attentamente quanto ho scritto nel mio precedente intervento avrebbe notato che facevo riferimento ai recensori d’oltralpe i quali, scevri e lontani da ogni stupido provincialismo, debuttano ogni loro recensione prendendo in esame giusto il lavoro di Coro, Orchestra e Corpo di ballo (i cui componenti, mi scusi la dotta signora Grippaudo, si chiamano danzatori o tersicorei e non ballerini !) con termini come “il nostro Coro” etc etc.
    avrebbe dovuto dedurre, egregio signore, che non necessariamente la posizione dello scrivente andasse individuata tra le fila del Coro del Teatro Massimo ma, piuttosto (e aggiungo purtroppo) solo tra le fila di quella parte di pubblico che ritiene che Coro, Orchestra e Corpo di ballo del nostro Teatro siano motivo di orgoglio e vanto per tutti i cittadini e quindi anche per lo scrivente !
    magari signor Giuliano, magari….!

    egregio signor Giuliano, trascurare o omettere di recensire (che è cosa ben diversa dal parlare giusto per menzionare) l’operato del Coro, soprattutto in un’opera come la Turandot, è incompetenza pura e cruda oppure voluta negligenza, quindi ci dica il signor Giuliano, vuol forse dire che la signora Grippaudo è semplicemente una incompetente ? onestamente io non lo penso !
    leggo inoltre con piacere che anche il signor Giuliano, come la signora Grippaudo, ha la straordinaria capacità di fare la tara (miracolo ! sono già ben due !) tra quanto diffuso dai microfoni della disastrosa amplificazione del Verdura e quello che veramente hanno reso in palcoscenico le voci delle signore Casolla e Stanisci e del signor Fraccaro….o forse vorrebbe dire che a lui risulta che in altre occasioni le voci dei sopra menzionati artisti hanno reso in maniera non difforme da quanto detto dalla signora Grippaudo, ma allora perché recarsi in teatro per una recensione? allora basta mettersi davanti allo stereo ed ascoltare il cd dell’opera, anche non necessariamente della Turandot per scrivere la recensione !
    e il pubblico perché dovrebbe spender soldi per assicurarsi un posto all’Opera quando potrebbe molto più comodamente ed economicamente ascoltare il suddetto cd ?
    io non credo che la consuetudine, molto recente peraltro ed ereditata dall’esperienza (disastrosa anche quella) dell’Operetta, di affidarsi a sistemi di amplificazione anche per l’Opera sia un autentico disastro per tutti, per gli addetti ai lavori i quali, immagino, devono patire non poco per mettere a punto un sistema che alla fine si rivela sempre e comunque perdente per la sua capacità di falsare e distorcere la resa vocale e strumentale.
    per il pubblico che dovrebbe teoricamente poter ascoltare più facilmente e quindi più piacevolmente quanto prodotto in palcoscenico e nella buca dell’Orchestra e poi invece si trova a dover patire le suddette distorsioni e aberrazioni dei suoni tutti con grande fastidio !
    e in ultimo anche dei recensori che sono costretti a parlare di qualcosa che non risponde alla realtà ma solo a quanto microfoni, amplificatori e diffusori hanno riportato !
    mi chiedo che necessità ci sia di queste amplificazioni? non ho memoria di problemi nel godere dell’Opera al Verdura quando (fino a poco tempo fa) l’unica amplificazione, per l’Opera, era solo quella naturale e allora ? la mia domanda è rivolta chiaramente ai dirigenti (e forse anche agli amministratori) del Teatro Massimo.
    porgo distinti saluti.

  5. Celo d'Alcamo

    nel precedente intervento si legge : ” io non credo che la consuetudine,…..omissis….., di affidarsi a sistemi di amplificazione anche per l’Opera sia un autentico disastro per tutti…”.
    leggasi invece : ” io credo che…omissis…sia un autentico disastro per tutti…”.

  6. Angela

    Mi piacciono moltissimo le considerazioni sul personaggio di Liù, e sul fatto che con quest’opera non è colei che veramente ama ad essere riamata. In fondo già con Madama Butterfly Puccini aveva mostrato che non è vero che “l’amor non uccide”…

  7. Paolo

    Coro? Perchè c’era un coro in questa Turandot? Io ho sentito qualcuno che strillava tra i soprani, qualcun altro tra i tenori e null’altro…neanche l’ombra delle sezioni, neanche l’idea di un coro.

  8. Giuliano

    Guardi, Celo d’Alcamo, che siamo tutti dalla stessa parte. Io e, sono sicuro, anche chi ha recensito lo spettacolo siamo accaniti sostenitori del nostro teatro e delle maestranze che in esso lavorano. Siamo stati al loro fianco nelle manifestazioni e nei cortei che negli ultimi anni Coro Orchestra e Corpo di Ballo hanno organizzato per resistere e combattere in questo periodo oscuro per la musica e lo spettacolo in generale. I motivi dell’omissione non posso saperli; forse la prova del coro è risultata tanto deturpata dai problemi derivati dalle amplificazioni da preferire l’omissione (cosa che lei non condividerà, ma ognuno sceglie le proprie strategie comunicative). Probabilmente l’intero spettacolo era da non recensire allora e di questo prenda nota il responsabile del sito: niente più recensioni dal Teatro di Verdura, poichè risultano sempre e comunque falsate dalle amplificazioni.
    Il tono piccato con cui scrive mi ha fatto ritenere che lei fosse personalmente offeso e non c’è nessuna malizia nell’ipotizzare ciò.
    Inoltre mi pare che la conclusione “perché recarsi in teatro per una recensione? allora basta mettersi davanti allo stereo ed ascoltare il cd dell’opera, anche non necessariamente della Turandot per scrivere la recensione” sia piuttosto arbitraria. Io ho scritto semplicemente che mi sembra verosimile la critica letta a raffronto di precedenti esperienze in teatro e dal vivo.
    Sinceramente non capisco tutta questa polemica e me ne tiro fuori, sperando almeno di aver chiarito di non appartenere ad una schiera ostile al Teatro e alle sue maestranze e che si può anche ritenere una recensione “incompleta” senza cavar fuori un astio secondo me fuori luogo.

  9. Prrrrrr

    E’ bello leggervi perchè tutti avete ragione. Ognuno, fino a prova contraria, è libero di pensare ciò che vuole e, finché un qualche regime non opprimerà definitivamente la libertà di parola, di scrivere quel che vuole. Un artista, se si considera tale, dovrebbe vedere il testo critico come una sorta di consiglio (non sempre giusta) per migliorare la propria arte. Che sia corista, ballerino, strumentista o solista, e anche per lui che si scrivono certe cose. Si pensa generalmente ad un miglioramento di livello esecutivo e non a offendere, infangare nessuno. A volte si può esagerare, a volte si usano le parole troppo forti ma non è certo il ruolo di un critico elogiare spensieratamente ogni rappresentazione. Perchè se fosse così, non ci vorrebbe alcuno studio approfondito per farlo. E nessuno mette in dubbio le lunghe ore di preparazione e lo sforzo di portare avanti una produzione, gloria a tutti gli artisti e ai tecnici! Ma se il critico vede la possibilità di migliorare è obbligato a denunciarla, in questo sta la sua onestà professionale, come da parte dell’artista sta l’onestà di trasmettere all’ascoltatore la migliore interpretazione possibile.

  10. Celo d'Alcamo

    gentile signor Giuliano, io non so davvero da che parte stia lei ma io, pur essendo soltanto un abbonato di lungo corso, sto dalla parte di quel pubblico che è stanco di vedere puntualmente snobbate, se non ignorate le maestranze del Teatro Massimo, stanco di constatare il protrarsi di questa moda compiacente-radical-chic di far sfoggio di vacua cultura tesa ad incensare (e per i coraggiosi, stroncare) quelli che, di volta in volta, sembrano gli unici soggetti degni di nota quando si deve parlare di spettacolo.
    questo mondo, si sa, è così : ieri c’erano le dive, sono subentrati i direttori d’orchestra, adesso è il “momento” dei registi, ed ecco che ci si spende a parlare di questa categoria, spesso a sproposito,come nel caso della recensione in oggetto, e sdegnosamente trascurare tutto quello che invece lo spettacolo lo fa per davvero !
    da abbonato del Teatro Massimo quest’anno ho visto un regista, uno solo che fosse degno di questo appellativo : Hugo de Ana,
    tutto il resto è stato buio pesto ! ma credo che sia stato toccato il fondo da questo oscuro signore a cui sono state affidate le sorti della palermitana Turandot.
    no, signor Giuliano, pur cercando di essere al corrente della situazione dei Teatri Lirici d’Italia compreso il nostro, in questa sede non mi interessa parlare delle sofferenze di Cori e Orchestre, le uniche motivazioni che mi hanno spinto ad intervenire in questo caso le può leggere più in alto e quindi non intendo il suo ripetere che lei ed io faremmo parte dello stesso schieramento. io intervengo per criticare la recensione e lei per “difendere” la stessa, tutto normale ma niente altro deve essere letto in tutto questo contesto:
    altra cosa che davvero non intendo è questo suo fare riferimento ad un mio presunto astio, verso chi o cosa non so.
    non capisco in quale mio concetto o parola lei abbia potuto vedere dell’astio, dove l’offesa nei miei interventi !
    mi creda signor Giuliano, lei è davvero fuori rotta! lei ha voluto vedere offese, astio e toni piccati laddove ci sono solo appunti, inviti e precisazioni, quindi si metta pure tranquillo al di fuori, ma davvero però, di ogni astio che è sempre fuori luogo, su questo sono d’accordo con lei .

    come sono d’accordo con il signor Prrrrrr (sic) sul fatto che per fortuna godiamo tutti (almeno in teoria) di libertà di pensiero e di parola.
    però il signor Prrrrrr, nel ringraziarlo per aver graziosamente manifestato piacere nel leggere tutti (il sottoscritto incluso quindi), dovrebbe essere leggermente meno distratto nel leggere le cose a proposito delle quali intende intervenire.
    infatti nessuno si è sognato di lamentare critiche ad artisti o maestranze, ho sempre creduto nella necessità e positività, da un punto di vista educativo a 360 gradi, della critica e infatti lo scrivente solo una volta, a proposito del regista, si è permesso di entrare nel merito della critica vera e propria.
    al contrario è stato chiesto sulla scorta di quali fatti oggettivi fossero stati espressi alcuni apprezzamenti nei confronti degli artisti solisti dal momento che il disastroso sistema di amplificazione ha a mio avviso distorto e artefatto snaturandolo completamente quello che è stato il prodotto del palcoscenico e della buca orchestrale in occasione della Turandot.
    nulla di più, nulla di meno !
    il sottoscritto si era altresi permesso di far notare il totale silenzio che ha avvolto l’operato dei Cori da parte di chi ha redatto la recensione, stigmatizzando quella che sembra prassi corrente da parte della critica musicale, forse una moda, non certo dovuta ad incompetenza, almeno questo si vuole sperare. al contrario invitava i critici tutti a prendere in esame puntualmente, non importa se per stroncare o per apprezzare, l’operato di Coro, Orchestra e Corpo di ballo.
    non sono (purtroppo) un artista ma solo un appassionato della Lirica, quindi non vedo proprio il senso dell’intervento del signor Prrrrrr, mi spiace.
    porgo distinti saluti.

  11. Giuliano

    Lei ha tutto il diritto di criticare la recensione se non è d’accordo. Quello che scrive può anche essere sacrosanto ma il tono è palesemente canzonatorio (es. “leggo inoltre con piacere che anche il signor Giuliano, come la signora Grippaudo, ha la straordinaria capacità di fare la tara (miracolo ! sono già ben due !”), stucchevole nella sua ampollosità e decisamente polemico. Non mi pare di essere il solo ad aver avuto questa sensazione. Se è un errore e se sono, anzi, siamo tutti fuori rotta, come sostiene, ci perdoni. Abbiamo tutti quanti travisato i suoi scopi.

  12. Celo d'Alcamo

    mille grazie signor Giuliano di compiacersi di darmi il suo beneplacito, gliene sono riconoscente ^^
    per quanto attiene il tono dei miei appunti, penso di non doverne rispondere a nessuno dal momento che non manco di rispetto a nessuno, che non indulgo in turpiloquio né mi esprimo in modo sgarbato o offensivo e dato che il canzonare non equivale certo ad offendere, su questo potrà convenire persino lei, no ?
    tanto meno se penso alla assoluta soggettività delle opinioni espresse a riguardo dei miei commenti stessi, prova ne sia che a lei (e solo a lei) sembrino stucchevoli, ampollosi e, ancora una volta, polemici (sic) come fidarsi quindi del suo giudizio sul presunto tono canzonatorio ?
    lei fornisce a presunta prova della sua tutta soggettiva impressione il fatto che altri condividerebbero la sua opinione ma…dove sono questi altri? io non ho letto nulla in merito, quindi di chi parla gentile signor Giuliano?
    detto a margine, non ritengo di dover dare il mio perdono (non ce n’è alcun bisogno) così come non ritengo di dover giustificare i toni dei miei commenti, o è forse un reato criticare le critiche ? ^^
    vogliamo piuttosto parlare della sua continua, piccata polemica nei miei confronti…?
    ma lei, egregio signor Giuliano, è forse parente della signora Grippaudo…?
    porgo distinti saluti.

  13. Celo d'Alcamo

    beh caro signor Giuliano, se da un canto il suo intervenire in questo contesto rende merito al suo affetto filiale, d’altro canto non rende merito alla sua stessa stima nei confronti di sua madre…
    la signora Grippaudo è, lo si deduce chiaramente dai suoi scritti, persona colta e di intelletto fine tali da sapere usare i giusti argomenti a fronte di critiche che le dovessero sembrare suscettibili di un suo intervento e il fatto che lei, signor Giuliano, abbia deciso di accorrere a sostegno o difesa lascerebbe supporre che lei stesso reputi che sua madre ne abbia di bisogno e così non sembra proprio che sia, e perché le mie argomentazioni non sono né offensive, né lesive della professionalità di sua madre, difatti parto dal presupposto che valga la pena criticare chi se lo merita piuttosto che sprecare fiato e parole con chi non lo merita, non crede?
    ma anche perché, se per assurdo dovessero sembrare tali da richiedere un intervento di sua madre, sono certo che la signora sarebbe perfettamente in grado di replicare con argomentazioni più che valide !
    quindi si rilassi tanto qui non accade nulla di grave, si sta solo facendo notare quanto sia precario recensire spettacoli come quelli del Verdura con quella amplificazione, lo ha scritto anche lei, ricorda?
    e si sta invitando, insieme alla signora Grippaudo, i critici musicali tutti a non dimenticare di recensire, stroncando se è il caso o elogiando quando lo meritano, il Coro, l’Orchestra ed il Corpo di ballo del Teatro Massimo, tutto qui.
    porgo distinti saluti.

  14. Giuliano

    ahahahaha! grazie celuccio! ci hai fatto divertire tanto! 🙂
    sono d’accordo su tutto e propongo di incontrarci qualche volta, dopo uno spettacolo. sarà molto più piacevole che scrivere commenti.
    tante care cose.

  15. Celo d'Alcamo

    vi ho fatto divertire tanto? mi fa piacere anche se mi permetto di ricordarle il famoso adagio latino che era una delle prime cose che si apprendevano quando si intraprendeva lo studio di questa stupenda lingua morta….
    ma, scusi, ho fatto divertire lei…e chi altri? anche sua madre si è divertita tanto? meglio ^^
    sarò lieto di incontrarla dopo, ma anche prima o anche durante l’intervallo di uno spettacolo di sua scelta, ma, mi dica, da cosa potrò riconoscerla? spero non dal riso sul suo volto…
    porgo distinti saluti.

    p.s. grazie per il vezzeggiativo anche se male si attaglia alla mia complessione !

  16. Giuliano

    Allude a “Risus abundat in ore stultorum”? Se sì la ringrazio nuovamente.
    Purtroppo non sarò a Palermo prima della Carmen. Ci si organizzerà in tempi più prossimi a quello spettacolo magari. E chissà, forse riusciremo a coinvolgere anche mia “mamma”, che sicuramente si sarà molto divertita leggendo questa conversazione.
    Un cordiale saluto

  17. Nessuno

    No ma davvero, ridicolo che chi ha fatto non so quante prove, quanto studio in sala per il canto e quant’altro venga ricordato perché ha camminato incrociandosi nella sfilata.
    Andate a fare le prove, andate a studiare e poi vedremo se verrete ricordati per una sfilata..!

  18. Angela

    Beh, io sarei felice che in una recensione fosse ricordato ciò che mi è venuto bene. A caval donato non si guarda in bocca, e se si riceve un elogio anziché una critica si dovrebbe comunque essere soddisfatti: quale che sia l’elogio.

Lascia un commento