Trieste, 42° Festival dell’Operetta:”La metamorfosi di una gatta”

Trieste, Teatro Verdi – 42° Festival Internazionale dell’Operetta
“LA METAMORFOSI DI UNA GATTA”
(La chatte metamorphosée en femme)
Opéra-bouffée in un atto su libretto di Scribe &  Mélesville
Musica di Jacques Offenbach
adattamento delle parti recitate a cura di Alberto Bassetti
Versione ritmica italiana e strumentazione di Domenico Carbone
Guido MATE’ GAL
Marianne SONIA DORIGO
Minette ILARIA DEL PRETE
Dig-Dog FEDERICO LONGHI
Coro e Orchestra del Teatro “Verdi” di Trieste
Direttore Giovanni Di Stefano
Maestro del Coro Alberto Macrì
Regia  Irene Noli
Scene e costumi  Pier Paolo Bisleri
Luci  Nino Napoletano
Prima rappresentazione a Trieste
Nuovo allestimento del Teatro “Verdi” di Trieste
Trieste, 13 luglio 2011

Il secondo spettacolo in programma al 42° Festival Internazionale dell’Operetta ci stupisce nuovamente ma, purtroppo, in senso meno positivo. Dopo la bella e fresca serata al Castello di San Giusto, già l’idea di tornare al chiuso del piccolo Teatro Verdi non ci solleticava; inoltre, abbiamo una convinzione personale che “se un opera, un balletto, un’operetta sono stati dimenticati e usciti di repertorio, una ragione ci sarà. Perchè ripescarli per forza?” Mai convinzione personale fu più confermata dai fatti.
“La metamorfosi di una gatta” ha già un titolo piuttosto inquietante…in cosa si sarà mai trasformata, povera bestia? Mutamenti transgenici o magie? Una traduzione del titolo dal francese piuttosto infelice che, purtroppo per noi, aldilà di ciò, ci presenta una i tratta solo di una vicenda veramente insulsa e banale che fa rimpiangere ussari, vedove allegre, contesse e quant’altro…
Lo spettacolo inizia e restiamo colpiti da quanto Trieste sia rappresentata sia nell’uso del dialetto che nella scenografia, nonché nei continui rimandi del testo…poi capiamo che si tratta di un’operazione voluta e pensata a tavolino che, però, non ci dispiace. Così il primo tulle in proscenio rappresenta uno dei tipici palazzotti triestini neoclassici che, mal illuminato, mostra sin dall’inizio qualcosa della scena posteriore. Man mano che la (non) vicenda prosegue si perde anche questo tipo di gioco di “città nel teatro della città” visto che l’unica a recitare e cantare in un simil-triestino è la soprano friulana Sonia Dorigo, piacevole e spiritosa soprattutto nella prima aria in cui alterna la voce di Marianne, il suo personaggio, a quella del gatto che ha in braccio, alter-ego di tutta la vicenda. Poco dopo entra in scena il tenore ungherese Màté Gal che ci regala una voce educata ed una presenza scenica solo di buona volontà nel ruolo di Guido, uno studente triestino da molti anni in Ungheria per studio. Dopo di lui appare il presunto mago indiano Dig Dig, interpretato dal simpatico Federico Longhi che aiuterà Guido a trasformare la gatta Minette in donna, interpretata da  Ilaria Del Prete. La vicenda si risolverà, come in un vaudeville, svelando che in realtà era una cospirazione per risolvere il misantropo atteggiamento di Guido, dopo il suo ritorno dall’Ungheria….mah!
Bene l’orchestra, diretta dal maestro Giovanni Di Stefano, alle prese con una partitura di banalità e noia indicibili, e il coro, diretto da Alberto Macrì, anche qui impegnato a tentare di risollevare le sorti di uno spettacolo che non decolla proprio. Anzi, affonda sempre di più, momento dopo momento…. Peccato!
Forse una regia più audace, vivace e attenta, una scenografia meno classica, un’impostazione generale meno seria e più onirica, avrebbero aiutato questo spettacolo. Di sicuro un Offenbach che tornerà nuovamente nel dimenticatoio. Teatro, per fortuna, semivuoto. Foto Fabio Paranzan – Teatro Verdi di Trieste

 

 

 

 

 

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