Pesaro, ROF 2011: “Adelaide di Borgogna”

Pesaro, Rossini Opera Festival 2011, Teatro Rossini
“ADELAIDE DI BORGOGNA”

Dramma per musica di Giovanni Federico Schmidt
Musica di Gioachino Rossini
Edizione critica della Fondazione Rossini e di Casa Ricordi,
a cura di Gabriele Gravagna e Alberto Zedda
Ottone DANIELA BARCELLONA
Adelaide JESSICA PRATT
Berengario NICOLA ULIVIERI
Adelberto BOGDAN MIHAI
Eurice JEANNETTE FISCHER
Iroldo FRANCESCA PIERPAOLI
Ernesto CLEMENTE ANTONIO DALIOTTI
Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna.
Direttore Dmitri Jurowski
Maestro del Coro, Lorenzo Fratini
Regia, Scene, Costumi, Progetto Video e Luci Pier’Alli
Pesaro, 8 agosto 2011
Un Rossini trasformista quello che, nel 1817, passa al medievalismo romantico di Adelaide di Borgogna dopo le grazie giocose di Cenerentola, il patetismo di Gazza ladra e la passione di Armida; l’attrazione che il Medioevo esercitava sui romantici sembra aver toccato anche il disinvolto, ma dichiarato, conservatore genio pesarese, se anche lui dovette fare i conti con un soggetto la cui ambientazione vagava già nella coscienza comune: il fosco alto medioevo, con le sue lotte dinastiche entro castella turrite e spesso perdutamente assediate, si sostituiva ai soggetti mitologici della classicità. Una suggestione che viene temperata da un assetto musicale molto regolare, anzi sobrio e comunque lontano dallo sperimentalismo napoletano in cui, peraltro, Rossini era immerso proprio in quegli anni; ma l’Adelaide, composta in gran parte a Napoli nel 1817, venne data a Roma al Teatro Argentina nel carnevale del 1818. Come unica sua incursione nel genere serio fuori dal San Carlo nel settennio napoletano, Rossini nell’Adelaide risulta attenersi a moduli convenzionali, quelli che peraltro aveva ravvivato lui stesso fin dall’aureo Tancredi, ma dimostra anche di saper metabolizzare molto bene in questa fase gli autoimprestiti. Nella nuova produzione dell’opera al Teatro Rossini di Pesaro nella XXXII Edizione del ROF del 2011 (la prima Adelaide al ROF è del 2006) si è fatto di tutto per risaltare la temperie romanticheggiante con la quale il compositore dovette confrontarsi, come molti geni italiani del suo tempo (tra cui Leopardi). Alla prova generale dell’opera l’8 agosto il cast è tutto rivestito di primo Ottocento e tutti gli arredi scenici spirano aria ottocentesca; solo uno sfondo di ampi pannelli con proiezioni rimanda al pubblico un caleidoscopio di scene corali e di riquadri riprese da varie inquadrature compatibili con l’evo medio e che si connettono, per alcuni particolari, all’agire dei figuranti e dei personaggi: vedute aeree di torri e accrocchi cittadini medievali per gli esterni, ambienti neoclassici per gli interni; tra questi il portale del teatro Rossini di Pesaro e le arcate del suo Palazzo Ducale; quasi costante la proiezione di distese acquatiche con cerchi concentrici.

La regia, scene, costumi, progetto video e luci di Pier’Alli fanno dell’Adelaide interpretata da Jessica Pratt un personaggio sognante e maestoso, dell’Ottone di Daniela Barcellona uno fiero e appassionato, l’Adelberto di Bogdan Mihai un tipo romantico ed esitante, il Berengario di Nicola Ulivieri il bieco, ma convinto sostenitore della ragion di stato e così via, come i componenti di un buon romanzo alla Scott o di un drammone come l’Adelchi manzoniano…la trasposizione cronologica da X a XIX secolo acquista spessore nella tensione sottolineata tra momento romantico e vago sentore risorgimentale: nella scena del trionfo finale sciarpe verdi per i militi e coccarda rossa su colletto bianco per le donne del coro e le insubri nepoti compaiono quasi sempre con tanto di crestina lombarda dall’inizio al finale dei due atti; sullo schermo continua a stillare dell’acqua e l’allusione alla pioggia diviene momento scenico quando i soldati di Berengario si azzuffano con i soldati alemanni in pastrani di tela cerata usando come armi proprie gli ombrelli dalle punte acuminate e rilucenti. Non così lontane allusioni alla ricorrenza patriottica hanno ricondotto la trasposizione cronologica ottocentesca ad una plausibile evidenza. Per venire alle voci si è notata subito la sproporzione della portata vocale di Daniela Barcellona rispetto agli altri: una voce che riempie il teatro, dal largo spettro di armonici e ben diretta anche là dove qualche traballio fa notare che il tempo passa per tutti; più che nell’aria di sortita Soffri la Sventura e Amica speme, dove le variazioni e gli sbalzi aggiunti hanno riscaldato la platea, è l’aria finale, D’Imene il talamo, quella dove la Barcellona ha davvero trionfato per la sua uguaglianza di colore e timbro oltre alla capacità di far brillare le agilità con morbidezza e poi nelle puntature finali apre il suo ampio ventaglio degli acuti. Voci non grandi, ma ben portate e ben puntate quelle degli altri, in particolare Jessica Pratt che ha sfoggiato i suoi magistrali filati nelle cadenze nell’aria Occhi miei piangeste assai e poi le agilità minute e di Cingi la benda candida hanno messo in luce le sue qualità di  “belcantista”.
Applauditissimo anche il tenore contraltino Bogdan Mihai, nel ruolo di Adelberto, che ha brillato per il bel modo di stare in scena affrontando un virtuosismo vocale sfogato nella zona acuta: il duetto con Ottone del prim’atto e l’aria Ascolto i gemiti del genitore nel secondo ben risolti con attacchi morbidi e senza forzare la voce che, con qualche secchezza in sovracuto, è molto duttile e capace di colori nella zona medio alta. Voce ben timbrata, ma manchevole qua e là nei gravi quella del basso- baritono Nicola Ulivieri che ha riscosso comunque un bel successo nel suo momento solista nell’aria Se protegge amica sorte risultando non più che adeguato altrove e nei brani d’assieme. Di adeguato spessore anche la vocalità di Jeannette Fischer in Eurice, che ha una piacevole aria di sorbettoSì, sì, mi svena” e piacevoli emissioni quelle di Francesca Pierpaoli in Iroldo e di Clemente Antonio Daliotti in Ernesto. Tutti hanno usufruito bene della tempistica scandita dal Direttore Dmitri Jurowski, che ha anche lasciato intatta tutta la magica trasparenza dell’orchestrazione rossiniana, soprattutto nei concertati dove Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna si sono espressi con tutta la nutrita esperienza delle loro presenze al ROF.  Foto Studio Amati Bacciardi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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