Jesi, XI° Festival Pergolesi Spontini”La Serva padrona” di Pergolesi

Jesi, Teatro Pergolesi, XI° Festival Pergolesi Spontini
“LA  SERVA PADRONA”

intermezzi di Gennarantonio Federico
musica di Giovanni Battista Pergolesi
revisione critica a cura di Francesco Degrada
Edizioni Universal Music Publishing Ricordi Srl, Milano
Serpina ALESSANDRA MARIANELLI
Uberto CARLO LEPORE
Vespone JEAN MENINGUE
“ATTO SENZA PAROLE I”
di Samuel Beckett
Un uomo JEAN MENINGUE
Accademia Barocca de I Virtuosi Italiani
direttore Corrado Rovaris
regia Henning Brockhaus
scene Benito Leonori
costumi Giancarlo Colis
luci Alessandro Carletti
Nuovo allestimento
Jesi, 3 settembre 2011

Il Pergolesi Spontini Festival ha proposto una edizione de La serva padrona al Teatro Pergolesi di Jesi, che Henning Brockhaus, artista poliedrico e visionario, ha alternato con Atto senza parole I di Samuel Beckett, interpretato in chiave di clownerie da Jan Mening; lo stesso artista  vestiva i panni di Vespone, il personaggio muto del capolavoro pergolesiano. L’edizione critica dell’intermezzo a cura di Francesco Degrada, ha ripristinato la seconda sezione del duetto finale (che non c’è nella corrente edizione Ricordi dello spartito) e soppresso il duetto Per te ho io nel core che appartiene al Flaminio, anche se storicamente è stato più o meno sempre affiancato al finale dell’operina: lo testimonia ad esempio il finale della Serva Padrona di Paisiello che conserva lo stesso testo del duetto. Anche in alcune arie certi passaggi erano inauditi per chi è abituato alle edizioni vulgate della Serva. Per conservare la natura di intermezzo del capolavoro la nuova produzione del Teatro Pergolesi ha inserito un Atto senza parole I che fu concepito da Beckett nel 1956 in risposta alla proposta di Deryk Mendel di scrivere uno spettacolo di mimo. L’opera, interpretata e diretta da Mendel, andò in scena per la prima volta, insieme a Finale di partita, al Royal Court Theatre di Londra il 3 aprile 1957 e, a distanza di un mese, fu rappresentata a Parigi allo Studio des Champs-Elysées. La scena era costituita da una landa deserta, illuminata da una luce abbagliante. Al centro un unico personaggio: un uomo che piega e dispiega un fazzoletto. All’inizio l’uomo è gettato sul palcoscenico, come l’uomo nel mondo, ed è sollecitato dai colpi di un fischietto per richiamare la sua attenzione su oggetti che vengono calati dal proscenio, ad esempio un paio di forbici con le quali fa anche mostra di uccidersi, ma che si vanificano nel momento stesso in cui cerca di raggiungerli. Alla fine dell’atto, l’uomo prende coscienza della doppia condanna: non può soddisfare il suo desiderio, ma non può nemmeno sottrarsi al supplizio. Si poteva scorgere una metafora della dimensione tragica della vita che può trovare accoglimento nel contrasto tra genere serio e genere buffo quali si alternavano sulle scene del 700 e che oggi viene riproposto in termini di grottesco–clawnesco.
Secondo una nota di regia anche: “ la dimensione dell’assurdo, presente nei moduli della commedia del’arte, permette un inedito accostamento con il capolavoro pergolesiano del teatro dell’assurdo del Novecento, in cui la presenza muta del protagonista tocca il dramma dell’uomo spinto dal destino in ogni suo atto, e condannato ad una infinita sudditanza agli “ordini” esterni”. Spiega il regista Henning Brockhaus: “Nel rapporto tra Serpina e Uberto non c’è nessun vero sentimento d’amore; Serpina finge un interesse sessuale per arrivare alla sua meta, Uberto invece accetta tutto, anche umiliazioni, per poterla avere. Questa storiella ha molti riferimenti contemporanei – pensiamo a tutte le ragazze di oggi che scelgono una scorciatoia attraverso compromessi sentimentali – e così ho pensato di trovare un’ambientazione non storica nel senso filologico, ma piuttosto surreale. C’è poi il muto Vespone; attraverso la presenza di questo terzo personaggio, quasi astratto ed assurdo, gli altri due possono dirsi sempre quelle cose che altrimenti dovrebbero tacere per convenzioni storico-sociali. Tutto ciò dà una dimensione di “teatro dell’assurdo” alla Serva Padrona. Tra gli intermezzi de La serva padrona ho aggiunto un pezzo per clown muto dei nostri giorni: Atto senza parole I di Samuel Beckett. Mi pare che questa pantomima abbia molto in comune con la nostra Serva Padrona: è assurda, è comica in parte e alla fine “aperta” come la nostra partitura, per la quali il finale convenzionale non esclude infinite variabili”. In effetti nello spettacolo nulla rimandava alla contemporaneità: gli abiti tardo ottocenteschi e l’ambiente circense da belle époque spostavano l’attenzione su qualcosa di irrimediabilmente retro. Nonostante ciò, la verve attoriale dei due interpreti dava alla pièce un carattere di universalità: la simpatica e gioviale presenza di Carlo Lepore ha nutrito il personaggio di Uberto di un calore e un patetismo acuiti dal contrasto con la mansione di operatore da circo datagli dalla regia. Ottimi gli affondi nella zona ultra grave della difficile tessitura di Uberto:  la coloratura sotto il rigo dell’aria Sempre in contrasti e il sepolcrale  mi bemolle di Sono imbrogliato. Un’altalena al centro della scena, sulla quale si dondolavano spesso i due protagonisti, alludeva all’alternanza pendolare degli stati d’animo e degli affetti; la Serpina di Alessandra Marianelli ha seguito la tendenza attuale di dare uno spessore più lirico alla vocalità del personaggio, ma certi affondi nei momenti di canto spianato sono poco in linea con lo stile dell’opera. Peraltro la Marianelli ha reso più sensibile il carattere mordente di Serpina secondo l’intento di figurare “una anticipazione nel 1700 della rivendicazione della donna, e la debolezza dell’uomo contemporaneo, nell’ardito accostamento del regista tedesco”. Tempi spiccati in modo efficace da Corrado Rovaris e colori netti e nitidi dell’orchestra hanno messo di nuovo in luce, dopo la prima di Salustia, la grandezza e l’eleganza di questo direttore e del  suo gruppo strumentale. Foto Binci

 

 

 

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