A Jesi “l’elisir d’amore”

Jesi, Teatro “Pergolesi”, 44esima Stagione Lirica di Tradizione
“L’ELISIR D’AMORE

Melodramma giocoso in due atti su libretto di Felice Romani
Musica di Gaetano Donizetti
Edizioni Universal Music Publishing Ricordi srl, Milano
Adina ANGELA BRUN
Nemorino YIJIE SHIN
Belcore JULIAN KIM
Il Dottor Dulcamara MATTIA OLIVIERI
Giannetta
ELIDE DE MATTEIS LARIVERA
** vincitrice del concorso Acclaim Awards di Melbourne, Australia

FORM – Orchestra Filarmonica Marchigiana
Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini”
Direttore Roberto Polastri
Maestro del Coro David Crescenzi
Regia Italo Nunziata
Scene e costumi Pasquale Grossi
Luci Patrick Latronica
in coproduzione con Teatri S.p.A. di Treviso, Teatro Sociale di Rovigo, Teatro dell’Aquila di Fermo
Nuovo allestimento
Jesi, 21 ottobre 2011

La  prima al Teatro Pergolesi di Jesi de L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti è andata in scena come titolo di apertura della 44esima Stagione Lirica di Tradizione curata dalla Fondazione Pergolesi Spontini ed  ha presentato come  Nemorino il  giovane tenore nato a Shangai, Yijie Shi. Con lui erano due giovani promesse: il soprano australiano Angela Brun in Adina, e il baritono coreano Julian Kim in Belcore. L’italiano Mattia Olivieri ha debuttato in Dulcamara. La regia di Italo Nunziata, le scene e i costumi di Pasquale Grossi e le luci di Patrick Latronica hanno presentato l’azione “come se si svolgesse  all’interno di una sorta di scatola magica tridimensionale dove il gioco dei sentimenti dei protagonisti è esaltato dal gioco degli oggetti di scena mossi dal coro e dai figuranti”. Il punto di riferimento figurativo ed allusivo delle situazioni è stato affidato alla riproduzione di alcune grandi tele dell’artista finlandese Hannu Palosuo, che si è formato e lavora da anni in Italia. Roberto Polastri ha diretto la FORM Orchestra Filarmonica Marchigiana con il  Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini” diretto da David Crescenzi. L’allestimento, frutto di una coproduzione tra Fondazione Pergolesi Spontini, Teatri SpA di Treviso, Teatro Sociale Rovigo e Teatro dell’Aquila di Fermo. Il cast dei cantanti aveva un carattere vocale più rossiniano che donizettiano: per quanto ottime le voci e fresche di vittorie in vari concorsi internazionali, era evidente che il tipo vocale degli interpreti del trio Nemorino- Belcore –Adina apparteneva più all’estetica rossiniana e questo ha significato una riduzione dello spessore del momento lirico-drammatico in un capolavoro che, per quanto presupponga il belcanto rossiniano, se ne distacca notevolmente. In varie occasioni il suono orchestrale preponderava soprattutto sulla vocalità della Angela Brun, dalla corretta e precisa lettura belcantistica del personaggio, ma ancora lontana dal centrare in pieno il vero carattere di Adina: l’aria finale “ Prendi, per me sei libero” e la successiva cabaletta non raggiungevano la dovuta pienezza liberatoria; il tenore Yijie Shi, dalla sorprendente pronuncia italiana e con un gran bel colore, dava fin troppo a sentire il suo back-ground di studi rossiniani: la voce trasparente e calibrata di tanto in tanto sbiancava e il tenore, pure applauditissimo nell’aria clou della furtiva lagrima, sembrava più un asettico Don Narciso del Turco in Italia che l’appassionato Nemorino; il baritono Julian Kim ha sciorinato una serie di luoghi comuni baritonali che potevano anche essere in linea con il personaggio convenzionale del miles gloriosus spaccone e ha brillato soprattutto nelle agilità dell’aria di sortita e nelle puntature in cadenza. Vero trionfatore della serata mi è sembrato l’eloquente baritono Mattia Olivieri che ha dato un taglio sensuale e fascinoso al personaggio di Dulcamara unendo allo spessore vocale il gesto scenico e la capacità di adattarsi come un guanto le trovate sceniche del regista: particolari le gags con gli aiutanti del dottore che si stanno scolando la bottiglia di vino che Dulcamara strappa loro e poi spaccia per elisir a Nemorino.
Azzeccata l’interpretazione dell’intermezzo della Barcaruola a due voci del second’atto e coerente con il taglio scenografico la scatola da cui emerge il costume della Nina gondoliera che avvolge Adina nella duplice finzione scenica. Buon gioco hanno avuto la regia e la scenografia e le luci con il cast a disposizione nell’espungere il più possibile dall’opera l’elemento romantico-sentimentale ed eludere il lato patetico per mettere in primo piano quello comico-brillante. Nessun compiacimento di intime penombre e di chiaroscuri stellati nella scena del coro e Giannetta e della successiva aria di Nemorino: le luci rimanevano quasi sempre le stesse. Se non di un Elisir “dimidiato” si potrebbe parlare di un Elisir che ha raccolto e fatto proprio nella scenografia di Grossi quel commento di Schumann che, insensibile alla bellezza dell’ultimo atto, la trattava  da «musica per teatro dei burattini». Anche i costumi avevano un che di rigido che faceva davvero pensare al marionettistico e al giocattolesco e l’ambientazione tra gli anni ’20-30  del Novecento poteva alludere al musical nella trasposizione cinematografica, ma molto rimandava anche alla fiaba del cartone animato. Grande equilibrio ha dimostrato il Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini” diretto da David Crescenzi nell’adeguarsi alla trasparenza delle voci protagoniste e bel respiro orchestrale era quello scaturito dalla bacchetta del M° Roberto Polastri.

 

 

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