Milano, Teatro alla Scala: “Don Giovanni”

Milano, Teatro alla Scala – Stagione d’Opera e Balletto 2011-2012
“DON GIOVANNI”

Dramma Giocoso in due atti su libretto di Lorenzo da Ponte
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart
Don Giovanni ILDEBRANDO D’ARCANGELO
Donna Anna ANNA NETREBKO
Don Ottavio GIUSEPPE FILIANOTI
Commendatore KWANGCHUL YOUN
Donna Elvira BARBARA FRITTOLI
Leporello BRYN TERFEL
Masetto STEFAN KOCAN
Zerlina ANNA PROHASKA
Orchestra e Coro Del Teatro alla Scala di Milano
Direttore Daniel Barenboim
Maestro del Coro Bruno Casoni
Regia Robert Carsen
Scene Michael Levine
Costumi Brigitte Reiffenstuel
Luci Robert Carsen e Peter Van Praet
Coreografie Philippe Giraudeau
Maestro al cembalo James Vaughan
Nuova produzione del Teatro alla Scala di Milano
Milano, 16 Dicembre 2011

Un Don Giovanni, questo firmato da Robert Carsen, pubblicizzato da un’ondata mediatica di proporzioni gigantesche: dirette e differite televisive internazionali, proiezioni nelle sale cinematografiche di mezzo mondo, trasmissioni radio, streaming via web, oltre a tutta una serie di eventi promozionali correlati alla Prima scaligera. Impossibile, quindi, non riconoscere al Teatro alla Scala di Milano la cura e la dedizione profuse al fine di rendere davvero speciale il Sant’Ambrogio di quest’anno.
Solitamente, l’analisi dal vivo di uno spettacolo d’opera si giova di una visione dell’insieme che appare invece mortificata nelle inquadrature televisive; anche la produzione di Carsen non sfugge a tale regola ed occorre quindi evidenziarne gli aspetti positivi, che ci sono, ma che non bastano a lenire quanto di inefficace si sia visto, in teatro come in televisione.
Innanzitutto, l’inizio dell’opera con il balzo del protagonista che va a strappare il sipario, svelando l’enorme specchio liquido in cui si riflette l’intera sala del Piermarini, costituisce un coup de théâtre formidabile. Don Giovanni lancia così la sua sfida al pubblico, mettendolo di fronte ai suoi vizi, alle sue falsità, ma anche alle sue debolezze. Nel prosieguo, l’assenza pressoché totale di elementi scenici e di mobilio in genere, si fa piuttosto pesante da sostenere, anche a causa dei siparietti di varie dimensioni, mossi dal personale di scena, il cui andirivieni risulta alla lunga stucchevole. Ma, giunti alla festa in maschera del primo atto, l’atmosfera si fa densa e voluttuosa: intense luci rossastre evidenziano gli spessi costumi, gonfiandoli al punto che lo spettatore prova la sensazione di essere avvolto, avvinghiato persino, da tutto quel velluto.
Dei piani di lettura deducibili dalle intenzioni del regista, il meglio riuscito pare essere la volontà di omaggiare la Scala attraverso i grandi fondali fotografici, concepiti a mo’ di scatola cinese, che riproducono dettagliatamente l’interno del teatro milanese. Meno interessante, la forte connotazione metateatrale, il cui abuso operato su più fronti artistici, soprattutto negli ultimi anni, ne ha svilito l’effetto originale. Quanto all’estensione dell’azione scenica in ogni angolo del teatro (le varie sortite dei protagonisti in platea, il terzetto delle maschere eseguito a pochi centimetri dagli spettatori delle prime file, l’apparizione dello spettro del Commendatore in mezzo agli attoniti occupanti del palco reale), si potrebbe obiettare che simili trucchi abbiano goduto di maggiore efficacia nella storia recente delle stagioni scaligere (basti pensare al dittico “Pagliacci/Cavalleria” ad opera di Mario Martone). Il finale, tuttavia, rappresenta un momento suggestivo: Don Giovanni che, fresco come una rosa e con la sigaretta in mano, ricompare dagli inferi per farci sprofondare tutti gli altri, impuniti moralisti, mentre ancora stanno puntando il dito contro il pubblico sulle note di “Questo è il fin di chi fa mal!”.
Daniel Barenboim, alla guida di un’orchestra in formazione nutrita, dirige a memoria la partitura mozartiana, secondo un taglio strumentale ottocentesco o, alla luce di certe turgide dilatazioni sonore, addirittura tardo-ottocentesco, il tutto alla faccia del recupero filologico. La cosa in sé, potrebbe dimostrarsi piacevole o sconveniente, a seconda del gusto personale, ma è la scelta dei tempi lenti (quando non proprio catatonici, come nelle strette finali di molte scene) a non convincere. Va però detto che il suono si mantiene ovunque bello e costantemente a fuoco. Tale interpretazione contagia anche la compagnia di canto, con buona pace di quasi tutti i protagonisti, nella fattispecie sul versante femminile. Barbara Frittoli è una Donna Elvira morbida e sensuale, per nulla vendicativa e piuttosto povera di mordente. La voce appare lievemente stanca, mentre l’emissione si è fatta molto prudente e laboriosa nella salita all’acuto. Il vibrato, sempre stato ampio, è ora al limite tollerabile, prima che l’intervallo nelle vibrazioni diventi talmente largo da inficiare l’intonazione della singola nota. Ciononostante, il soprano milanese esibisce una linea di canto elegante e curata (l’aria “Mi tradì quell’alma ingrata” costituisce l’atout dell’intera sua prova), oltre al pieno possesso dello stile mozartiano che le consente di miniare recitativi essenzialmente perfetti.
Lo status di Primadonna Assoluta che aleggia sul capo di Anna Netrebko, la dice lunga a proposito degli odierni parametri di valutazione. Il soprano russo, qui nei panni di Donna Anna, possiede uno strumento di indubbia qualità; la voce è grande ed è capace di produrre suoni rotondi e smaltati. Purtroppo, la tenuta del fiato è sommaria, spesso incerta e tale difetto non manca di macchiare indelebilmente la sua performance. Nell’aria “Or sai chi l’onore”, ad esempio, i la acuti sono belli e svettanti sul principio, ma tendono a sporcarsi sul finire, a causa della spinta operata dal soprano, cui viene a mancare il giusto appoggio del fiato. Ben peggiore, il successivo verificarsi di una vera e propria interruzione di suono nel primo dei si bemolle in pianissimo, durante il terzetto delle maschere, altra evidenza di un sostegno diaframmatico carente. Per non parlare poi della grande aria di commiato del suo personaggio, in cui la bella Anna spezza entrambe le volte la frase “Non mi dir bell’idol mio” con un’improponibile presa di fiato aggiuntiva e prosegue spianando gran parte della coloratura nella sezione conclusiva del brano. Altrove, la cantante riesce ad imporsi in virtù dell’innegabile fascino e di un certo appeal scenico.
La Zerlina di Anna Prohaska è dotata di un timbro ai limiti dell’evanescenza, con cui si cimenta in una prova dagli esiti alterni. Trasandata e pasticciona nei recitativi e nel duetto con Don Giovanni, sale di tono in corso d’opera e realizza un discreto “Batti, batti o bel Masetto”, mentre nella seconda aria fa ascoltare qualche fissità di troppo.
Ildebrando D’Arcangelo annovera da tempo sia il ruolo del protagonista che quello di Leporello nel suo curriculum artistico, ma pecca forse di presunzione nel cimentarsi alternatamente in entrambi i personaggi, all’interno della stessa produzione. Il suo Don Giovanni è perciò afflitto da uno scarso scavo psicologico e finisce per risultare poco espressivo, prigioniero di uno sguardo più torvo che tenebroso e di un timbro vocale perennemente corrucciato. La voce è piacevole, ma avara di colori. Il canto è corretto, ma privo di una personalità riconoscibile. Resta il volto da attore di fiction, ma non è sufficiente a rendere giustizia al seduttore per antonomasia.
Bryn Terfel fa esprimere il servo Leporello con il ben noto birignao che caratterizza da sempre la sua emissione e che, negli ultimi anni, è andato acuendosi; tuttavia è l’interprete più brillante e partecipe dell’intero gruppo, senza mai sconfinare nel grottesco, o peggio, nella caricatura.
Giuseppe Filianoti (Don Ottavio), nell’ascolto dal vivo, si rivela maggiormente preciso nell’emissione di quanto non sia apparso durante la trasmissione della Prima. Nonostante qualche piccola defaillance all’inizio della prima aria, il tenore sa procedere indenne attraverso il resto dell’opera, producendosi in una decorosa esecuzione de “Il mio tesoro intanto”.
Una menzione speciale va riconosciuta al Commendatore di Kwangchul Youn, vocalmente ben definito, mentre il Masetto di Stefan Kocan non si copre certo di gloria nei suoi interventi, che mostrano il fianco a critiche assai poco lusinghiere.
Foto di Brescia & Amisano

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