Catania, Teatro Bellini:”Tosca”

Catania, Teatro Massimo Bellini, Stagione Lirica 2011/2012
“TOSCA”
Melodramma in tre atti su libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, dal dramma omonimo di Victorien Sardou.
Musica di Giacomo Puccini
Floria Tosca  CELIA COSTEA
Mario Cavaradossi WALTER BORIN
Scarpia  CARMELO CORRADO CARUSO
Angelotti FRANCESCO PALMIERI
Il sagrestano MAURIZIO MUSCOLINO
Spoletta  MICHELE  MAURO
Sciarrone TINO RAMETTA
Un carceriere ALESSANDRO VARGETTO
Un pastorello ALICE FIOCCO
Orchestra e Coro del Teatro Massimo Bellini di Catania
Coro di voci bianche “Gaudeamus Igitur” Concentus
Direttore Giuliano Carella
Maestro del Coro Tiziana Carlini
Maestro del Coro di voci bianche Elisa Poidomani
Regia Giovanni Anfuso
Allestimento del Teatro Massimo
Firenze, 23 febbraio 2012

Dopo cinque anni dalla sua ultima rappresentazione, la Tosca  ritorna sulle scene del “Teatro Massimo Bellini”. La modernità di questa partitura è racchiusa nel suo straordinario ritmo drammaturgico nel quale gli eventi procedono quasi in “tempo reale”, in un flusso ininterrotto e incalzante che cattura emotivamente lo spettatore. La lettura che ne offre il catanese Giovanni Anfuso risulta, perfettamente in linea con la tradizione, all’insegna della rappresentazione realistica senza stravolgimenti o ambiziose attualizzazioni. Nelle note di regia, tuttavia, Anfuso precisa: «Il percorso di questa messa in scena vuole scarnificare da tutte le sovrastrutture, e le incrostazioni, personaggi fin troppo familiari per il pubblico. L’unico scopo è di ricostruire un filo rosso e, in questo coacervo di sentimenti e di emozioni, delineare personaggi che si stagliano, positivi o negativi, offrendo il tumultuoso battere del loro cuore».
L’ambientazione scenica non mostra soluzioni innovative ed è assolutamente rispettosa delle prescrizioni indicate dal musicista nelle didascalie. Gli interni nei quali si muovono i personaggi sono, però, poco valorizzati dall’illuminazione che risulta piuttosto piatta e non pone in risalto le forme. Solo in due momenti del secondo atto le luci giocano un ruolo significativo: un cono di luce avvolge la protagonista quando intona l’aria «Vissi d’arte» e nel finale dello stesso atto secondo (quando Tosca dispone i candelabri e il crocifisso sul corpo di Scarpia) il palcoscenico, improvvisamente buio, viene illuminato dalla luce fioca delle candele creando così, dopo l’efferatezza dell’omicidio appena compiuto, un improvviso crollo di tensione decisamente suggestivo.
I movimenti scenici seguono fedelmente il dettato pucciniano e l’opera è rappresentata nelle sue connotazioni più tradizionali; complessivamente manca, però, un’impronta personale nell’interpretazione dei cantanti. Fa in parte eccezione Celia Costea che esprime piuttosto bene i diversi volti di Tosca, personaggio esuberante e appassionato, dalla dirompente personalità ma anche capace di momenti di grande lirismo: il soprano passa con una certa disinvoltura dalle effusioni amorose, in cui i toni della sua voce si fanno più morbidi e delicati, a momenti drammatici nei quali cerca di modulare un canto più duro e spigoloso. Va tuttavia apprezzata più la resa attoriale della Costea che non la dinamica della sua voce, morbida e rotonda ma poco penetrante. Il tenore Walter Borin la cui performance è accurata nell’intonazione ma poco efficace nel rendere le sfumature emotive del proprio personaggio, senza particolari caratterizzazioni psicologiche né varietà di colori. Va riconosciuto al tenore un buon controllo tecnico della voce che non è, tuttavia, accompagnato da una capacità espressiva neanche nei momenti più intensi dell’opera: l’ascoltatore non riconosce la delicata dolcezza che dovrebbe emergere nel primo duetto d’amore con Tosca e il canto disperato di «E lucean le stelle» non è interpretato in modo da toccare il cuore degli spettatori. Lo Scarpia di Carmelo Corrado Caruso ha mostrato una certa difficoltà a reggere la scena, tutto concentrato sulla resa vocale e spesso troppo legato alla bacchetta del direttore d’orchestra (in particolare nel “Te Deum”, piuttosto difficoltoso). Nel secondo atto, pur mantenendo l’accuratezza esecutiva, il baritono ha acquistato una certa disinvoltura nel canto come anche nella presenza scenica. Complessivamente valido il resto del cast, citiamo in particolare il sagrestano di Maurizio Muscolino e l’Angelotti di Francesco Palmieri. Apprezzabili anche la prova del Coro diretto da Tiziana Carlini e le voci bianche “Gaudeamus Igitur” preparate da Elisa Poidomani. La musica di Puccini accompagna e commenta con straordinaria puntualità lo svolgersi della vicenda, dipingendo il carattere dei vari personaggi e giocando attentamente con quanto avviene fuoriscena e sollecita l’immaginario degli ascoltatori: è, infatti, la musica a suggerire lo scenario di una Roma silenziosa spettatrice del tragico destino dei personaggi, ed è sempre l’orchestra a sollecitare l’idea di uno spazio aperto, di un ‘oltre’ tanto agognato e mai raggiunto. Queste sfumature espressive, che rendono pienamente il senso profondo della partitura di Tosca, non sono state sufficientemente valorizzate nella direzione del maestro Giuliano Carella: l’orchestra risulta poco presente, appare complessivamente sottotono, quasi completamente assorbita dalla sua funzione di accompagnamento alle voci, contenendo i propri volumi per non sovrastarle. Unico momento in cui l’orchestra diviene davvero protagonista è l’introduzione strumentale che apre l’ultimo atto dell’opera: un delicato ritratto sonoro dell’alba romana nel quale Carella ha saputo raggiungere sonorità raffinate ed eleganti. Foto Giacomo Orlando – Teatro Massimo Bellini di Catania

 

2 Comments

  1. francesco giudiceandrea

    gentile Erica Capizzi,
    ero presente anche io casualmente alla recita del 23/02/2012 a Catania e volevo amichevolmente dirLe che non mi trovo d’accordo su alcune delle cose che ha scritto. Non intendo fare una controcritica né entrare nel merito di una discussione su quella ampia parte di valutazione soggettiva che fortunatamente caratterizza questo tipo di lavoro. Però alcune cose anche in musica e nel teatro hanno una loro oggettività tecnica indipendentemente dal fatto che siano piaciute o meno e credo pertanto che non debbano essere taciute o stravolte. La cosa che più mi ha sorpreso leggere è stata la valutazione la valutazione sulla sonorità dell’orchestra. Premesso che nessuno dei solisti aveva una voce piccola o insufficiente per la parte, in più punti della partitura i cantanti sono stati evidentemente coperti dalle sonorità cercate, come nel duetto del I atto, nel Te Deum e nel II atto. L’orchestra anche a giudizio di altre persone presenti alla serata, non era affatto “contenuta” ma caso mai spinta in modo inopportuno. A mio modesto parere portare la ricerca del Forte di una esecuzione oltre le umane possibilità dei cantanti o degli strumentisti solisti e del coro, oltre ad essere un fatto di elementare scarsa furbizia esecutiva, quando arriva a rendere incomprensibile il testo, le linee del contrappunto o la voce solista, non rappresenta più un discorso di scelta interpretativa che può piacere o meno ma un errore tecnico, trasformando la musica in fracasso. Seconda cosa, il baritono Caruso non ha oggettivamente mostrato avere alcuna difficoltà nel reggere la scena ma anzi è riuscito a mantenere sempre una linea di canto morbida e sicura e a seguire le indicazioni del regista alcune delle quali secondo me discutibili ma qui entriamo evidentemente in un discorso di valutazione soggettiva. Ed infine l’altra cosa che mi ha davvero lasciato sorpreso e sulla quale desideravo farLe conoscere la mia opinione è stato il Suo giudizio sul tenore. Premesso che l’intonazione per un artista lirico è un requisito di base e non un valore aggiunto e che il sig. Borin, su questo concordo con Lei, è giustamente intonato, ci tengo a sottolineare come, esattamente al contrario di quanto Lei scrive, a dispetto di una voce forse non eccezionalmente bella in senso classico ma tecnicamente adeguata per la parte, l’artista abbia offerto un’interpretazione originale ed accuratissima proprio dal punto di vista espressivo sia sul versante musicale che teatrale, frutto non di un generico ed istintivo “cuore in mano” ma di una ottima preparazione e di un evidente ed approfondito lavoro con il regista.
    sperando di avere altre occasioni di amichevole confronto
    La saluto con cordialità
    francesco giudiceandrea

  2. barbara carré

    Cara Signora Capizzi,
    Sono stata presente anch’io la sera del 23 febbraio e leggendo la sua “recensione” sono rimasta impressionata dalle quantita di bugie che ho letto specialmente quello dell’orchestra “quasi non presente,….sottotono…???!!! Ma quando? L’orchestra era sempre troppo forte quando cantavano i cantanti, non si potevano sentire, tranne nell’ vissi d’arte’ e “….e lucevan le stelle”. E quanto mai dire che sia Carmelo Corrado Caruso sia Walter Borin non reggevano la scena e quale inesspressivita?!! Ma uno Scarpia di questa perversa eleganza, malvaggio cosi che faceva paura quando entrava,come puo scrivere queste stupidaggini? E il tenore che era proprio bellissimo nel suo ruolo, oltre la voce ( che piace oppure no) nel suo gesto ,nel suo reagire era tutto Cavaradossi. Mi scuso per il mio italiano non perfetto perche sono straniera ma la non- professionalita mi ha mandato in tilt. C’è troppo hobby qua e niente conoscenza di materia e di teatro. Sara una bellissima benzina scrivere male degli altri ma almeno si dice le cose vere.
    Lascia fare a quelli che conoscono la partitura, che sanno chi sono i personaggi e che sanno anche che quello che si puo fare in studio non si puo fare in teatro ( parlo del volume dell’orchestra che era oltre),
    Cordiali Saluti,
    Barbara Carré

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