Il “Rinaldo” di Haendel-Dantone-Pizzi a Ravenna

Ravenna, Teatro Alighieri, Stagione Lirica 2011/2012
“RINALDO”
dramma in musica in tre atti, libretto di Aaron Hill e Giacomo Rossi
musica di Georg Friedrich Händel
Goffredo KRYSTIAN ADAM
Almirena MARIA GRAZIA SCHIAVO
Rinaldo MARINA DE LISO
Argante RICCARDO NOVARO
Armida ROBERTA INVERNIZZI
Mago Cristiano ANTONIO VINCENZO  SERRA
Araldo WILLIAM CORRO’
Donna/Sirena LAVINIA  BINI
Accademia Bizantina
Direttore Ottavio Dantone
Regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi
Coreografia Roberto Maria Pizzuto
Luci Vincenzo Raponi
Coproduzione Teatro Alighieri di Ravenna, I Teatri di Reggio Emilia, Teatro Comunale di Ferrara
Allestimento del Teatro Municipale Romolo Valli di Reggio Emilia (1985)
Ravenna, 20 aprile 2012

Torna l’opera cult del barocco, l’archetipo del melodramma haendeliano ed anche il modello più paradigmatico del genio scenografico di Pier Luigi Pizzi con il Rinaldo di Georg Friedrich Händel in scena al Teatro Alighieri di Ravenna nell’ambito della Stagione d’Opera e Danza 2011-2012 e in coproduzione con i Teatri di Reggio Emilia, Teatro Comunale di Ferrara con l’allestimento del Teatro Municipale Romolo Valli di Reggio Emilia (1985). Fastoso intreccio di situazioni teatrali mirabolanti e fiabesche, l’opera ha trovato la sua più felice e sorprendente realizzazione scenica ai giorni nostri negli anni ottanta del secolo scorso quando proprio con Pizzi ha rappresentato (con altri eventi concomitanti, ad esempio il ROF di Pesaro) la rinascita del bel canto barocco e di un gusto scenografico che con rigore ed estro interpreta ed esalta la musica e il canto. Il repêchage dell’allestimento pizziano al Teatro Alighieri di Ravenna ha avuto il pregio di riproporre uno spettacolo memorabile rimasto nell’immaginario dei tanti che lo videro per la prima volta e che ora possono notare come le grandi voci che si vi esibirono in quel tempo non potevano ancora avvalersi della avanzata ricerca filologico-interpretativa in capo musicale che abbiamo oggi: registrazioni testimoni, gli anacronistici ripieni orchestrali, il pesante basso continuo “al tungsteno”, le interpolazioni di dinamiche e agogiche fuori tempo e luogo di allora, oggi non si sentono più in nessuna esecuzione di rispetto. Ma c’erano anche grandi voci (una Marylin Horne per esempio) che spesso non erano supportate e valorizzate dalla competenza specialistica di un grande direttore versato nella musica barocca come quello che è stato il coprotagonista dell’esecuzione del Rinaldo haendeliano a Ravenna, il M° Ottavio Dantone con la sua Accademia Bizantina. Somma qualità nella condotta musicale unita a somma qualità scenica hanno costituito il nerbo portante dell’evento il cui cast era formato da voci di specialisti.
Se la bellezza dei costumi e delle scene unita all’eccellenza della lettura musicale di Dantone, si fosse accompagnata a una compagine di vocalità più ampie e autorevoli, ora si potrebbe parlare di perfezione assoluta, ma proprio questo è mancato alla serata: la presenza di grandi voci. Applauditissime peraltro e pure capaci di onorare la fitta scrittura di belcanto, le voci maschili non avevano lo spessore dovuto, tranne quella ben timbrata di Antonio Vincenzo Serra nel Mago Cristiano: il tenore contraltino Krystian Adam con il suo registro acuto pressoché privo di appoggio e al limite del falsetto e l’Argante di Riccardo Novaro senza spessore vocale, più bass-baritone che basso, non hanno goduto in pieno dell’imponenza e del risalto del loro personaggio; il momento dell’aria di sortita “Sibilar gli angui d’Aletto” realizzata con evoluzioni equestri di carrelli mossi da aiutanti e figuranti di scena, avrebbe raggiunto il massimo effetto con una vocalità del basso assai più ampia di quella di Novaro che era  molto più a suo agio nella scena del corteggiamento di Almirena del second’atto e poi con l’aria amorosa per Armida “Basta che tu sol chieda”; nel presente allestimento l’aria “Ah crudel, il pianto mio” di Armida, trasformata in Almirena nel secondo atto, veniva cantata da quest’ultima secondo una precisa scelta di regia. E proprio in Almirena Maria Grazia Schiavo, è risultata essere l’interprete giusta al posto giusto: spessore lirico e agilità appoggiata sul fiato hanno ben rappresentato il carattere del personaggio denso di affetti culminanti nella celeberrima “ Lascia ch’io pianga”. Fatto è che l’opera era “alleggerita” di molti recitativi ed arie e il libretto seguiva una versione compendiata di diverse edizioni realizzate da Haendel (quelle del 1711, del 1717 e del 1731) con diversi tagli previsti dal regista e dal direttore.
Per il Rinaldo di Marina De Liso e per l’Armida di Robert Invernizzi la stessa cosa: voci duttili, ma leggere che poco valorizzano e poco traducono in senso sonoro la retorica e il dinamico turgore delle scene e dei sontuosissimi costumi; ricordo che Pizzi pone ogni interprete su un alto carrello  che (o rappresenti un destriero o un vascello o un sedile) viene mosso sulla scena da aiutanti mimetizzati i quali, in una sorta di controdanza, agitano gli amplissimi e fluttuanti mantelli dei personaggi provocando una suggestione di colori e di stoffe senza pari. Il furibondo ingresso di Armida nel primo atto con l’aria “Furie terribili” non poteva avere il giusto impatto con lo scarso volume della Invernizzi né l’aria finale del secondo “Vo’ far guerra” imporre il suo ruolo di gran signora degli inferi dal virtuosismo eclatante; anche l’aspetto eroico di Rinaldo non traluceva molto dalla grana vocale della De Liso e l’aria di certame “Or la tromba” faceva propendere la palma più per quest’ultima.
“Augelletti che cantate” e poi con il duetto Rinaldo- Almirena: “Scherzano sul tuo volto”. L’eccellente conduzione dei fiati, così importanti e significativi nell’opera di Haendel, è un esempio tra i tanti della perizia e grandezza del concertatore Dantone che ha avuto anche modo di mostrarsi eccelso cembalista (oltre che estroso continuista) nel famoso assolo di clavicembalo che Haendel innesta nella funambolica aria di Armida “Vo’ far guerra” con altrettanto furenti variazioni sul tema. Il successo annunciato della serata ha trovato infine la sua convergenza nella splendida collaborazione Dantone-Pizzi (inossidabile quest’ultimo, nonostante i suoi ottanta, si è presentato a ricevere gli applausi in scena) che si spera inauguri un ulteriore rilancio nel firmamento dell’opera barocca.

 


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