Angelina e le mie suggestioni rossiniane Alcune considerazioni sopra Cenerentola. Una favola in diretta

“Popolare”. È questa la parola d’ordine che s’impone Carlo Verdone alla vigilia del suo cimento rossiniano nell’ambizioso progetto in diretta ideato da Andrea Andermann. Mentre le aspettative dei melomani si incrementavano, le voci di stampa che si susseguivano allontanavano sempre di più questa nuova Cenerentola da Rossini e la avvicinavano ad una rivisitazione favolistica (portata avanti senza il beneplacito del suo autore) in cui la musica si riduceva a colonna sonora e in cui la ragione teatrale rossiniana veniva frettolosamente bollata di inefficacia per il linguaggio della macchina da presa. In preda all’estasi di un maldestro contrappasso dantesco, mi prendo ora la licenza di bollare questa Cenerentola. Come già il Rigoletto bellocchiano dello scorso anno (ve lo ricordate? Quello così realista e vero il cui protagonista rimaneva asciutto nel bel mezzo di un arido temporale nel III atto) la favola verdoniana (poiché di Rossini ha ben poco) è un buco nell’acqua.
Lo è in prima istanza dal punto di vista degli orari di trasmissione (alle 23:30 l’ottantacinque per cento dei bimbi, cui la favola è indirizzata, è a nanna e non inchiodato alla tv in attesa trepidante del rondò finale della protagonista) e degli (esigui) ascolti in relazione al budget (tutt’altro che esiguo) stanziato per il progetto.  È pur vero però che se si dovesse decretare il successo di un programma televisivo sulla base del solo dato auditel si sposerebbe quel sonnolento torpore che porta i vertici  Rai ad esaltare i reality come fiore all’occhiello del palinsesto di Viale Mazzini. Altri dunque i parametri da utilizzare: la qualità (o meglio: la bontà) dell’idea e poi soprattutto il rapporto fra questa nuova “popolarità” e le ragioni dell’autore.
L’idea, quindi. L’idea qualcosa deve, è vero, al reality! Inutile nasconderselo, è anche un gran colpo di genio. Si sa: anche una buona idea però, è destinata al precoce invecchiamento qualora manchi di un’anima che la motivi e la animi profondamente. Pare questa la sorte dell’idea andermaniana, che al cimento rossiniano arriva piuttosto stanca. Ma già lo era lo scorso anno con il  Rigoletto, seguìto a una gradevole (cast escluso) Traviata a Parigi e a un’esaltante Tosca (ma lì l’opera si prestava assai bene all’esperimento).
Filmare “Cenerentola live” o, se si preferisce, “nei luoghi e nelle ore” crea ad Andermann non pochi problemi, proprio perché le ore non ci sono! Il titolo di Rossini non presenta riferimenti temporali espliciti né nella partitura né nel libretto (se si esclude la frase di Alidoro «La notte è ormai vicina»). La Cenerentola non è infatti “Cenerentola”, non è favola, non ha il ballo (e non ne ha perfino le musiche, ma tant’è..ad Andermann piacciono quelle dell’Armida e si inseriscono quelle!), non ha la mezzanotte, non ha la matrigna, non ha la scarpetta. Questi particolari (lo ribadisco, assenti nell’opera) sono reinseriti dal regista (forse per volere dello stesso produttore) con palesi forzature sul piano della drammaturgia. Ma si sa… il fascino della macchina da presa esalta gli animi; così Verdone e Andermann vanificano ogni sforzo profuso dal compositore per rendere la fiaba, seppure nella sua dolce follia, una storia reale e razionale, insomma “illuminata”.
Lo smaniglio rimane quindi nel portagioie e Angelina perde la scarpetta (oltretutto con una calzata degna di un campione dell’NBA); per la mezzanotte, è bastato spezzettare l’opera in tre tronconi; per farla stare nei tempi (come la carrozza, sembrava che anche la partitura dovesse tramutarsi in cenere dopo le 24) è bastato tagliare i recitativi con quella sensibilità che gli autori del progetto condividono con i macellai et… voilà! Il piatto è servito! Una Cenerentola nuova di zecca! Un format pronto per la macchina da presa, trasmessa in contemporanea al decesso di un capolavoro assoluto del teatro d’opera.
Con buona pace della vis comica insita nella partitura sono andati perduti ingenuamente momenti dalle potenzialità registiche esilaranti: il recitativo prima dell’aria di Magnifico (ma quale cicaleccio lo svegli proprio non si sa!), quello dopo il duetto fra Ramiro e Cenerentola, quello dopo l’aria Dandini, quello all’arrivo a Palazzo, quello prima dell’aria di Ramiro, quello dopo il temporale, quello prima del Finale, riproposto solo in minima parte. E con buona pace della credibilità della vicenda Ramiro piomba in casa di Magnifico nel II atto (anche lui fresco e asciutto di tintoria dopo il temporale) e riconosce la sua sposa («Siete voi!») non dalla prova della scarpetta visto che la stessa doveva averla probabilmente dimenticata sulla carrozza, ma (forse) dall’odore. Ma si sa… l’amore si serve di qualunque mezzo… anche dell’olfatto!
Continuo a non capire poi, come abbia fatto il Principe di Salerno (Ramiro) ad arrivare a Torino. Per Andermann Tosca è romana (bravo!), Rigoletto è mantovano (corretto!), Violetta è parigina (benissimo!) e Ramiro è forse campano? No! Ramiro, per intercorsi accordi televisivi, doveva trasferirsi lontano da quella tradizione a cui il titolo rossiniano è per molti versi saldamente incatenato. Non sapevo quindi che il Principe avesse una seconda casa in Piemonte (di questi tempi anche piuttosto costosa)! Una casa bellissima, per carità (che la regia non riesce ad esaltare al meglio) molto più bella, per intenderci, di quella delle sorellastre che vivono evidentemente in un bilocale (visto che sono costrette a truccarsi in cucina).
Per il resto, la regia di Verdone scorre fra impacciate gags da avanspettacolo e momenti di una staticità disarmante a cui contribuiscono le masse imbambolate in emicicli di stampo puramente teatrale (uno su tutti quello su «O figlie amabili di Don Magnifico»), un immobile sfondo ai cantanti protagonisti. Peccato, si sarebbe potuto fare di più! Ma si sarebbe potuto fare molto di più anche con le luci, inesistenti, o meglio onnipresenti (tutto indistintamente illuminato all’eccesso); con i costumi (davvero di bassa sartoria nei tessuti, nelle fantasie cromatiche, nelle lavorazioni) e con i cantanti. Forse suggestionati dai primi piani, anche i rossiniani più esperti (e mi riferisco al Magnifico di Carlo Lepore e all’Alidoro di Lorenzo Regazzo) appaiono sottotono. Quanto al Dandini di Simone Alberghini, non l’ho mai ritenuto adatto alla parte per via di una elasticità vocale ancora da maturare. Mi chiedo come si possa mutare l’immagine di Ramiro (che Edgardo Rocha canta con discreto gusto sebbene espressivamente inerte) al punto di farne un’evocazione della bestia disneyana, figura con la quale dal punto di vista drammaturgico peraltro non condivide nulla. Mi chiedo anche perchè il vivaio nostrano sia stato ritenuto inadatto alla ricerca di una cantante in grado di reggere la parte di Angelina, impervia sì, ma non fra le scritture rossiniane peggiori. Lena Belkina, teatralmente (e azzardo “cinematograficamente”) inespressiva, canta con scarsa sensibilità agilità generiche e piuttosto meccaniche. Dalle nostre parti (senza voler obbligatoriamente suggerire il nome di Cecilia Bartoli) “Cenerentole” ne abbiamo di miliori! Alla Tisbe di Annunziata Vestri e alla Clorinda di Anna Kasyan è mancata invece una regia realmente in grado di valorizzare le potenzialità comiche dei loro ruoli. Mi chiedo, ennesima domanda senza risposta, come un rossiniano esperto come Gianluigi Gelmetti abbia potuto prender parte a questa operazione senza ribellarsi alle sforbiciate sui recitativi e ai pastiche. Quanto alla sua direzione, che pare suggestionata dal Barbiere abbadiano per DG, è molto televisiva e molto poco rossiniana: vi mancano varietà di colori, cambi di tempo rapidi e strette incisive, vi sovrabbondano i colpi di grancassa! In conclusione: che rimane della Cenerentola? Solo la voglia di rivederla il prima possibile in teatro.

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