“L’elisir d’amore” al Teatro Massimo di Palermo

Palermo, Teatro Massimo, stagione lirica 2012
“L’ELISIR D’AMORE”
Melodramma giocoso in due atti, libretto di Felice Romani da Le philtre di Eugène Scribe
Copyright ed edizione Universal Musical Publishing Ricordi srl, Milano.
Musica di Gaetano Donizetti
Adina DESIRÉE RANCATORE
Nemorino CELSO ALBELO
Belcore MARIO CASSI
Dulcamara PAOLO BORDOGNA
Giannetta ELENA BORIN
Orchestra e Coro del Teatro Massimo
Direttore Paolo Arrivabeni
Maestro del Coro Andrea Faidutti
Regia Damiano Michieletto
Scene Paolo Fantin
Costumi Silvia Aymonino
Luci Alessandro Carletti
Allestimento del Palau de les Arts Reina Sofía, Funcació de la Comunitat Valenciana – Valencia, España
Palermo, 15 giugno 2012

Con l’arrivo della stagione estiva cresce a dismisura la voglia di mare, di vacanze, di sole. Desideri di cui si fa portavoce, con irresistibile attrazione visiva e cromatica, l’allestimento de L’Elisir d’amore in scena in questi giorni al Teatro Massimo di Palermo. Reduce dal successo riscosso a Valencia, il regista veneziano Damiano Michieletto ha presentato a Palermo uno spettacolo originale, fresco in ogni senso, e da noi molto apprezzato. L’idea di base è quella di spostare l’ambientazione dalla cornice tradizionale, quella campagnola di inizio Ottocento, ad uno stabilimento balneare dei giorni nostri. Ecco così che i vari personaggi vengono ridefiniti in nuova chiave: Adina è la disinibita proprietaria di un chiosco di bibite, la più desiderata della spiaggia; Nemorino un impacciato bagnino, adibito allo smistamento di cartacce e spazzatura; Belcore l’arrogante capitano di marina, sempre in giro a fare incetta di cuori (per usare un eufemismo); Dulcamara lo scaltro imbonitore che spaccia (anche qui in senso lato) creme antirughe, polverine miracolose e beveroni energetici; Giannetta una cameriera del chiosco, anch’essa priva di inibizioni, che finirà tra le braccia di Belcore (quest’ultimo verrà arrestato dalla polizia perché in possesso di una delle sostanze di Dulcamara). Tutt’intorno si muovono i bagnanti, nei colorati “costumi” (nel senso proprio della parola) di Silvia Aymonino – meno convincenti gli abiti della protagonista – all’interno di scene ancor più colorate e visivamente sfrontate, con tocchi deliziosamente vintage, ideate dal collaboratore abituale di Michieletto, Paolo Fantin.
La premiata ditta Michieletto-Fantin offre, dunque, una rilettura che ben si adatta alla drammaturgia dell’opera donizettiana. Regista e scenografo non sono certo estranei a trasposizioni moderne: da Madama Butterfly (rappresentata a Torino) a Die Entführung aus dem Serail (visto a Napoli nel 2009, ma che allora convinse ben poco) sino alla trilogia Mozart-Da Ponte alla Fenice, anch’essa oggetto di accesi dibattiti. Nella recita alla quale abbiamo assistito non è mancato qualche mugugno: “Non è opera questa, è operetta!”. Ma qual è la cifra che dovrebbe distinguere un’opera? Forse annoiare, al contrario dell’operetta, briosa e divertente? Perseguire il totale scollamento dal contemporaneo? Non v’è dubbio, la questione è complessa e personalmente siamo dalla parte di un’interpretazione filologica del teatro d’opera, anche sul versante della regia e delle scene. Ma filologia, a nostro parere, significa innanzitutto non travisare il significato drammaturgico originario. E in questo Elisir nulla viene travisato, né tantomeno stravolto. Al contrario, vengono esaltate le dinamiche profonde dell’opera, che Michieletto fa uscire allo scoperto e che carica di un preciso significato.
Convince soprattutto l’interpretazione in chiave “liquida” dello spettacolo. Michieletto prende spunto dal tema centrale dell’opera (l’elisir, appunto) e lo amplifica ad ogni livello, moltiplicando all’ennesima potenza le suggestioni del libretto. È quindi tutto un susseguirsi di schizzi e spruzzi, dalla doccia funzionante del Primo Atto, al gigantesco scivolo gonfiabile del secondo, ben presto invaso da cumuli di schiuma. I duetti stessi vengono declinati in chiave di competizione, e tutti si trasformano, all’inizio o nella parte finale, in battaglie d’acqua. Persino l’aria conclusiva (“Prendi: per me sei libero”), caratterizzata nel cantabile dalla giusta dose di tenerezza, nella cabaletta assume le fattezze di un festino gioioso, che non risparmia getti esplosivi provenienti da bottiglie in fibrillante scotimento. “Il problema è appunto quello di dare un significato teatrale alla forma musicale – dichiara Michieletto – per costruire una scena, io parto sempre da un verbo, cerco di ridurla tutta alla sua più semplice espressione. […] E allora anche i ‘da capo’ e le cadenze e le parole ripetute infinite volte contro ogni ragionevolezza acquistano un valore drammaturgico. Alla fine si tratta solo di avere fiducia nell’Autore, che sulla sua opera ne sa più di noi”.
Non si fermano qui le invenzioni registiche: durante la cavatina di Adina, la ginnastica da spiaggia costituisce un espediente per creare un’opportuna coreografia di accompagnamento alle parole della protagonista; Belcore ritorna alla fine del Primo Atto a cavallo di un fiammeggiante scooter, e i fiori che regala ad Adina sono quelli stampati su un telo da mare; la festa di nozze del Secondo Atto si trasforma in una serata danzante in discoteca; geniale e assolutamente rispondente alla concezione drammaturgica il fermo immagine durante l’aria di Nemorino (“Quanto è bella, quanto è cara!”) funzionale all’espressione “a parte” dei pensieri del protagonista. Veramente ottima l’intesa tra i cantanti, tutti di livello e bene amalgamati tra di loro. Che si divertissero realmente, e non per finta, è stato evidente sin dalle prime note. Un divertimento trasmesso senza mediazioni, condiviso e ampliato dal Coro del Teatro Massimo, in particolare dalla sezione femminile, in gran forma per la resa musicale delle scene centrali del Secondo Atto. Accanto a loro, la Giannetta di Elena Borin si è segnalata per l’interpretazione vivace e la voce spiritosa, in una scena notturna solo idealmente, in realtà popolata da luci psichedeliche e riflettori.
Le luci di Alessandro Carletti hanno scandito in modo intelligente le parti fondamentali dell’azione: dalla luminosissima scena d’apertura, attraverso le tinte soffuse di un malinconico tramonto, fino appunto alla notte. Diventa così una vera e propria corsa contro il tempo quella di Nemorino, qui interpretato da Celso Albelo. Il tenore spagnolo offre una performance davvero eccezionale, riuscendo a rendere con straordinaria autoironia la goffaggine di Nemorino, la sua insicurezza, ma anche gli aspetti più puri del suo carattere. Albelo si muove con disinvoltura sul palcoscenico, diverte molto e ancor meglio canta, come si ascolta nel duetto iniziale, nel confronto con Belcore e nella celebre romanza (“Una furtiva lagrima”), applauditissima dal pubblico. L’emissione è chiara, il timbro modulato nelle diverse zone, gli acuti raggiunti con facilità. Le sue schermaglie con Desirée Rancatore esaltano con freschezza la musica. Dal canto suo il soprano palermitano è perfetto per il ruolo della protagonista: capricciosa e volubile, in lei non “v’ha brama che tosto non muoia appena è desta”. Allo stesso modo la sua voce si attorciglia in mille capricci, affronta senza cedimenti le numerose agilità, sa variare con gusto, mantenendo un’evanescenza vocale aderente al personaggio. La Rancatore esprime il fare civettuolo di Adina, ma va anche a comporre un profilo caratteriale fra i più sfumati, unendo molteplici componenti – gelosia, tenerezza, furbizia, sensualità – in un tripudio di contraddizioni.
Molto apprezzato il Dulcamara di Paolo Bordogna, dal timbro accattivante e soprattutto dalle mirabolanti doti sceniche. Polifunzionale nelle sue continue metamorfosi (da venditore da spiaggia a Dj di discoteca) compare su una jeep ipertecnologica, magnificando con toni da televendita le miracolose proprietà del Full Energy “Elixir”, con tanto di lattine gonfiabili al seguito e vallette in abiti succinti e parrucche fucsia, quasi replicanti della Portman di Closer. In Dulcamara vengono condensati gli aspetti oscuri dell’opera, “frizzante e divertente ma anche con un lato nascosto, manipolatore”. Decisamente in ruolo Mario Cassi, interprete di Belcore, di presenza scenica attraente e sicuro sul piano vocale, con un volume di spessore notevole. Applausi convinti verso tutti, anche ad apertura di sipario nel Secondo Atto, a testimoniare l’apprezzamento entusiasta nei confronti di scene e regia. Qualche fischio al direttore d’orchestra, Paolo Arrivabeni, che invece a nostro parere ha adempiuto correttamente al suo compito, senza particolare mordente, ma conferendo ampio respiro al suono dell’orchestra. Tutto si muoveva con estrema leggerezza, con superficialità. E nel momento in cui tale superficialità riesce ad emergere, solo allora si penetra nella profondità de L’Elisir d’amore.

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