Milano, Teatro alla Scala: “Luisa Miller”

Milano, Teatro alla Scala – Stagione d’Opera e Balletto 2011-2012
“LUISA MILLER”
Melodramma tragico in tre atti su libretto di Salvadore Cammarano
Musica di Giuseppe Verdi
Il Conte di Walter VITALIJ KOWALJOV
Rodolfo MARCELO ALVAREZ e PIERO PRETTI
Federica DANIELA BARCELLONA
Wurm KWANGCHUL YOUN
Miller LEO NUCCI
Luisa ELENA MOSUC
Laura VALERIA TORNATORE
Un contadino JIHAN SHIN
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Gianandrea Noseda
Maestro del coro Bruno Casoni
Regia Mario Martone
Scene Sergio Tramonti
Costumi Ursula Patzak
Luci Pasquale Mari
Nuova produzione Teatro alla Scala
Milano, 9 Giugno 2012

Una produzione, questa “Luisa Miller” del Teatro alla Scala di Milano, fortemente ambivalente nel suo duplice aspetto di brillante esecuzione musicale e spiacevole allestimento scenico. Il regista Mario Martone non riesce ad eguagliare le interessanti idee che costellavano il dittico “Pagliacci-Cavalleria” della scorsa stagione scaligera e realizza uno spettacolo monocromatico e povero di soluzioni efficaci, complici le scene non belle di Sergio Tramonti ed i costumi poco accattivanti di Ursula Patzak. Dalle note di regia si evince che il regista ha voluto trasporre la vicenda in una dimensione onirica, da incubo, in cui i protagonisti si muovono gravitando intorno all’elemento centrale del letto e si consumano nei rispettivi drammi. Una tale concezione avrebbe forse potuto suggerire un utilizzo più audace ed evocativo della struttura scenica, della quale si apprezza unicamente il tetro bosco che si staglia sullo sfondo del palco, grazie anche all’apporto del gioco-luci di Pasquale Mari.
Sul versante musicale, al contrario, Gianandrea Noseda ha saputo evidenziare i tesori della partitura con grande passione e precisione assoluta. Al suo debutto operistico sul podio della Scala, il direttore milanese non ha lasciato nulla al caso e la dedizione profusa nella lettura del titolo verdiano si è evidenziata in ogni singolo momento. La cura del suono orchestrale è emersa con prepotenza nella sezione degli archi, magnifici per compattezza e pure nello smalto che ha caratterizzato certi interventi degli ottoni. Molto pertinenti le dinamiche scelte, realizzate dall’orchestra in modo impeccabile. Meno soddisfacente la coesione con il Coro, buono nell’intervento fuori scena durante la battuta di caccia, ma, nella totalità, meno preparato rispetto a prove passate.
Elena Mosuc è risultata appena adatta a soddisfare le richieste del ruolo principale. La vocalità di Luisa richiede non solo predisposizione alla coloratura, ma anche un’emissione sicura nei registri centrale e grave, il tutto realizzato con un fraseggio ora infuocato, ora sognante ed allucinato. Tali caratteristiche convengono solo in parte al soprano rumeno che, data la sua natura leggera, si è dimostrato più versato nel canto di agilità (nonostante una salita in acuto che, negli anni, si è fatta più lenta e laboriosa) e nell’espressione del lato elegiaco del personaggio. Ciò detto, l’esecuzione prettamente vocale della grande aria al secondo atto non ha destato grande clamore, anche se la Mosuc ha cercato sovente di sopperire alla mancanza di peso specifico con una serie di accenti azzeccati. I momenti migliori sono stati il quartetto a voci scoperte, in cui l’intervento di Luisa è stato caratterizzato da un bell’aplomb ed il duetto con Miller al terzo, in cui la collaudata coppia artistica Nucci-Mosuc, ha fatto rivivere gli ottimi esiti dei trascorsi Rigoletti.
Gli spettatori presenti in sala hanno potuto poi sperimentare l’eccezionalità di una doppia interpretazione di Rodolfo all’interno della medesima recita: Marcelo Alvarez, titolare del ruolo, ha cantato tutto il primo atto con evidenti difficoltà nella tenuta vocale. L’emissione si presentava frammentata, con numerosi buchi nell’intera gamma e, nonostante l’immediata comunicativa che sempre distingue il canto di questo tenore, non si può dire che la sua performance stesse imbroccando la giusta direzione. A sostituirlo per indisposizione, è così subentrato Piero Pretti che si alterna ad Alvarez nel ruolo di Rodolfo e che ha offerto un’ottima prova. Entrato in scena all’inizio del secondo atto, con preavviso nullo e con la pressione psicologica di dover esordire con la temibile aria “Quando le sere al placido”, il giovane tenore ha confermato pienamente tutte le belle qualità già esibite nel suo Duca di Mantova, precedentemente ascoltato in altro contesto: timbro gradevole e sonoro, sostenuto da un’emissione impeccabile (stupendo il dominio del tanto ostico passaggio di registro). Pretti ha poi convinto pienamente, grazie ad una recitazione scevra da manierismi, caratterizzata da un appeal scenico virile e da una discreta, seppure perfettibile, disinvoltura.
E’ curioso osservare come il basso Kwangchul Youn (Wurm), dotato di voce ampia e di timbro tornito, avrebbe potuto trarre miglior partito dalla vocalità più nobile del Conte, mentre Vitalij Kowaljow (il Conte di Walter) sarebbe risultato più adatto a vestire i panni del farabutto Wurm, alla luce del timbro più ruvido e dell’emissione meno rifinita. Ciononostante, bisogna dare atto al basso coreano di aver realizzato il suo personaggio con una certa efficacia, mentre Kowaljow ha dato come l’impressione di comprendere ben poco della nostra lingua, con un effetto di alienazione piuttosto fastidioso.
Daniela Barcellona nel cammeo di Federica è parsa un po’ sottotono dal punto di vista vocale (un paio di scivolate nel passaggio al registro grave, ad esempio), ma simpatica e relativamente sexy sulla scena. Molto ben cantata la Laura di Valeria Tornatore e funzionale il contadino di Jihan Shin.
Resta Leo Nucci, per il quale applausi ed ovazioni quasi non sono bastate a manifestare il sentimento di ammirazione e gratitudine da parte del pubblico. Ammirazione ampiamente giustificata da una professionalità enorme che porta questo veterano del palcoscenico a gestire magnificamente il ruolo di Miller, interpretato con sapido mestiere e cantato con una perizia tecnica straordinaria. Se la voce, per ovvie ragioni, risuona appena più asciutta rispetto al passato, il volume e la chiarezza di dizione sono tuttora impressionanti, mentre l’emissione rimane un modello di proiezione. In summa, una benedizione oggi, come e più di ieri. Luisa Miller è in replica fino al 23 giugno. Foto Brescia e  Amisano © Teatro alla Scala


3 Comments

  1. Irina Sorokina

    Buon giorno, ho “beccato” il secondo cast ieri sera e mi sentivo un po’ turbata vedendo come la sala della Scala si riempiva lentamente, pensando “non è serata movimentata”. Tutto il contrario! Una serata indimenticabile, nonostante la regia poco articolata se quasi inesistente. Merito della grande musica. I cantanti sono stati veramente ottimi e stavolta, come succede raramente, la parte maschile ha superato quella femminile! Bravissimi, pieni di carica drammatica e amarezza umana Orlin Atanassov (Walter) e sopratutto Vutaly Bilyy (Miller) in possesso di uno “strumento” nobile, rotondo, pieno. Una bella sorpresa il tenore Piero Pretti, a lui si è riservato un successo personale tutto meritato! Ed infine, uno spettrale Marco Spotti, così credibile nel ruolo di Wurm, un attore consumato ed un cantante dall’accento impeccabile e la dizione nitidissima. Le parole buone vanno alle donne, Tamar Iveri e Barbara De Castri. Efficiente Gianandrea Noseda.

  2. michele.macaluso@fastwebnet.it

    Non ho assistito allo spettacolo di Luisa Miller alla Scala di Milano. Ho però apprezzato il commento di Irina, che ha solo promosso i cantanti e la musica. Dire nulla o meglio quasi inesistente è la bocciatuta del regista martone adepto alla setta dei rivoluzionari della tradizione. Trasportare l’azione del seicento in Tirolo e le situazioni che in esso sisvolgono.
    Era grave cancellare il Castello di Walter ed i suoi interni in un gran lettone sul quale si affannano la Luisa e gli altri personaggi? Per non dimenticare di conseguenza l’attualità dei costumi che urlano di vergogna a corredo della musica verdiana.
    Entrare nei cervelli di questi pseudo intellettuali nevrotici e instabili é tanto arduo quanto inutile: 200 anni di tradizione gloriosa non si può annullare.

  3. Irina Sorokina

    Gentile Michele, ho già scritto la mia recensione in russo per il portale http://www.operanews.ru, dal lungo titolo “Il regista se c’era… dormiva, ma la grande musica si che s’era”. Il regista Martone, a cui non tolgo i meriti (ho visto alcune sue produzioni alla Scala e al ROF) spesso dimostra la sua appartenenza alla categoria dei registi che si fermano perplessi davanti alla Signora Opera (come la chiama Franz Werfel), non sanno cosa farsene e così sostituiscono la conoscenza di questo genere del teatro musicale e le idee con le lunghe dichiarazioni chiamate “note di regia” e pubblicate nel programma di sala. Se ci sono delle idee, non abbiamo bisogno delle spiegazioni. Credo che per Martone la definizione “adepto alla setta dei rivoluzionari della tradizione” è troppo lodevole, per essere rivoluzionari bisogna avere delle proprie idee (a Bregenz si vedono spesso le produzioni si che rivoluzionarie, ma non contro il senso dell’opera, basta citare “Tosca”-2008 e “Andrea Chenier”-2011). Il regista napoletano riducendo tutto a qualche movimento attorno ad un letto, ad una poltrona, e con un bosco tetro dimostra soltanto l’impotenza creativa. Una tristezza infinita! Cmq, l’esperienza insegna, che c’è moto, ma molto peggio! Alla fine del mio articolo scrivo che se l’opera fosse stata eseguita in forma di concerto, il risultato sarebbe stato migliore.

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