Milano, Teatro alla Scala: “Manon”

Milano, Teatro alla Scala – Stagione d’Opera e Balletto 2011-2012
“MANON”
Opéra comique in cinque atti e sei quadri, su libretto di Henri Meilhac e Philippe Gille, dal romanzo dell’Abbé Prévost
Musica di Jules Massenet
Manon ERMONELA JAHO
Le Chevalier Des Grieux MATTHEW POLENZANI
Lescaut RUSSELL BRAUN
Le Conte Des Grieux JEAN-PHILIPPE LAFONT
Guillot de Morfontaine CHRISTOPHE MORTAGNE
De Brétigny WILLIAM SHIMELL
Poussett SIMONA MIHAI
Javotte LOUISE INNES
Rosette BRENDA PATTERSON
Hotelier DARIO RUSSO
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Fabio Luisi
Maestro del Coro Bruno Casoni
Regia e costumi Laurent Pelly
Scene Chantal Thomas
Luci Joel Adam
Coreografia
Lionel Hoche
Nuova produzione

In coproduzione con Royal Opera House, Covent Garden, Londra; Metropolitan Opera, New York; Théâtre du Capitole, Toulouse
Milano, 22 Giugno 2012

Una Manon di basso profilo, questa, in scena al Teatro alla Scala di Milano fino al 7 luglio. La colpa di questa mancanza d’entusiasmo va ricercata essenzialmente nei personaggi principali che limitano pesantemente l’esito globale dello spettacolo. È noto l’iter di sostituzioni del soprano che avrebbe dovuto interpretare Manon: dopo il forfait di Natalie Dessay (prevedibile, date le sorti della sua recente Traviata al Metropolitan di New York) e quello di Anna Netrebko (a pochi giorni dalla prima), non è rimasta che Ermonela Jaho a doversi sobbarcare, non solo tutte le prove, ma pure l’intero carnet di recite. Il soprano albanese ha probabilmente fatto del suo meglio, ciononostante la sua performance ha mostrato il fianco a molte, troppe critiche. Il timbro vocale è privo di fascino, opaco e piuttosto acidulo. L’emissione si dimostra fallosa su tutta l’estensione: inesistenti le note gravi, vuoti i centri (perché poggiati sul nulla) taglienti ed intrisi di tensione i sovracuti (due strilli, i re della gavotta), poco scorrevole la coloratura, mentre risultano appena gradevoli i primi acuti, fino e non oltre il si bemolle. Si stenda poi un velo sulla proiezione della voce, talmente inefficace da passare a stento la buca. A riprova di quanto detto, il raggelante silenzio in sala al termine della “petite table”, seguito da una pausa interminabile in orchestra, è stato più che indicativo, così come l’applauso stentato e di cortesia al termine della gavotta. La Jaho trae, se non altro, buon partito dal brillante lavoro registico di Laurent Pelly, il quale delinea benissimo i tratti del personaggio, particolarmente evidenti nella sua evoluzione da fanciulla sprovveduta e curiosa a civettuola dama del bel mondo, fino alla consunzione procuratale dalla dissolutezza. I momenti migliori della sua interpretazione si collocano nella scena di Saint-Sulpice, dove seduzione, provocazione e passione emergono con chiarezza, tramite un linguaggio del corpo meticolosamente curato.
Matthew Polenzani, di casa sul palcoscenico del Met, è un Des Grieux di provincia. Il tenore, originario dell’Illinois, canta tutto forte, o in un falsetto sbiancato quando intende alleggerire l’emissione a fini espressivi, con scarsa musicalità. Anche per lui, le dritte del regista si rivelano utili e gli consentono di donare atteggiamenti di baldanzosa giovinezza al suo personaggio. Evanescente il Lescaut di Russell Braun, di voce piccola, incolore, inudibile per quasi tutta la durata dell’opera. Per fortuna, il resto dei membri del cast rimedia in parte alla situazione, grazie ad un’ottima padronanza dell’idioma francese e ad una preparazione scenico-vocale più che buona. Fra tutti, impossibile non citare il divertente Guillot de Morfontaine di Christophe Mortagne, più attore che cantante (e comunque, uno dei pochi in scena che sembra sapere cosa significhi mettere la voce in maschera) ed il trio delle donnine, vivacissime e spiritose. Il Coro del Teatro alla Scala, tornato in forma dopo qualche prestazione deludente, si è fatto ascoltare con grande soddisfazione.
Il maestro Fabio Luisi, qui al suo debutto operistico, ha diretto con solido mestiere ed ha messo in luce il decadente lirismo di cui la musica di Massenet è intrisa, senza mai dimenticarsi di dare sostegno al canto, seppur con qualche decibel di troppo, qua e là.
Resta da dire di Laurent Pelly che sa fondere le proprie velleità con humour gentile e rispetto del libretto. Avrebbe però meritato altre scenografie, qualcosa all’altezza dei bellissimi costumi in stile fine-Ottocento; la scena dell’hotel, invasa dalle tonalità che dal bianco avorio giungono al più delicato dei lilla, passando per tutte le sfumature del rosa e per il fucsia luminosissimo della mise di Manon, è una festa per gli occhi. Sempre fantasioso ed efficace, negli allestimenti del regista francese, è l’utilizzo delle masse, siano esse grandi o piccole, con intelligenza ed ironia, forgiandone i movimenti in modo da imprimere un carattere ben definito. Foto Brescia e  Amisano © Teatro alla Scala


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