“Norma” a Taormina

Taormina, Teatro Greco Romano, Bellini Festival 2012
“NORMA”
Tragedia lirica in due atti. Libretto di Felice Romani, dalla tragedia Norma ou L’infanticide di Alexandre Soumet
Musica di Vincenzo Bellini
Norma DANIELA SCHILLACI
Pollione GREGORY KUNDE
Adalgisa GÉRALDINE CHAUVET
Oroveso ENRICO IORI
Clotilde MARIA MOTTA
Flavio MASSIMILIANO CHIAROLLA
Orchestra Nazionale dei Conservatori
Gran Coro Lirico Siciliano
Direttore Giuliano Carella
Maestro del Coro Francesco Costa
Regia, scene e luci Enrico Castiglione
Costumi Sonia Cammarata
Allestimento del Bellini Festival
Taormina, 10 luglio 2012

Esattamente due anni fa ho scritto la mia prima recensione operistica. Guarda caso, fu anche in quell’occasione per una produzione all’aperto di Norma eseguita in un teatro greco antico (l’Odeon Erode Attico di Atene) durante la stagione festivaliera estiva. Già allora ero una devota frequentatrice di concerti. Oltre ai frequenti viaggi a New York per assistere alle produzioni del Met, mi recavo in Europa ogni estate per assistere ai vari festival  (Salisburgo, Bayreuth, Munich, Aix-en-Provence, Ravello, Proms, Istanbul, etc). Mi considero abbastanza esperta di opera, benché non abbia mai prestato chissà quanta attenzione a chi dirigeva, alla regia o ai nomi dei cantanti. Ci andavo per godere della musica, perdermi nella storia, per la catarsi insita nell’esperienza in sé. Queste erano le ragioni che mi muovevano. Di certo non ero una dilettante, ma piuttosto ciò che ora definirei una fruitrice unidimensionale di esibizioni dal vivo. La trasformazione in critico musicale mi ha resa inizialmente più puntigliosa verso l’aspetto musicale. Mi studiavo la partitura prima dell’esibizione per poi notare ogni errore (ad esempio, le respirazioni in più, le note piatte, la dizione scorretta e le entrate tardive) durante l’esibizione. Alla fine, sono migliorata nell’assorbire le diverse sfaccettature dell’opera, apprezzando la Gesamtkunstwerk nella sua interezza piuttosto che concentrarmi solo sulla voce.
L’evoluzione in senso olistico del mio approccio è avvenuta grazie agli spunti che mi sono stati offerti, volta per volta, dalle professionalità dei vari amici che mi hanno accompagnato: un fotografo, uno sceneggiatore, uno strumentista, un antropologo, un filosofo, uno storico – ognuno in grado di offrirmi un nuovo punto di vista grazie al quale aggiungevo ogni volta un nuovo livello di profondità di conoscenza. Infine, fu il turno di un amico del college, il tipico manager, amante della birra e del calcio, che veniva dal Mid West: lui rappresentò il punto di svolta. Egli apprezzò molto l’esibizione a cui lo portai: non era mai stato all’opera prima di quella sera. In quell’occasione, lui mi offrì qualcosa di più prezioso di una diversa prospettiva: mi ha insegnato ad adeguare le mie aspettative, trasmettendomi e ricordandomi l’entusiasmo puro che provavo quand’ero una  neofita della lirica.
Avanziamo velocemente verso il 10 luglio 2012. Sono quasi le 21.30 e siedo in un Teatro Antico pieno zeppo che guarda dall’alto Taormina con l’Etna che fuma da lontano. Entrandovi non ero del tutto sicura che avrei gradito lo spettacolo. Daniela Dessì aveva dato forfait all’ultimo minuto ed era stata rimpiazzata da Daniela Schillaci, che non aveva sicuramente avuto tempo sufficiente – se ne aveva avuto – per provare con l’orchestra. C’era anche la questione dell’acustica e del pubblico largamente formato da turisti che, com’era da aspettarsi, chiacchieravano fra di loro e facevano foto col flash durante tutta l’esibizione. L’aspetto positivo di questo comportamento collettivo esecrabile è che mi ha permesso di prendere appunti e seguire la partitura sul mio iPad senza che nessuno di quelli che sedevano vicino a me si lamentasse, dato che loro stessi erano impegnati ad aggiornare il loro stato su Facebook, mandare sms e perfino controllare la posta elettronica. E si, lo ammetto, ho anche fatto delle fotografie durante l’esibizione. Moltissime. Se non puoi sconfiggerli, unisciti a loro!
Quando la musica è iniziata, si è notato subito che l’acustica del teatro fa poco per il suono di un’orchestra ben assortita. Gli ottoni spiccavano a volte come un pugno in un occhio. Anche il coro suonava disomogeneo e non equilibrato. Enrico Giuseppe Iori ha cantato il ruolo di Oroveso con dei marcati vocalizzi. La performance sembrava aver avuto un avvio incerto. Fortunatamente, Gregory Kunde, l’interprete di Pollione, è stato intenso e non ha strafatto nel cantare come a volte si tende a fare quando si canta all’aperto per compensare la mancanza di proiezione. Perciò la sua voce ha tenuto egregiamente fino alla fine dello spettacolo. La Norma di Daniela Schillaci, invece, è sembrata inizialmente un mezzo disastro. A onor del vero,  il soprano ha avuto poco tempo per provare con l’orchestra e non si può che simpatizzare con lei per l’impaccio in cui si è trovata. Tuttavia, spesso non ho potuto non  rabbrividire a causa delle note sbagliate, la linea di canto piatta, i problemi ritmici, le respirazioni udibili insieme ai momenti in cui il fiato era corto. C’è stata un’evidente falsa partenza in “Ah! bello a me ritorna ” che non è sfuggito nemmeno allo spettatore meno competente. La Schillaci ha fatto il suo ingresso in anticipo di alcune battute, fermandosi all’improvviso dopo aver compreso l’errore per poi riprendere a cantare, questa volta al momento giusto. La sua voce era apprezzabile dal punto di vista del volume, anche se non particolarmente gradevole, e la sua coloratura era poco curata nel registro acuto. “Casta Diva” non è stata mal eseguita, ma non è stata nemmeno un’esibizione degna di nota. L’Adalgisa di Géraldine Chauvet è stata statuaria e aggraziata. La sua performance è stata coinvolgente; il suo canto è stato espressivo e colorato da un uso sapiente e pieno della sua gamma dinamica. Lei è stata decisamente la star dell’esibizione. “Va crudele, al dio spietato,” uno dei duetti più intensi e affascinanti dell’opera fra Adalgisa e Pollione, ha rappresentato un’opportunità per gli archi per brillare grazie all’intensità con cui hanno reso il senso di passione e tumulto, rappresentando l’essenza vitale del tema musicale di questo passaggio. Sfortunatamente, però, non hanno saputo sfruttare l’occasione poiché non erano tutti coesi.
Dopo l’intervallo, l’esibizione è cambiata sensibilmente. Il canto è stato perfezionato, l’orchestrazione è stata più precisa, l’intero ensemble è sembrato animato da nuova energia, rinvigorito. Anche Daniela Schillaci, inizialmente incerta, ha ripreso il controllo della performance nella seconda metà della serata, fornendo una prova lodevole. Ha cantato con più sicurezza, la sua voce era più ricca e piena ed ha recitato con più passione e convinzione. Il duetto “Mira, o Norma… Si fino all’ore estreme” è stata eseguita molto bene con equilibrio e armonizzazioni rigorose. Non sono sicura di cosa sia successo. Forse il direttore d’orchestra, Giuliano Carella, avrà fatto a tutti un discorso d’incoraggiamento come fa un allenatore durante la pausa quando la sua squadra sta giocando male. Sembrava come se sul palco ci fosse un cast completamente rinnovato. Sono ritornati con il fuoco negli occhi e hanno cantato davvero col cuore.
L’ambientazione, naturalmente, si adattava perfettamente a quest’opera e la struttura naturale del palco è stata sfruttata efficacemente con pochissime aggiunte di rocce, massi e pilastri per ricreare una scenografia tradizionale. Nell’ultima scena, quando Norma e Pollione saltano nel fuoco insieme poco prima della fine dell’opera, una confusione iniziale mi ha colta a causa dell’assenza di una pira. Dov’era il fuoco? I due si erano semplicemente diretti verso la parte alta del palco per poi sparire. Mi ci sono voluti alcuni secondi per poi capire che si erano diretti verso l’Etna. Sono morti saltando nel vulcano: che uso intelligente e pragmatico dello scenario naturale del teatro!
Nel complesso, Norma a Taormina è stata molto piacevole; non perché desideravo ardentemente godermi la serata o perché fossi in vacanza o perché abbia fatto scattare una leggera nostalgia. No, Norma è stata una gioia per gli occhi perché sono stata capace di adeguare le mie aspettative, concentrandomi sugli aspetti positivi, dimenticando le pecche a livello organizzativo; in ultima analisi, sono riuscita a cogliere gli aspetti principali. Questa produzione si è rivelata une delle migliori opere all’aperto che abbia mai visto. Ben cantata, ben recitata, ben allestita: me ne sono andata molto soddisfatta.
Come spettatore, hai una scelta. Puoi concentrarti sugli errori e compiacerti per essere stato in grado di identificare tutte le cose che non andavano o puoi rivolgere l’attenzione agli elementi positivi – momenti di creatività, abilità e brillantezza musicale. Si trovano in qualsiasi performance, magari nascosti fra le molte pieghe di questa forma d’arte: la produzione, il canto, la teatralità, l’orchestra, la messinscena, i costumi, anche l’ambientazione e le luci. Se ci si va con l’atteggiamento di un cercatore di tesori, necessariamente si troveranno delle gemme nascoste. Se ci si va per criticare, il successo è assicurato anche in quel caso. Io preferisco il primo atteggiamento.

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