XXXVIII° Festival della Valle d’Itria:”Zaira”

Martina Franca, Palazzo Ducale, XXXVIII° Festival della Valle d’Itria
“ZAIRA”
Tragedia lirica in due atti di Felice Romani
Revisione ragionata della copia manoscritta di proprietà del Teatro Massimo Bellini di Catania confrontata con l’autografo, a cura di Paolo Loparco per il Festival della Valle d’Itria 2012
Musica di Vincenzo Bellini
Zaira SAIOA HERNANDEZ
Orosmane SIMONE ALBERGHINI
Corasmino ENEA SCALA
Nerestano ANNA MALAVASI
Lusignano ABRAMO ROSALEN
Fatima MICHELA ANTENUCCI
Meledor VALERI TURMANOV
Castiglione MATTEO FALCIER
Orchestra Internazionale d’Italia
Coro Lirico Terre Verdiane di Piacenza
Direttore  Giacomo Sagripanti
Maestro del coro Corrado Casati
Regia Rosetta Cucchi
Scene Tiziano Santi
Costumi Claudia Pernigotti
Martina Franca, 29 luglio 2012

Dopo la regia “militarista” dell’Artaserse di Gabriele Lavia al Palazzo  ducale di Martina Franca per il XXXVIII° Festival della Valle d’Itria, c’è stata quella “Al Qaeda” di Rosetta Cucchi, regista per la Zaira di Bellini, di  cui ha proposto l’ennesima lettura attualizzante. Ben poco “mutatis mutandis”, la Zaira di Martina Franca somigliava tanto al Mosè in Egitto del ROF 2011 con la regia di Graham Vick, così da risultarne una copia mal riuscita. Il conflitto tra amore e religione deve aver stimolato la fantasia della regista verso la rappresentazione del conflitto di civiltà, ma poi quello che s’è visto  era una scena divisa in due con una struttura lignea mobile di due piani (ideata dallo scenografo Tiziano Santi): due livelli temporali, due vicende, una antica e una odierna, due tipologie di costumi (Claudia Pernigotti), poteva credere lo spettatore. E invece no, perché le due vicende parallele non di rado si intrecciavano e la prigione dei fondamentalisti aguzzini dei prigionieri occidentali, diventava anche prigione del sultano. Inutili forzature le scene di violenza allorché ogni coppia vittima-torturatore ripeteva meccanicamente gli stessi gesti come degli automi. L’esito complessivo a dir poco sconcertante,  l’ascendenza classicheggiante di questo lavoro di Bellini esigeva la ricerca del bello, o, se l’intento realistico-attualizzante era così irrinunciabile da parte della regia, doveva perlomeno avvalersi di mezzi qualitativamente superiori. La regia pretendeva poi di stupire con le brutali quanto superflue scene di sesso tra una giornalista occidentale prigioniera, preda di una assurda sindrome di Stoccolma (incongruente con la situazione dell’opera), e il carceriere terrorista mediorientale. È così che i personaggi di Zaira e Orosmane avevano i loro doppi figuranti in versione attualizzata.
Il Coro Lirico Terre Verdiane di Piacenza, diretto dal M° Corrado Casati, presenza importante in quest’opera, era “stivato” sempre nella parte inferiore, chiuso in gabbiotti-pollaio, dove però non vi era differenza tra il coro dei personaggi della corte e quello degli schiavi cristiani; di qui grande difficoltà per il pubblico di seguire il canto e le vicende dell’opera,  distratto da quanto avveniva sulla scena parallela. Se la compagnia di canto fosse stata uniformemente degna e capace di onorare la scrittura belcantistica belliniana   ( Zaira non è un capolavoro, ma presenta melodie bellissime che, come sappiamo,  verranno riutilizzate dal compositore) forse l’opera avrebbe avuto un riscontro maggiore, ma il soprano Saioa Hernandez nel title-rôle era quanto di più lontano si richiede a una belcantista belliniana: voce dura, priva di flessibilità, strascicava la linea della coloratura e la rendeva incomprensibile. Nella cavatina Amo ed amata io sono e nella cabaletta Non è, non è tormento, incapace di far apprezzare la parola unita al vocalizzo, prodiga di portamenti inadeguati, il soprano sparava la voce senza attenzione per il tratto belcantistico e romantico tipico di Bellini. Peraltro ottimi altri interpreti: Simone Alberghini in Orosmane, bella voce di elegante basse-baritone con grande agilità ed ampiezza, il Corasmino del tenore Enea Scala, che nella cabaletta  Sì, d’un furor colpevole ha dimostrato di essere qualcosa di più di un “contraltino”. Nel personaggio in “travesti” di Nerestano si è cimentata Anna Malavasi dalla sonora vocalità mezzosopranile, ma del tutto inappropriata stilisticamente.Completa voce di basso invece, quella di Abramo Rosalen in Lusignano che, nell’estenuante terzetto con Zaira e Nerestano, ha sostenuto una parte ingrata, messo a dura prova dal concertatore e direttore dell’Orchestra Internazionale d’Italia, Giacomo Sagripanti, che ha pervaso la partitura di  un colore verdiano con dinamiche che dovrebbero invece avere maggiori trasparenze (soprattutto le sezioni degli archi e degli ottoni) e una attenzione uniforme a uno  stile orchestrale ancora rossiniano. Scarsamente controllate anche le sonarità che hanno richiesto dai cantanti, in uno spazio scenico all’aperto, uno sforzo ulteriore.  Nelle parti di fianco si sono prodotti  Michela Antenucci (Fatima, Valeri Turmanov in Meledor e Matteo Falcier in Castiglione. Il finale della vicenda prevederebbe il suicidio di Orosmane in preda al rimorso per aver ucciso Zaira. La nostra regista  ha invece deciso che  la prigioniera venga trasformata dai terroristi in una bomba umana; quello di loro che di lei si era invaghito la libera dalla bomba. La donna coglie l’attimo propizio per liberare gli altri prigionieri, ma non fugge e attende invece che il suo amante terrorista si accorga del tradimento e la uccida a sangue freddo, senza troppi rimorsi, con un colpo di pistola. In questa edizione la scena finale del suicidio di Orosmane è stata tagliata. Evidentemente le scelte registiche hanno inciso anche nella struttura musicale. Un tempo  succedeva il contrario.

One Comment

  1. omar missini

    Rosetta Cucchi è una RICONOSCIUTA musicista. Una volta per tutti, quindi, smettiamola di dire che si fanno regie sbagliate perché “non si conosce la musica e perché i registi sono ignoranti e ingombranti”.
    Si possono fare anche regie sbagliate da grandi conoscitori della musica. Ammesso che siano sbagliate.

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