“I Puritani” al Teatro Pergolesi di Jesi

Jesi, Teatro Pergolesi – Stagione Lirica 2012
“I PURITANI”
Opera seria in tre parti, libretto di Carlo Pepoli  dal dramma storico Têtes Rondes et Cavaliers di Jacques-Francois Polycarped’ Ancelot e Joseph Xavier Boniface.
Musica di Vincenzo Bellini
Elvira MARIA ALEIDA
Lord Arturo Talbo YIJIE SHI
Sir Riccardo Forth JULIAN KIM
Sir Giorgio LUCA TITTOTO
Lord Gualtiero Valton LUCIANO LEONI
Sir Bruno Roberton DARIO DI VIETRI
Enrichetta di Francia ELIDE DE MATTEIS LARIVERA
Coro Lirico Marchigiano “V.Bellini”
FORM Orchestra Filarmonica Marchigiana
Direttore Giacomo Sagripanti
Maestro del Coro Pasquale Veleno
Regia Carmelo Rifici
Scene Guido Buganza
Costumi Margherita Baldoni
Nuovo allestimento in Coproduzione dei Teatri del Circuito Lirico Lombardo: Ponchielli di
Cremona, Grande di Brescia, Sociale di Como, Fraschini di Pavia
Jesi, 7 Ottobre 2012

La difficoltà di mettere in piedi un’opera come I Puritani di Bellini è dovuta, oltre alle astrali esigenze vocali della partitura, alla necessità registica di far emergere le vere ragioni che muovono i personaggi e che sono sottese all’acceso romanticismo di facciata con il quale si motiva e si giustifica troppo spesso ogni sequenza scenica. L’illuminante lettura del regista Carmelo Rifici nella edizione de I Puritani di Vincenzo Bellini, opera  con cui si è aperta a Jesi (An) la 45^ Stagione Lirica del Teatro Pergolesi, ha magistralmente messo in luce il lato oscuro di ciascun evento scenico dell’opera restituendo ai personaggi e anche al titolo la loro lucida verità: infatti, fermo restando il contesto storico della guerra civile inglese (l’epoca della trama era fedelmente rispecchiata) e andando oltre la facile retorica guerrafondaia e i riferimenti alla santità, alla patria e all’onore che rimangono sullo sfondo, ma non bastano a dar ragione dei veri moventi dei personaggi, Rifici ha ben delineato una società guidata, come riferisce nelle sue note di regia, da “un dio cupo e vendicatore”, fondata sulla repressione dei sentimenti e della sessualità in nome di un amore che può essere solo per il sacro: ecco allora la puritana Elvira, che rifiuta ciecamente ogni seduzione del lusso e non conosce ancora l’amore come passione e occasione di crescita, “sembra una bambina cui mancano malizia e sessualità”- per questo il suo cedere il velo da sposa ad Enrichetta è il suo inconscio rifiuto dell’eros; anche il suo promesso sposo Arturo non ha ancora scoperto la propria sessualità e, quando rinuncia a lei, provocando la fuga di Enrichetta, non obbedisce solo alla ragion di Stato, ma soprattutto ad un preciso richiamo dei sensi: il cattolico Arturo trova in lei la stessa appartenenza ad una cultura che, al contrario di quella puritana, non è repressiva, inoltre Enrichetta è una donna ben consapevole del proprio ruolo sessuale che lo affascina molto più di Elvira con il suo “Son vergine vezzosa”. Questa impazzisce non solo perché è abbandonata, ma perché esplode in lei tutta la femminilità repressa e non ancora vissuta; la sua pazzia nasce dal conflitto tra “il desiderio dell’uomo e il senso di colpa inculcato dalla società puritana”.
A questa lettura giustamente desacralizzata dell’opera non sfuggono neanche gli altri personaggi come Giorgio e Riccardo che “usano la guerra come surrogato dell’amore umano e del sesso”. Alla fine dell’opera la regia di Rifici ha intelligentemente ricondotto i personaggi al loro adeguato grado di consapevolezza ripartendo il lato tragico e il lato romantico dell’opera nel conflitto tra eros e religione, ragion di stato e intimi desideri: il percorso evolutivo dei due protagonisti si risolve infine nella  ennesima declinazione della pièce au sauvetage: la notizia  della sconfitta degli Stuart  salva Arturo dalla morte ed Elvira stessa è salvata doppiamente dalla follia e dal dolore della perdita. Rispondenti a questa brillante interpretazione registica e scenografica dell’opera belliniana erano i costumi in bianco e nero dal tono monacale e castigato dei puritani e il palazzo, sede della vicenda,  dall’aspetto cimiteriale in mezzo al gelo che caratterizzava i sentimenti dei protagonisti. Costumi sontuosi e di svariato colore erano destinati invece dalla costumista  Margherita Baldoni ai cattolici Arturo ed Enrichetta. Anche il letto su cui nel secondo atto Elvira consuma il suo delirio sembra intessuto di ghiaccio. L’intera scena di Guido Buganza era divisa in due parti che riproducevano il dissidio interiore dei personaggi e lo scarto tra l’anelito romantico alla libertà e la dura costrizione della vita reale: questa si svolgeva sul piano inferiore della scena; al piano superiore, ora chiesa, ora stanza da letto, ora luogo assembleare di liturgia protestante, diversi figuranti mimavano i desideri inconfessabili dei protagonisti Elvira, Arturo, Enrichetta, Riccardo: “fantasmi che si muovono sul piano del sogno e che chiariscono al pubblico la dinamica del desiderio represso”. L’opera, diretta egregiamente nei tempi e nella concertazione,  dal M° Giacomo Sagripanti alla testa dell’Orchestra Filarmonica Marchigiana, ha letteralmente trionfato anche nella recita del 7 ottobre con  interpreti giovani e preparatissimi da ogni punto di vista: il tenore cinese Yijie Shi in Arturo, risultato impeccabile nell’italiano e a suo agio nella astrale tessitura dell’aria “A te o cara”, è una voce di tenore lirico leggero che  sa trovare diversi colori e momenti di notevole espressività; il baritono coreano Julian Kim (Riccardo), che tra l’altro ha elegantemente eseguito per intero l’aria e cabaletta di ingresso “Ah per sempre” –“Bel sogno beato”, dotato di ottimo timbro baritonale, ha dimostrato di saper ben sostenere per agilità e fiato la scrittura belcantistica ( per certi versi più fitta di quella affidata al tenore) anche nel pungente duetto del primo atto “Ferma, invan rapir pretendi” reggendo meravigliosamente al confronto tenorile anche nella pronuncia italiana. Grandissima prova di perfetta vocalità quella del basso Luca Tittoto (Sir Giorgio) la cui ampiezza di volume, uguaglianza di registro e di colore lo hanno reso uno dei punti forti del successo dell’esecuzione dell’opera; anche il celebre duetto “Suoni la tromba” è risultato una nobile gara di bravura tra baritono e basso vinta solo dalla bellezza delle voci e della musica. Vincente anche l’impegno del soprano cubano Maria Aleida in Elvira che ha ben impersonato con la esilità della persona e anche della voce di soprano lirico leggero il lato bamboleggiante del personaggio nel primo atto; corretta e precisa nelle trascendentali agilità ha trovato progressivamente quello spessore funzionale al crescendo emotivo e passionale di Elvira, così ben evidenziato dalla regia, fino a confluire nel duetto del terzo atto “Vieni tra queste braccia” in una vocalità accesa e ben assortita con il tenore. Grande efficacia anche tra le vocalità comprimarie: prima fra tutte la presenza e lo smalto vocali del mezzosoprano Elide De Matteis Larivera in Enrichetta di Francia, il netto colore timbrico di Luciano Leoni in Lord Gualtiero Valton e il promettente Dario Di Vietri in Sir Bruno Robertson che forse era l’unica voce un po’ acerba. In linea con il calibro musicale di tutta l’esecuzione era il Coro Bellini diretto dal M° Pasquale Veleno. Con questa esecuzione de I Puritani, titolo che mancava da innumerevoli anni dal Teatro Pergolesi, la stagione lirica jesina (in programma anche Macbeth e Lucia di Lammermoor) si è aperta con i migliori consensi e successo. Foto Binci

 

 


3 Comments

  1. Lucio

    E la direzione??? Perché non si recensisce? Forse perché è un disastro? Povera Italia…. Mai così in basso!

  2. Mario Rossi

    C’è qualcuno che crede di leggere tra le righe e intanto non legge neanche le righe!!! Zepponi ha scritto anche sulla direzione:
    “L’opera, diretta egregiamente nei tempi e nella concertazione, dal M° Giacomo Sagripanti alla testa dell’Orchestra Filarmonica Marchigiana, ha letteralmente trionfato anche nella recita del 7 ottobre”

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