Cal Performances:”Il lago dei cigni”

Berkeley, Cal Performances 2012/2013
“IL LAGO DEI CIGNI”
Balletto in quattro atti. Libretto di Vladimir Begichev e Vasili Geltzer
Musica di Pyotr Il’yich Tchaikovsky
Odette/Odile ANASTASIA KOLEGOVA
Principe Siegfried YEVGENY IVANCHENKO
Rothbart ALEXANDER ROMANCHIKOV
Orchestra e Corpo di Ballo del Teatro Mariinsky
Direttore artistico e generale Valery Gergiev
Direttore del balletto ad interim Yury Fateev
Direttore d’orchestra Mikhail Agrest
Coreografia Marius Petipa; Lev Ivanov
Regia e revisione della coreografia Kostantin Sergeyev
Scenografia Igor Ivanov
Costumi Galina Solovieva
Berkeley, 12 ottobre 2012
Il Corpo di Ballo e l’Orchestra del Teatro Mariinsky (conosciuti in precedenza come Kirov) sono ritornati al Cal Performances quest’autunno per presentare la versione rivisitata da Sergeyev del Lago dei Cigni di Petipa-Ivanov che debuttò nel 1895, per poi essere risproposto nel 1950 con un finale più allegro. I tempi sono certamente cambiati. Da bambina, ho assistito alle esibizioni impeccabili dei ballerini delle compagnie russe con i loro solisti tecnicamente ineccepibili e i loro corpi di ballo così coesi che sembrava respirassero all’unisono. I ballerini della ormai passata era sovietica erano sottoposti ad un allenamento talmente estenuante e rigoroso che ogni movimento era eseguito con riguardo e precisione; neanche un proverbiale pelo era fuori posto. Per mia grande costernazione, questa nuova generazione di cigni bianchi provenienti dalla Russia avevano braccia e gambe leggermente disallineati nelle loro formazioni durante l’esibizione del 12 ottobre, con le teste inclinate con diverse angolazioni e schiene piegate a vari gradi. Pur non essendo meticoloso, questo corpo di ballo, nonostante tutto, era molto meno trasandato della maggior parte delle compagnie di ballo americane. Forse il mio occhio influenzato dagli standard imposti dal regime comunista è fin troppo schizzinoso, ma è importante per gli estimatori della danza di oggi conoscere il caposaldo di questo cavallo di battaglia senza tempo.
L’orchestra sotto la direzione del Maestro Mikhail Agrest è stata fiacca e la musica si trascinava in più di un’occasione, con il risultato che alcuni passi di danza sul palco hanno perso in slancio. La serata è cominciata col piede sbagliato quando la primissima nota dell’Introduzione non è riuscita a trasmettere un’atmosfera di mistero ed incanto. Quel delicato, solitario Fa diesis emesso dall’oboe è altamente cruciale nel determinare l’atmosfera della storia e non è durata abbastanza da immergere gli spettatori nel mondo del soprannaturale.
Nel ruolo di Odette/Odile c’era Anastasia Kolegova. Pur avendo un’immagine perfetta per interpretare il ruolo e pur essendo tecnicamente valida, la sua Odette è apparsa più fredda e distante che innocente e fragile. I suoi lunghi arti hanno dipinto nell’aria delle linee pulite e hanno prodotto dei lunghi arabesque pieni di grazia, ma i suoi movimenti erano asettici; il suo volto senza espressione come fosse di plastica. Ciò che mancava alla sua interpretazione era una fraseggio fluido e coerente e quella melanconica vulnerabilità necessaria a suscitare empatia negli spettatori. Al contrario, il suo cigno nero è stato decisamente più avvincente. Nel ruolo di Odile, la Kolegova è stata energica, emanando sicurezza di sé. Ha volontariamente stabilito un contatto visivo con il suo pubblico, lanciando sguardi penetranti, maliziosi e seducenti. ha eseguito i suoi trentadue fouettés con naturalezza, ma verso la fine si è notata un po’ di confusione. Il Siegfried di Yevgeny Ivanchenko mancava di entusiasmo e slancio. Invece di proiettare un carisma principesco ed una vitalità giovanile, si è mosso sul palco avvolto da una nube di tetraggine. Quando non era imbronciato, Ivanchenko aveva un’espressione bizzarra sul volto – quel sorriso rigido, impietrito che è tipico di chi ha esagerato con le iniezioni di botulino. Le sua braccia erano flaccide e caratterizzate da polsi flosci ed effemminati che avevano un’estensione che non ha mai raggiunto tutto il proprio potenziale. Il Rothbart di  Alexander Romanchikov, per contro, è stato potente e minaccioso. I suoi movimenti decisi e vigorosi. In quei momenti mi sono sentita quasi in imbarazzo per Siegfriend quando era costretto a dividere il palco con la sua nemesi. Vicino al formidabile Rothbart il Principe è sembrato un ragazzino debole. La rivelazione della serata è stato il brillante Alexey Nedviga, il quale ha affascinato il pubblico nel ruolo dell’esuberante buffone di corte con la sua agilità e i suoi salti briosi. I suoi momenti comici erano tempestivi e conquistavano. Altri momenti clou della serata sono stati la Danse des petits cygnes, eseguita con precisione con i suoi sedici felini pas de chat all’unisono, ed una Danza Spagnola molto voluttuosa e seducente. L’aggiunta di sei cigni neri allo stormo bianco nel quarto atto si è rivelata un colpo di scena originale. Foto per gentile concessione del Teatro Mariinsky.

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