“I Capuleti e i Montecchi” alla San Francisco Opera

San Francisco, War Memorial  Opera House, Stagione Lirica 2012/2013
“I CAPULETI E I MONTECCHI”
Tragedia Lirica  in due atti su libretto di Felice Romani, da Shakespeare.
Musica di Vincenzo Bellini.
Capellio ERIC OWENS
Giulietta NICOLE CABELL
Romeo JOYCE DIDONATO
Tebaldo SAIMIR PIRGU
Lorenzo AO LI
Orchestra e Coro dell’Opera di San Francisco.
Direttore d’orchestra Riccardo Frizza
Maestro del Coro Ian Robertson
Regia Vincent Boussard
Scene Vincent Lemaire
Costumi Christian Lacroix
Luci Guido Levi
Co-produzione del San Francisco Opera con la Bayerische Staatsoper.
San Francisco, 11 ottobre 2012
I Capuleti e i Montecchi del San Francisco Opera, una nuova coproduzione col Bayerische Staatsoper, ha molto di cui far parlare. Ciò che spicca, naturalmente, sono le notevoli doti vocali  e interpretative  del soprano Nicole Cabell e del mezzosoprano Joyce Di Donato. La musica di Bellini in sé è bella e incantevole anche se il compositore e il librettista, Felice Romani, hanno rielaborato materiali di lavori precedenti. Piuttosto calzante per una città all’avanguardia della sostenibilità mettere in scena un’opera costituita in parte da melodie e versi “riciclati”. Per coerenza con lo spirito di rinnovamento, i festosi costumi di questa produzione, disegnati dal celebre stilista d’alta moda Christian Lacroix, sono stati realizzati usando tessuti da costumi vintage presi dagli archivi del Bayerische Staatsoper. Le luci e le proiezioni eteree, create da Guido Levi, meritano anch’esse una menzione speciale. Ma di tutti questi meravigliosi elementi, ciò che è maggiormente degno di nota in questa produzione è, in verità, la regia, duramente contestata da parte del pubblico e critica. La lettura registica di Vincent Boussard, ispirata al mondo cupo e visionario di Tim Burton, appare quanto mai diretta e autentica. Il genuino ritratto che Boussard fa delle dure realtà di questa tragedia è talmente “fisico” che solo in pochi possono assimilare.
Per apprezzare davvero questi Capuleti e i Montecchi, bisogna allontanarsi dalla versione shakespeariana di Romeo e Giulietta, in quanto il libretto non è basato sul lavoro teatrale, ma piuttosto sulle fonti dalle quali il Bardo ha tratto la sua famosa tragedia. L’opera è meno incentrata sulla trama, fornendone un sunto concentrato che comprende solo gli ultimi capitoli della storia. Fornisce un primo piano intimo della psicologia dei due giovani protagonisti, del contrasto interiore dell’eroina fra amore e dovere ed espone la crudeltà opprimente delle loro famiglie e l’oscura epoca  in cui vissero. Il primo atto si apre con un coro maschile che indossa cappelli a cilindro e che canta sotto file di selle appese a delle  travi. Solo più tardi si capisce che Giulietta è il solo personaggio femminile che si ascolta nell’intera opera. Sulla scena appaiono poi delle donne e il costumista assolve meravigliosamente al suo compito di evidenziare che queste presenze femminili sono meri elementi decorativi: le veste con abiti sgargianti e copre le loro bocche con enormi fiori.
Nella scenda seconda si vede una delicata, femminile Nicole Cabell che dà le spalle al pubblico. Vestita col suo abito da sposa, in piedi, scalza in uno spazio angusto con un solitario lavabo che sporge dal muro posteriore. La Cabell apre la scena con una meravigliosa “Oh! Quante volte,” resa con una disperazione straziante. La sua voce ha danzato attorno al delicato accompagnamento dell’arpa, pizzicando insieme le corde del cuore dell’ascoltatore. A un certo punto dell’aria, la cantante si arrampica sul lavabo e spalanca le braccia. Invano, tenta disperatamente di raggiungere due statue appese dall’alto: due figure intrecciate in un abbraccio d’amore che rappresentano il più alto grado di amore puro. Un azzardo, far sì che la Cabell stesse in equilibrio sul bordo del lavabo. Queste situazioni acrobatiche, cariche di tensione spesso distraggono il  cantante e lo spettatore dalla concentrazione sulla bellezza della musica. Fortunatamente, la nostra interprete ha saputo gestire i movimenti con la grazia e l’agilità di una ballerina senza sconvolgere la fluida serenità dell’aria. Non si è percipito nessun disagio o ansietà nella sua linea di canto. Questa inaspettata e particolare ricerca da parte di Giulietta di arrivare ad un irraggiungibile ideale ha reso la scena ancora più commovente. In quel momento, infatti, diventa chiaro che Giulietta si trova in  una cella e che lei, prigioniera delle circostanze, era letteralmente impotente per potersi liberare dalla sua situazione.
Gli altri momenti di maggiore impatto in questo spettacolo riguardano le scene in cui Romeo e Giulietta duettano. Pur essendo nella stessa stanza, occupando lo stesso spazio, c’è sempre un’enorme distanza,  fra i due come se un’invisibile, ma palpabile, forza si frapponesse fra i due. Questa deliberata scelta spaziale riguardante la posizione delle cantanti e la mancanza generale di contatto fisico fra di loro crea una potente rappresentazione dell’infelicità dei due amanti. Tra i due è inoltre presente un senso di disagio che si esprime nell’assenza di momenti passione o di beato oblio.  Anche nel finale dell’opera,  Romeo e Giulietta non cercano conforto nelle reciproche braccia, chiusi in un eterno abbraccio. Durante la commovente aria di Romeo “Deh! Tu, bell’anima,” prima di avvelenarsi, trascina Giulietta in una posizione eretta in cui lei rimane immobile, come se si trovasse in un universo parallelo. Pochi momenti dopo sono finalmente uniti nella morte, camminano mano nella mano verso la luce in una processione molto funerea e solenne. Innumerevoli opere finiscono con i protagonisti  che vanno insieme incontro alla morte (ad esempio, Aida e Radames, Norma e Pollione) e i registi spesso scelgono di rendere questi momenti carichi di sentimentalismo, a volte eccessivo. Non in questo caso. Boussard non prova a romanzare o addolcire gli elementi tragici della storia; non dà al pubblico la soddisfazione di un parziale happy ending. Questo non è il solito Romeo e Giulietta. Non ci sono scene del balcone; niente illusioni di spensierata e giovanile innocenza. E’ un dramma cupo, terrificante e sconfortante. Punta a far sentire lo spettatore a disagio. L’amore non conquista tutto o non trionfa sulla bassezza e sui mali dell’umanità. Questo è il messaggio inequivocabile di Boussard, ferocemente crudo e intransigente, che sfortunatamente si è scontrato con lo spettatore medio dell’opera lirica.
Con un cast  di appena cinque cantanti, molto del successo di quest’opera è legato al calibro vocale delle due protagoniste (una delle quali in un ruolo maschile), e questa produzione non avrebbe potuto chiedere di meglio. L’esecuzione della Joyce Di Donato di “Se Romeo t’uccise un figlio” è stata incredibilmente sincera e commovente. La passione e il fervore del suo Romeo sono stati un illuminante contrappunto alla fragilità di Giulietta, i colori contrastanti delle loro voci si sono rivelati particolarmente complementari nelle difficili armonie del loro duetto, “Ah! Crudel, d’onor ragioni,” seguito da un altrettanto splendido “Si, fuggire.” Solo occasionalmente si è potuto distinguere un vibrato dovuto forse a un non completo appoggio su in certi passaggi  sul registro acuto. La Di Donato deve ancora riprendersi dalla sua precedente frattura alla gamba, dato che spesso si è vista zoppicare in modo evidente. Nicole Cabell, al suo debutto nel ruolo di Giulietta per il San Francisco Opera, ha ammaliato il pubblico con il suo lirismo, la nitidezza del suo timbro e il suo modo di legare i suoni sempre in modo naturale. Il tenore albanese Saimir Pirgu è parso a disagio e, per tutta l’opera ha lottato con il registro acuto. Il suo Tebaldo non ha particolarmente impressionato. Eric Owens (Capellio) e Ao Li (Lorenzo),  hanno reso al meglio i loro brevi interventi. L’orchestra è stata equilibrata e precisa nella concertazione di Riccardo Frizza con degli assolo degni di nota (in particolare il corno francese e il clarinetto). Tutta la partitura  ha trovato nel direttore bresciano una lettura adeguata, con punte di eccellenza nei momenti più lirici e nei duetti dei due protagonisti, facendo emergere le delicate emozioni sottese dei personaggi.  Solo nel finale del primo atti, si sono notate delle sonorità soverchianti che hanno sopraffatto le voci. Ciò è stato anche causato dalla  posizione in scena dei cantanti, forse troppo arretrata. Le voci del coro maschile, infine, hanno offerto una bella prova di coesione e di equilibrio nel canto, con sonorità sempre corpose ed uniformi. Foto di  Cory Weaver.

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