Jesi, Teatro Pergolesi:”Macbeth”

Jesi, Teatro G.B. Pergolesi, Stagione Lirica di Tradizione 2012,dedicata a Josef Svoboda
MACBETH
Melodramma in quattro atti, libretto di Francesco Maria Piave e Andrea Maffei, dall’omonima tragedia di William Shakespeare
Musica di Giuseppe Verdi
Edizioni Universal Music Publishing Ricordi srl, Milano
Macbeth LUCA SALSI
Banco MIRCO PALAZZI
Lady Macbeth
TIZIANA CARUSO
Dama di Lady Macbeth
MIRIAM ARTICO
Macduff
THOMAS YUN
Malcolm DARIO DI VIETRI
Medico CARLO DI CRISTOFORO
Domestico di Macbeth, Un Sicario; Un Araldo ANDREA PISTOLESI
FORM – Orchestra Filarmonica Marchigiana
Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini”
Direttore Giampaolo Maria Bisanti
Maestro del coro Pasquale Veleno
Regia e luci Henning Brockhaus
Scene Josef Svoboda
Ricostruzione dell’allestimento scenico Benito Leonori
Costumi Nanà Cecchi
Coreografie Maria Cristina Madau
Nuovo allestimento in coproduzione con Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi diTrieste;  Fondazione Carlo Felice Genova
Jesi, 11 novembre 2012

Continua l’omaggio a Josef Svoboda al Teatro Pergolesi di Jesi con il “Macbeth” di G. Verdi con la regia di Henning Brockhaus, le scene dello stesso Svoboda ricostruite da Benito Leonori e i costumi di Nanà Cecchi in un nuovo allestimento della Fondazione Pergolesi Spontini in coproduzione con la Fondazione Teatro Lirico G. Verdi di Trieste e la Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova. Nel decimo anniversario della scomparsa del grande scenografo ceco, la recita di domenica 11 novembre (replica di venerdì 9) ha confermato il suo successo dovuto ad un allestimento ormai storico e di comprovata funzionalità che unisce le innovazioni tecniche ad una grande intelligenza registica. Macbeth – spiega il regista Henning Brockhaus – è l’opera più sorprendente che Verdi abbia mai scritto da un punto di vista musicale, canoro e drammaturgico. Purtroppo Verdi però non sviluppò più nelle opere successive questo recitar cantando con le sue relative indicazioni interpretative. I due protagonisti non hanno una sola nota di bel canto e anche per questo oggi è difficile mettere in scena quest’opera. Nessuna Lady Macbeth, nella maggior parte delle edizioni presentate al pubblico, ha il coraggio di “sporcare la voce”, per citare un termine del Maestro di Busseto, di cantare con una voce abbruttita, andando così contro la volontà di Verdi. Il compositore emiliano è del tutto rivoluzionario nell’affrontare gli abissi più profondi dell’essere umano, usa moltissimo la cromatica e arriva addirittura a scrivere ppppp in partitura; è stato il primo a farlo. È inoltre evidente un vitalissimo ritmo drammaturgico dato dal susseguirsi di numerose scene e la maggior parte di esse si svolge durante la notte che diventa metafora del lato oscuro del nostro essere, dell’umanità. Anche questo aspetto può rappresentare una difficoltà in più per la lettura di Macbeth e per il suo pubblico, ma al tempo stesso motivo di interesse. In quest’opera emergono tutte le contraddizioni interiori, la complessa sfera emotiva e i conseguenti atteggiamenti degli esseri umani. Per esempio Macbeth ha un solo motivo per uccidere Duncano: colmare un profondo senso di vuoto legato alla decadenza e all’affievolimento frustrante del rapporto erotico con Lady Macbeth. Entrambi i coniugi cercano dunque, da psicotici, una compensazione, un nuovo stimolo per la loro vita e la trovano sia nella corsa al potere sia nel compimento degli omicidi (da quello di Duncano ai successivi). Lady Macbeth diventa folle, prima omicida poi suicida e Macbeth cinico assiste alla sua morte. Un altro dei motivi per cui quest’opera è stata spesso sottovalutata è la mancanza di un protagonista tenore allontanandosi così ancora di più dalla tradizione lirica. Sono però convinto che Macbeth possa essere uno studio raro, interessante e analitico della psicopatia umana”.
I noti teli-quinte di maglia plastica e la parete-specchio semitrasparenti,
che permettono le proiezioni ma anche e soprattutto le trasparenze al loro interno, realizzano appieno in questa edizione svobodiana ciò che è più difficile rendere scenicamente nell’opera di Verdi: le apparizioni-sparizioni degli spettri e le raffigurazioni della coscienza dei due protagonisti: Macbeth e Lady. Attivate con un sistema di luci (sempre di Brockhaus) sensibile al degradare emozionale della musica e all’alternanza tra gli stati di realtà e dell’inconscio, le scene di Svoboda sono state le vere trionfatrici della serata. Ora livide nella serie di grigi in cui comparivano anche i costumi, ora vivide nell’esaltare i momenti sanguinosi ( e un po’ impacciati) delle battaglie del primo e del quarto atto e soprattutto nelle apparizioni del terzo, conferivano all’ambientazione tradizionale della vicenda quel velo di misterioso e di abissale formando diversi piani di visione e quindi diversi livelli di profondità fra il punto di vista dello spettatore e il palcoscenico. Suggestive anche le evoluzioni sulle funi degli acrobati e le coreografie di Maria Cristina Madau che aprivano la fantasia verso una dimensione altra, quella dell’inconscio. Coprotagonista del netto successo della recita jesina è risultata l’eccellente direzione di Giampaolo Maria Bisanti, che ha impresso alla compagine strumentale uno sconvolgente impulso percussivo che incideva emotivamente sull’ascoltatore; i suoi tempi, a tratti impetuosi, hanno reso bene la stringatezza richiesta da Verdi ai ritmi scenici del suo Macbeth e al cipiglio nervoso di certi momenti melodici, a partire dal preludio. Eccellenti la FORM – Orchestra Filarmonica Marchigiana e il Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini”,  diretto dal M° Pasquale Veleno, che dal punto di vista musicale e scenico ha rappresentato fortemente lo spirito dell’opera verdiana con il suo colore brunito e compatto. Attori cantanti, i componenti il quartetto protagonista (tutti giovani e debuttanti nei rispettivi ruoli), hanno dimostrato impegno attoriale e una intelligenza scenica che, ben dirette, hanno prodotto uno straordinario spettacolo. Un buon Macbeth si può definire il baritono Luca Salsi che è risultato l’interprete più completo per il ruolo: voce sicura e flessibile nel fraseggio, all’inizio un po’ umbratile nei volumi (come però potrebbe essere il succube della Lady), poi generoso ed eclatante nella scena del banchetto e nella applauditissima aria del quarto atto che gli ha confermato il crescente consenso del pubblico. Attrice generosa nella gestualità e dalla fisicità imponente era la Lady di Tiziana Caruso che ha puntato il tutto per tutto sul fraseggio e su un colore vocale aggressivo nella zona acuta. Le prescrizioni dinamiche di Verdi, degradanti anche verso i quattro p, non possono però giustificare le innegabili mancanze nel registro medio-grave che sono emerse dal primo momento e in punti focali anche troppo scoperti del ruolo, a partire fin dal primo recitativo “Ambizioso spirto” e poi nell’aria del secondo atto “La luce langue” il cui inizio è tutto giocato sul registro medio-grave e poi nei recitativi della scena di sonnambulismo. Trovare una Lady completa è difficilissimo e, se l’interprete è dimidiata nel grave, non lo dovrebbe essere in altezza, visto che nella scena finale deve salire al sovracuto re bemolle. Anche in questo la Caruso ha lasciato a desiderare innescando qualche dubbio dal punto di vista tecnico. Peraltro la sua performance è risultata nel complesso convincente e generosamente applaudita da un pubblico che ha ben colto impegno e serietà. Anche il basso Mirco Palazzi debuttante in Banco, ha onorato la parte al meglio delle sue possibilità; la giustezza dell’accento musicale e delle intenzioni non erano supportate da un timbro e un volume in tutto e per tutto verdiani. L’incursione del giovane cantante in un repertorio ancora non pienamente suo ha avuto comunque un buon riscontro grazie alla perfetta acustica della sala del Teatro Pergolesi e alle indubbie capacità musicali che hanno fatto scaturire l’applauso in diversi momenti oltre quello dell’aria “Come dal ciel precipita”. Bello il colore vocale e ben scolpita la pronuncia del tenore Thomas Youn in Macduff, che inizialmente sembrava non centrare in pieno l’emissione; poi  nell’aria del IV Atto, “Oh figli miei” ha misurato ottimamente la propria vocalità con un momento melodico, tra i più celebri e scoperti, che gli ha permesso di sfogare efficacemente timbro e fraseggio. Nel cast c’erano inoltre Dario Di Vietri (Malcolm) dalla voce invero acerba, ma promettente, la ben timbrata Miriam Artiaco (Dama di Lady Macbeth), le voci dalla sicura definizione di Carlo Di Cristoforo (Medico) e di Andrea Pistolesi (Domestico di Macbeth, Sicario e Araldo). Ancora qualcosa sullo spettacolo con le scene di Svoboda, che debuttò con grandissimo successo nel 1995 all’Opera di Roma e fu poi allestito al Teatro Carlo Felice di Genova nel 1998, al Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno nel 1999, al Bunka Kaikan di Tokyo nel 2000 e all’Opera di Budapest nel 2002. L’allestimento, andato perduto, ritorna in vita grazie alla Fondazione Pergolesi Spontini in una coproduzione con due enti lirici nazionali, Trieste e Genova, dove circuiterà nel 2013. Foto Binci

 

 

3 Comments

  1. Massimo Cesare Annaloro

    Caro Zapponi abbiamo visto uno spettacolo diverso. Eppure abbiamo assistito alla medesima recita. Cose che non sorprende viste le diverse opinioni registrate da altri suoi colleghi di ben diverso avviso. Se avesse colto, ad esempio, una certa pesantezza nelle agilità del brindisi avrei chinato il capo. Ma quanto al registro medio basso, caro Zapponi, non sono davvero d’accordo. Tiziana Caruso ha un registro medio basso cantato e non ingolato, gentile Zapponi, ma evidentemente questa differenza le sfugge. Quanto alla notina ha fatto dannare l’anima anche a me perché non avrebbe dovuto proprio osarlo considerando la richiesta acrobatica della regia: perché non ha scritto anche questo? Perché non ha scritto che la Regia punta tutto sull’elemento dinamico della Lady? Perché non ha scritto che cantare la luce langue arrampicandosi su un trespolo perfino instabile non è una cosa va d’accordo col canto? Perché non ha notato che cantare le difficoltà del titolo in questione sempre saltando e ballando (per un mese di seguito), può creare problemi? Perché non ha scritto che Tiziana Caruso ha una voce grande e bellissima accompagnata da una presenza scenica teatralissima (Lei, al riguardo, sceglie la parola… ‘imponente’: che mestizia Zapponi, che mestizia!). La critica è una cosa seria e non va fatta con superficilità o altro. Il vero, grande critico è autocritico, tanto per cominciare, lo sapeva? Questo fa la differenza fra l’ascoltatore, lo spettatore ed il Critico. Una volta i critici seguivano con umiltà le produzioni dalle prove. Non si materializzavano lì alla prima con la penna e in mano e una parola di traverso. Ma forse io sono ingenuo: Lei queste cose le sa benissimo non è vero? Ma non se la prenda Zapponi io sono di parte, sono l’ex marito e attuale maestro e collaboratore della signora Caruso, quindi giustamente e sottolineo, giustamente di parte. Sono altresì dalla parte del Teatro, perché ci sono nato, ma non sono dalla parte dei suoi corridoi. Le auguro di fare meglio in futuro ed una lunga e felice carriera. Massimo Cesare Annaloro

  2. Andrea Zepponi

    Caro sig. Annaloro, dato che lei è di parte per gli evidenti motivi che ha dichiarato e che tutti sanno, può anche dissentire da quanto io affermo circa la vocalità della sua protetta, ma non distorcere le mie parole, perché io non ho scritto in alcun punto della mia recensione che la signora Caruso ha la zona medio grave “ingolata”… oppure secondo lei, esimio mastro Analoro, avere un registro medio basso “cantato” significa per caso: far sparire la voce e soffiare le note? Lady è una parte difficile. Lei lo sa meglio di me, no? … bisogna avere i requisiti giusti, tutti egualmente necessari. Durante l’aria “La luce langue” è la prima parte che richiede maggior disponibilità di registro medio grave (devo ricordarglielo io?) e in quella la Caruso non si era ancora sistemata sul trono – che Lei chiama “trespolo perfino instabile”. Alla razza di critico cui lei si riferisce, cioè quello che vezzeggia i cantanti da presso, li occhieggia dalle prove fino ai camerini e che confonde le scelte della regia con le loro carenze vocali e di registro, (che squallore, Annaloro, che squallore!), io proprio non appartengo: io assisto agli spettacoli lirici, ascolto e ne scrivo. Tutto qui. Anche fare il maestro di canto è una cosa seria, (Lei sì che lo sa!) richiede umiltà, autocritica e capacità di trarre suggerimenti dalle critiche altrui: la cosa peggiore che può fare è esaltare un artista nascondendogli la verità e pretendere poi che la nasconda anche chi ha occhi ed orecchie. Andrea Zepponi.

  3. Sandro Massimo

    Io ho assistito alla recita dell’11 novembre a Jesi e devo concordare in tutto con Andrea Zepponi : la Caruso in molte frasi dell’opera non si sentiva proprio ed emergeva solo nella zona acuta. Il re bemolle dell’aria finale però lo ha mancato sensibilmente e lo ha eseguito di spalle al pubblico. Comunque bella presenza scenica e convincente.

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