Napoli, Teatro San Carlo:”Les Pecheurs de Perles”

Napoli, Teatro San Carlo, Stagione Lirica 2012 /2013
“LES PECHEURS DE PERLES”
(I pescatori di perle)
Opéra-lyrique in tre atti di Eugène Cormon e Michel Carré
Musica di Georges Bizet
Nadir DMITRY KORCHAK
Zurga DARIO SOLARI
Leila PATRIZIA CIOFI
Nourabad ROBERTO TAGLIAVINI
Orchestra, Coro, Corpo di ballo del Teatro San Carlo di Napoli
Direttore d’orchestra Gabriele Ferro
Regia Fabio Sparvoli
Scene Giorgio Ricchelli
Costumi Alessandra Torella
Coreografia Annarita Pasculli
Luci Vinicio Cheli
Allestimento del Teatro Verdi di Trieste
Napoli, 21 ottobre 2012
Era il 4 gennaio del 1959, quando al Teatro San Carlo, dopo quattro recite, “calò il sipario” sull’opera  Les pêcheurs de perles di Georges Bizet. Fra i protagonisti di quella produzione, Alfredo Kraus, interpretava il ruolo di Nadir. Dopo più di cinquant’anni, i “pescatori” ritornano a Napoli, offrendo una partitura ricca di “bei pezzi espressivi, pieni di fuoco e di ricco colorito”, per dirla alla Berlioz, che fu con Brahms, uno dei primi estimatori dell’opera. La scelta del soggetto, incarnava il crescente interesse, mostrato durante il Romanticismo, per tutto ciò che era esotico, in quanto rappresentava una fuga dalla realtà, verso mete lontane dai luoghi di appartenenza. L’Oriente di Bizet, però, è un concetto fantastico, immaginifico, legato esclusivamente ai cliché e sicuramente molto manierato. Al suo debutto quest’opera non ebbe molta fortuna. Nonostante la suadente dolcezza delle melodie, la prorompente espressività delle pagine corali, la brillantezza delle orchestrazioni, essa fu accolta piuttosto freddamente. Anche il suo futuro sarebbe stato piuttosto travagliato per via dei numerosi rimaneggiamenti apportati al finale. La partitura non ha sonorità, armonie, melodie o strumenti orientali, ha come sua caratteristica un’alternanza di elementi realistici con altri che si possono definire fiabeschi, da sogno.
Tutta orientata alla leggerezza, alla semplicità ed alla naturalezza, risulta la lettura dell’opera da parte del direttore Gabriele Ferro, che ha saputo equilibrare, con gesto morbido, il più delle volte privato della bacchetta, il peso dell’orchestra con il palcoscenico. Aspetto presente, senza dubbio, in qualsiasi opera o melodramma, ma che in Pêcheurs è particolarmente evidente. Le chiusure dei brani musicali, risultano sempre di grande morbidezza, anche quando l’orchestrazione è poderosa ed ingombrante. Infatti, la partitura del giovanissimo Bizet, presenta una strumentazione che si può definire complessa e fantastica, piena di grandi contrasti e non poche difficoltà.  L’Orchestra del Teatro San Carlo, ha saputo realizzare le intenzioni del direttore: suono tornito, calda morbidezza degli archi e sonorità sempre luminose da parte della sezione dei fiati. Se da un tratto, la regia di Fabio Sparvoli, ha saputo mettere in luce il “tipico” triangolo d’amore, non enfatizzando, ma rendendo cristallina l’intera vicenda, dall’altro, è parsa poco incisiva nel trasmettere il rapporto di profonda amicizia che lega i due protagonisti maschili. Bella intuizione quella per il finale dell’opera, che risale all’autografo, concepito dall’autore come una dolce dissolvenza, dove Zurga non viene aggredito dai pescatori spinti da Nourabad, ma dopo essersi assicurato della salvezza di Leila e Nadir, resta in scena a contemplare la sua solitudine, mentre il sipario si chiude alle sue spalle, quasi a voler sottolineare il concetto di reincarnazione e rinascita. Le scene sono di Giorgio Ricchelli e mostrano, nel primo atto un ampio paesaggio sabbioso, dove sullo sfondo il movimento delle luci simula il calmo ondeggiare del mare. Nel secondo, la scena, si arricchisce di una gigantesca testa di divinità, usata a mo’ di balcone, per il duetto fra Leila e Nadir, che cantano sotto un cielo stallato, atmosfera ricreata alla perfezione dalla luci di Vinicio Cheli. Mentre il terzo atto è diviso in due quadri, il primo situato nelle rovine di un vecchio tempio interamente ricoperto da radici, ed il secondo ambientato ai piedi di un grande albero. Sobri i costumi di Alessandra Torella, vagamente ispirati allo stile indiano. Le coreografie di Annarita Pasculli, affidate al corpo di ballo del Teatro San Carlo, sono risultate poco convincenti. Vari i “linguaggi” adottati: danza classica, movimenti tribali e stilemi indianeggianti. Patrizia Ciofi ha saputo conferire al personaggio di Leila grande leggerezza, cercando di sfruttare al meglio le proprie risorse tecniche. Molto interessanti gli interventi relativi al secondo e terzo atto, dove la Ciofi ha saputo dar forza alle sue doti interpretative. Meno persuasiva l’interpretazione scenica del tenore russo Dmitry Korchak, interprete di Nadir, che però ha mostrato notevoli doti vocali: legato puro ed omogeneo, timbro luminoso e morbido ed ottimo controllo degli acuti. L’aria Je crois entendre encore è stata affrontata con grande cura dei colori, con mezze voci molto suggestive. Il baritono Dario Solari, è uno Zurga che si fa notare per la bellezza e l’omogeneità del suo timbro molto naturale. Discreta la sua performance interpretativa. Bene per  Roberto Tagliavini nei panni di Nourabad. Pubblico numeroso ed eterogeneo, che ha apprezzato ed applaudito la scelta di un titolo non comune nei cartelloni d’opera italiani. Citando Charles Pigot, biografo “semiufficiale” di Bizet, che si espresse così nel 1886, in riferimento all’importanza e alla bellezza di quest’opera, concludo dicendo: Sia benedetto il direttore che ci restituirà questo capolavoro, farà opera utile e vantaggiosa all’arte!

 


 

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