Una chiacchierata vicino al camino con il “Dinamico Duo” tedesco

In una piovosa mattina a Monaco di Baviera, mi sono seduta a parlare con due dei più grandi nomi dell’attuale panorama operistico, entrambi in città per esibirsi nella produzione del Bayerische Staatsoper del Don Carlo. Il tenore Jonas Kaufmann e il basso René Pape sono arrivati con la proverbiale puntualità tedesca, in jeans, freschi e rilassati nonostante la lunga performance della sera precedente. In questo ambito, dove le voci migliori sono troppo spesso accompagnate da personalità esecrabili, comportamenti divistici ed eccentricità, Kaufmann e Pape appaiono sorprendentemente “normali”, benchè celebri. Con loro, non ci sono di mezzo egoismi e arie. Quando ci si mettono, sono anche dei grandissimi burloni. Con Jonas, un conversatore accativante che ama ridere, è un piacere parlare e risponde alle domande con grade entusiasmo ed eloquenza. A differenza di alcuni cantanti, che io chiamo «cantanti viri-lirici» (belle voci, ma belli e stupidi), Jonas è uno degli artisti più intelligenti in circolazione, con una conoscenza profonda e ampia di tutti gli elementi che concorrono a formare quel Gesamtkunstwerk che è l’opera lirica incluse la storia, la letteratura, la politica, etc. Inoltre parla correntemente Francese, Inglese e Italiano. Egli attribuisce la sua inclinazione per le lingue alle sue basi di Greco antico e Latino che ha studiato da giovane al liceo di Monaco. Pape, imponente, fascinoso e di una  eleganza d’altri tempi, è davvero dotato di una forse inconsapevole comicità. Benché appaia taciturno e pensieroso, fa emergere sprzzo di un pungente senso dell’umorismo, cogliendo di sorpresa e divertondo Jonas e  me. Insieme, questi due artisti, creano  un team fantastico: la combinazione dei loro talenti sul palco fa registrare ogni volta il «tutto esaurito», mentre il loro carisma e cameratismo fuori dalle scene è unico ed emozionante. Dal 7 dicembre si ritrovano nuovamente insieme  nel Lohengrin di Richard Wagner, Kaufmann nei panni del protagonista e Pape nel ruolo del Re Heinrich, nello spettacolo di apertura della stagione 2012-2013 della Scala di Milano, un avvenimento che segna anche l’avvio delle celebrazioni del  bicentenario di Giuseppe Verdi e Richard Wagner.
Vorrei iniziare parlando di qualcosa che non sia l’opera. Sappiamo già che sapete cantare. Parliamo di stile e di moda maschile. Come descrivereste il vostro stile? So, ad esempio, che a René piace mettere in evidenza il suo look con tocchi  brillanti di colore.
JK: Eccolo, eccolo! (indicando i calzini rosso acceso di René) È sempre lì, il tocco di colore.
Anche tu, Jonas, curi molto la tua immagine e sei sempre ben vestito. Che rapporto hai con la moda?
JK: Devo dire che per me è  molto semplice. Sono stato testimonial di una marca d’abbigliamento per molti anni, il che rende molto facile la mia ricerca del look. Ora ho smesso di far shopping e di cercare gli articoli più alla moda, dato che vengo rifornito costantemente  di abiti.
Di?
JK: È un noto marchio sartoriale tedesco, che amo molto,  più conosciuto in ambito femminile che maschile. Le loro collezioni donna sono vendute in tutto in mondo, mentre quelle maschili solo in alcuni paesi.
Come descriveresti il tuo stile di tutti i giorni? Sei più il tipo da blazer e soprabito sportivo o preferisci jeans e T-shirt?
JK: Beh, sai, all’inzio della mia carriera, mi presentavo come mi sono sempre vestito, molto sportivo,  jeans e scarpe da ginnastica. A un certo punto,  credo fosse da qualche parte in Italia, ho scoperto una fantastica marca di camicie che aveva una linea dai colori colori brillanti. Io adoro il colore! Ne feci incetta e cominciai ad indossarle ogni giorno alle prove perché ero orgoglioso di queste mie camicie; ogni giorno ne indossavo una nuova. E’ stato durante una produzione che il regista mi trattò come un divo. All’improvviso, mi resi conto che non sei più  un giovanotto coi jeans strappati e la gomma da masticare. Pensai: non contano le tue qualità vocali, o  ciò che fai sul palco o come reciti, conta di più come ti vesti. Tutt’ad un tratto la gente con cui lavoravo [corsivo mio] diventò molto più rispettosa di prima. Quindi, da quel momento in poi, mi sono vestito in maniera più formale e tutto è andato molto bene. Adesso però ho messo in atto il processo contrario:  tornare ai jeans e scarpe da ginnastica perché, ovviamente, mi sento più a mio agio e posso agire liberamente in scena dove posso  inginocchiarmi o  rotolare sul pavimento!
Si certo visto come René ti maltratta in questo spettacolo! Ti sbatte da una parte all’altra del palco.
JK: Si, durante le prove mi sono strappato i jeans e bucato un maglione.
A causa sua?! (indicando René)
JK: Certo, sempre a causa sua! Vogliamo parlarne?… basta guardarlo!
E’ si, è,veramente un gran bullo! (René mormora qualcosa di incomprensibile in tedesco. Risata) e tu René invece?
RP: Vengo dall’altra parte del Muro (Germania dell’Est) e da ragazzino non avevo praticamente nulla. Sono cresciuto senza  soldi e quindi no avevo certo cose belle. Quanto ho finito gli studi musicali e sono entrato nella compagnia del  Teatro dell’Opera di Berlino, improvvisamente passai da un guadagno di duecento a cinquemila marchi di contributo al perfezionamento – la cifra che percepiva un primario. Fu un enorme salto di qualità.. Sono come impazzito e volevo comperare tutto. Per anni sono stato un vero maniaco della moda. Il mio armadio ormai  esplodeva e così mi calmai e ora mi trovo a indossare anche dei capi di dieci anni fa e che sono ancora nuovi di zecca e mai indossati.  Lo stesso discorso vale per le scarpe. Ne  ho accumulate una gran quantità, molte indossate una sola volta e quindi praticamente nuove.
JK: E quindi non puzzano nemmeno, dopo dieci anni.
RP: Anche io andavo alle prove in giacca o in blazer, questo mi tratteneva dal fare cose come rotolare sul pavimento. Agivo in modo molto diverso. Ora, indosso scarpe sportive e vesto molto più casual per le prove e così posso muovermi e sentirmi molto più a mio agio senza la paura di distruggere i  vestiti.
Avete uno stilista preferito?
JK: Lui, ad esempio, ha un  fantastico soprabito fatto da uno stilista di Dresda.
RP: Si, mi vesto con dei capi di un bravo stilista che lavora a Dresda anche se viene  dall’Italia. Prima ero un Etro-dipendente. Impazzivo per le camicie e le comperavo indipendentemente che ci stessi dentro o  meno, dovevo semplicemente averle! Ora, che sto invecchiando, sono più un tipo da  Ralph Lauren.
Ma non ti privi dei tuoi  tocchi di colore.
RP: Assolutamente no….
Devo fare una foto alle tue calze! Sono fighissime.
JK: Sono di Pac-man!
RP: Vengo dalla Germania dell’Est; ciò significa che devo indossare calze rosse!
JK: Hahaha, rote Socken! [in tedesco]
RP: Rimango e sono un  moda-dipendente! Vorrei anche creare un marchio mio e vorrei anche dedicarmi all’interior designer… se ne avvessi il tempo.
Ah, perfetto, senza volerlo hai già risposto a una delle domande che intendevo fare: “Cosa fareste se non foste dei cantanti lirici?”
RP: Io farei decisamente lo stilista.
E cosa pensi quando ti guardi nello specchio?
RP: La prima cosa a cui penso è che dovrei comprare uno specchio nuovo.
Perché?
RP: Lo specchio non restituisce mai un’immagine di me adeguata, quindi devo comprarne uno nuovo.
Ma fammi il piacere! Stai scherzando, non è  ciò che pensi realmente, vero?
RP: Nello specchio vedo le  imperfezioni come chiunque altro – una piccola macchia, borse scure e gonfie sotto gli occhi e mi rendo conto  che dovrei prendermi un po’ più cura di me stesso. Lo specchio non mente mai. Quando ti alzi e ti specchi di sera o di notte, dall’altra parte c’è sempre il tuo doppio. Anni fa ero fermamente convinto che lo specchio era l’ok per dovere cambiare. Ma ora lo considero come un amico. L’uomo che è sempre dall’altra parte dello specchio mi dice: “Ok René, vedi di curarti un po’ di più,” oppure “Stasera sei stato stato grande!” o ancora “René, stasera hai fatto davvero schifo, ma è meglio che ci dormi sopra, ne riparliamo domani quando ripassi di qui.”
Ho ragione io, vedi, lo specchio è un tuo amico  e non  vuoi davvero sbarazzartene.
RP: No, certo che no. Lo specchio è tuo è fondamentale averne uno in cui specchiarci.
E tu, Jonas, sei superstizioso o hai riti  scaramantici che fai prima di salire sul palco?
JP: Assolutamente no! Pratico regolarmene degli esercizi di yoga. Se mi capita che devo affrontare un ruolo particolarmente  impegnativo, posso anche farmi un riposino pomeridiano. A volte posso iniziare a riscaldare la voce attorno alle 11 del mattino,  giusto per prepararla. Ma non sono certo dei riti scaramantici. Non sono uno che arriva ore prima in teatro. Molti colleghi  arrivano in teatro tre o quattro ore prima per riscaldarsi e rileggersi o ripassare l’intera parte. A una recita di questo  Don Carlo [corsivo mio] sono arrivato 35 minuti prima dell’inizio pur essendo il primo a salire sul palco, ma questo è il tempo che mi occorre. In un’altra zione, sono arrivato 45 minuti prima perché avevo due interviste televisive da fare. Mi sono quindi fiondato  in camerino per il trucco disturbando il mio caro collega. (indicando René)
RP:  No, no, sono io che ho disturbato te!
JK: E’ stato divertente. Ero seguito da i cameramen, anche al trucco e, ovviamente,  non volevano far entrare René. Lui, fuori  che che “garbatamente” diceva (imitando la voce profonda e stizzita di René): “Scusate un attimo, non mi interessano le interviste, ho bisogno di truccarmi immediatamente!!! Fatemi entrare!!”
RP: Eh, non è andata proprio così! ( facendo il verso a se stesso, ripetendo l’imitazione fatta da Jonas) Precisamente ho detto che  “Non me ne frega un c…!” (Risata generale, mentre René sfodera il suo miglior ghigno alla Mefistofele)
Ragazzi ora facciamo i seri e vi faccio una domanda veramente molto importante. I cantanti lirici russano più rumorosamente delle persone normali? Utilizzate tecniche di emissione particolari  mentre dormite?
RP: Non so. Sono comunque un russatore.
JK:  Forse dovresti chiederlo alle nostre compagne. Che io sappia, non russo.
Davvero?!
JK: No. Lo giuro. Forse accade una volta all’anno, se ho un po’ alzato il gomito, ma altrimenti non russo. Ma credo che i cantanti abbiano una capacità fisica di russare più rumorosamente degli altri, ne sono certo.
(René comincia a imitare il russare)
RP: Alcuni lo chiamano russare. Io lo chiamo relax.
JK: Ah si, certo, esercizi per il palato molle!
RP: Io canto addirittura durante la notte. (comincia a canticchiare) Cioé, non canto veramente, ma emetto dei suoni e al mattino ho già la voce riscaldata. Appena mi sveglio emetto un  “mmmmmmMMMMMM.” (scende velocemente dall’acuto al basso). Se mi riesce bene allora la voce è  in buona forma.
JK: Svariato tempo fa,  ero andato ad un masterclass e l’insegnante ci chiese: “Quanto tempo passate lavorando con la vostra voce?” C’era chi diceva un’ora, chi novanta minuti, o altro. Io dissi: “Cosa?! Io ci passo praticamente l’intera giornata!” La prima cosa che faccio quando mi sveglio è chiedermi: “La voce c’è ancora?” (emette dei suoni causali per testare la voce). È strano ma è così. Ovviamente facciamo conto sul nostro strumento, senza il quale non possiamo far nulla.
Quale nazione o città ha il pubblico più esigente? Qui a  Monaco il pubblico è molto cortese e resta per molto tempo dopo la recita per richiamare molte volte i cantanti sul palco. In questa occasione poi si è  andati avanti ad oltranza, ma ovviamente perché il pubblico ha riconosciuto un’esibizione di grande classe. In altri teatri il  pubblico, secondo me, non ci capiva molto e tributava delle standing ovation gridando: “Bravo!” a esecuzioni francamente molto mediocri.
JK: Beh, si dice che quello di Parma è il pubblico più difficile, non in senso negativo, ma se qualcuno davvero massacra una parte in Italiano da qualche parte nel mondo, direbbero: “Ah… se accadesse a Parma probabilmente lo avrebbero già massacrato!” Quindi ci sarà un minimo di verità, visto che  tutti dicono che i parmensi sono molto critici. Applaudono per tutto ciò che apprezzano e ti crocifiggono letteralmente se non piaci. Non ho mai cantato a Parma, quindi non posso parlare per esperienza, rifeirisco solo quanto  si dice. È comunque vero che in ogni teatro si percepiscono delle reazioni molto diverse. Ad esempio, ci si  aspetterebbe che il pubblico inglese sia riservato e molto contegnoso, in realtà al Covent Garden in realtà sono calorosissimi. A Zurigo, invece, un teatro in cui canto molto spesso, sai che, bene o male che vada, hai sempre la stessa reazione da parte del pubblico. Quando un collega arriva per la prima volta qui, capita sempre che  chiede: “Sono andato così male?!” E io rispondo: “No, ti hanno tributato dei grandi applausi!”  E lui:” ma si sono fermati praticamente subito...” “E’ così che va qui.” È il loro modo di fare. E’ sempre un’esperienza diversa dovunque tu vada. Personalmente preferisco il pubblico esigente- quello che, quando ti applaude, molto probabilmente lo fa perché quella sera sei stato davvero convincente. Questo è un aspetto che noto molto e che ammiro negli americani. Va anche detto che non perdono molto tempo – tre o quattro chiamate e poi tutti via a  prendere un taxi.  Ricordo però che, in occasione della mia primissima apparizione in America, quando sono sicuro che per il 99.9% del pubblico ero uno sconosciuto, ho ottenuto un grande applauso e centinaia di «Bravo!», con la gente in piedi che mi acclamava. In altri teatri invece, per avere degli applausi convincenti, devi essere una certo livello di celebrità.
René, qual è il momento della tua vita fino ad ora di cui ti senti più fiero e cosa speri di raggiungere come traguardo nei prossimi cinque anni?
RP: Il mio momento di maggior orgoglio inizia ogni mattina quando mi alzo e soprattutto ogni volta che vado in teatro per far musica e dare gioia al pubblico. Sono sempre soddisfatto quando posso rendere felici gli altri. E ciò che spero di fare nei prossimi cinque anni è essere capace di continuare a far questo: riuscire a cantare e cercare di regalare a tutti della buona musica.

 

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