Verona: Biedermeyr rievocato con il Quartetto Anthos

Verona, Scuola Civica Musicale “Bruno Maderna”, stagione “Concerti della Domenica”
Quartetto Anthos
Agnese Tasso, violino;  Jessica Orlandi, viola; Silvia Dal Paos, violoncello; Francesco Spazian, pianoforte
Ludwig van Beethoven: Sinfonia “Eroica” op.55 in mi bemolle maggiore (versione per Quartetto con pianoforte di Ferdinand Ries)
Quartetto con pianoforte op.16 in mi bemolle maggiore
Verona, 24 marzo 2013

Il concerto offerto dalla Scuola Civica Musicale “B. Maderna” di Verona, l’ultimo della rassegna Concerti della Domenica, aveva il sapore di una serata salottiera d’inverno nella Vienna del primo ‘800. In programma c’erano due trascrizioni beethoveniane, una fatta dal maestro stesso, e l’altra da suo allievo, segretario, copista e amico Ferdinand Ries, eseguite dal Quartetto Anthos; Agnese Tasso,violino, Jessica Orlandi viola, Silvia da Paos, violoncello e Francesco Spazian pianoforte.
Il quartetto si è lanciato subito nell’impegnativa trascrizione della Sinfonia n°3, “Eroica”, dando prova di grande tenuta, soprattutto da parte del violino, chiamato a sostenere il maggior carico di tutte le principali parti orchestrali per un’opera, non solo rivoluzionaria e potente , ma anche poderosa. La violinista Agnese Tasso, non ha avuto nessun segno di cedimento per tutti i 50 minuti della partitura. Con estrema precisione, ha mantenuto la tensione musicale, senza mai sacrificare la bellezza del suono, sempre morbido e dolce. Con eleganza e grande naturalezza, anche nei passaggi più drammatici e complessi si è imposta con autorevolezza. Ottima prova anche per gli altri interpreti, anche se maggiormente  penalizzati dall’acustica della sala. La violista Jessica Orlandi, amalgamava con cura la linea interna e d’accompagnamento con gli altri, pronta a emergere con grazia nei momenti in cui le era affidata la frase. La violoncellista Silvia da Paos, dell’aria compassata, si è distinta per un’articolazione nitida e presente, un suono fluido, rotondo e omogeneo su tutto il gamma. Anche il pianista Francesco Spaziani, ha avuto un ruolo fondamentale accanto al  violino, nel creare il  ‘tutti’ orchestrale, ma anche imitando il timbro dei corni da caccia nello scherzo, e quello dei contrabbassi nella marcia funebre all’inizio del secondo tempo. Spaziani ha  trascinato il quartetto nelle grandi esplosioni dinamiche e ritmiche e nei contrappunti. Come già accennato sopra, l’acustica della sala e lo stretto contatto fra pubblico e musicisti  rendeva quasi impossibile per il pianoforte ottenere le giuste sfumature e dare più risalto all’intricato intreccio e il contrasto timbrico della scrittura. Nel tema e variazioni dell’ultimo tempo (molto amato da Beethoven che l’ha utilizzato nelle Variazioni Eroica op.35) invece, Spaziani ha sfoggiato un tocco magistrale. Nella sua trascrizione,  Ries introduce il tema con il pizzicato degl’archi, e solo in seguito, introduce il pianoforte in sincopato. Se a questa versione mancano l’imponenza e le varietà timbrica,  che solo la originale versione sinfonica ci può dare, questa ci offre l’occasione di  addentrarci nella complessa dialettica, nei passaggi fugati, negli accordi dissonanti e insistenti, e nelle tensioni e risoluzioni armoniche, nell’espressività e lirismo di cui è veicolo la musica da camera.
La seconda parte del concerto ci ha proposto un pregevole esecuzione del Quartetto op.16 che, allo stesso modo del Quintetto da cui deriva, racchiude lo stile del primo Beethoven, sensibile alle convenzioni della società viennese del tempo, e rivela una serenità senza nubi nella sua franca e aperta cantabilità, quale espressione di un estroverso ottimismo giovanile. Infatti i brani con accompagnamento del pianoforte, insieme ai sestetti, ai settimini e agli ottetti, avevano le caratteristiche della musica di intrattenimento e si rivolgevano ad un pubblico per così dire “intimo” e non pagante (i primi concerti a pagamento, i cosiddetti Dukaten-Konzerte, cominceranno a Vienna intorno al 1815). Per tale ragione questo tipo di musica mirava al puro divertimento e non mostrava tra le sue pieghe un discorso troppo innovatore. Del resto, sia il Quintetto op. 16 che il Settimino op. 20 (l’altro pregevole lavoro dello stesso periodo), aprirono a Beethoven le porte della società viennese intellettualmente brillante, che partecipava alla vita dei salotti mondani e del teatro d’opera. Siamo ancora lontani dalle significative esperienze della sinfonia e delle robuste sonate per pianoforte, ma questo non vuol dire che in tali composizioni non ci sia già il segno della personalità di un artista che avrebbe riempito del suo nome la storia della musica.
Il primo tempo, Grave, avviato da accordi contrappuntati del violino e del pianoforte, immersi in uno stato d’animo di fiduciosa attesa, sfocia in un piacevole e sorridente ritmo (Allegro ma non troppo), in cui gli strumenti si amalgamano fra di loro con naturalezza di espressione e in un’altalena tematica di felice inventiva. L’Andante tocca il momento lirico più puro e fantasioso della composizione: il pianoforte espone la frase principale e su di essa si snodano, come un albero fiorito, le variazioni degli archi, senza scadere nel facile sentimentalismo. Il Rondò è punteggiato da una vivacità e da una freschezza melodica molto gradevoli all’ascoltatore. Qui, più che altrove, Beethoven rievoca il paradiso perduto di una civiltà musicale al tramonto, quando l’artista era chiamato a divertire, con suoni spumeggianti e ariosi, una società aristocratica per censo ed educazione intellettuale, ben lontana dai problemi della sopravvivenza di tutti i giorni.

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