Veronica Simeoni in concerto

Teatro La Fenice, Società Veneziana dei Concerti – Stagione 2012 – 2013
Stagione Cameristica 2012/2013
Mezzosoprano Veronica Simeoni
Pianoforte  Claudio Marino Moretti
Gabriel Fauré: La chanson d’Ève op. 95
Reynaldo Hah: À Chloris
Hector Berlioz: Les nuits d’été op. 7
Venezia, 3 marzo 2013

La stagione di Musica da Camera 2012-2013 Aere Perennius Anno II al Teatro La Fenice di Venezia ha presentato la bellezza e il fascino del repertorio vocale cameristico francese veicolato da una delle più sensibili e veritiere voci di mezzosoprano attuali: Veronica Simeoni. Il programma è risultato un vero e proprio banco di prova per la cantante che ha eseguito due interi numeri d’opera di Gabriel Fauré (1845-1924) e di Hector Berlioz (1803-1869), rispettivamente La chanson d’Ève op. 95 e Les nuits d’été op. 7 inframezzate dalla struggente À Chloris di Reynaldo Hahn (1874- 1947); al pianoforte era il Claudio Marino Moretti, maestro del coro al Teatro La Fenice di Venezia. Un’ora e mezza di canto in cui la Simeoni ha tenuto un superbo livello interpretativo costantemente connesso a una purezza vocale e ad una capillare ricerca di aderenza all’espressione idiomatica del canto francese; quanto questo sia intimamente e strutturalmente implicato con i suoni propri della lingua è un parametro imprescindibile per giudicare il livello dell’interprete e il suo rispetto per la lettera e lo spirito di un’opera come La chanson d’Ève di Fauré che è un ciclo di dieci mélodies composte tra il mese di giugno del 1906 e il gennaio del 1910 su poesie di Charles van Lerberghe (1861-1907), testi noti al compositore tramite il critico d’arte belga Octave Maus; la vicinanza a forme di simbolismo pittorico spiritualizzanti e vacuamente decadenti informa tutta l’opera che è pervasa di un carattere estetizzante e di un senso del mistero che giustifica la sua connotazione laica e allo stesso tempo religiosa. Il risultato è una vocalità molto diversa da quella lirica tradizionale e tanto più remota da quella italiana quanto più vicina a una concezione pittorica, alla Moreau per intenderci, dove non a caso l’esotismo coloniale francese ha la sua parte: ne La chanson d’Ève in cui l’ambiente esotico dell’Eden gioca un forte ruolo evocativo, il canto è arioso e sfumato e, come si legge negli appunti per l’ascolto di Mario Merigo, “è sorretto da un accompagnamento pianistico che alterna all’imitazione severa un luccicante, adamantino splendore. L’argomento biblico obbliga Fauré a far dialogare il Padre Eterno con la sua prima figlia.” L’opera comprende: Paradis, Prima verba, Roses ardentes, Comme Dieu rayonne, L’aube blanche, Eau vivante, Dans un parfum de roses blanches, Crépuscule, O mort, poussière d’étoiles. Qui l’essenzialità del canto di ascendenza classicista, scevro da qualsiasi effetto di tipo romantico, ha impegnato la Simeoni nel controllo sovrano della uguaglianza di emissione e nella squisita confluenza della parte vocale con quella pianistica in sonorità alonate e opalescenti: così ad esempio ne L’aube blanche e ne L’eau vivante anche venate di un vago procedimento modale.
Poi la pienezza della vocalità della Simeoni si è dispiegata nella sublime quanto ricercatamente settecentesca chanson À Chloris con versi di Théophile de Viau (1590-1626) e musica di Reynaldo Hahn, autore posto come preziosa cerniera tra le due parti del concerto che nella sua struggente, sognante citazione dello stile vocale del settecento francese, ha riportato l’ascoltatore nell’alveo dell’impressionismo musicale e del tardo-romanticismo: con questa la Simeoni ci ha veramente fatto sognare per la sua naturalezza di pronuncia francese unita a una solida disciplina che traspare dalla fermezza della sua postura in sede di concerto vocale e dal gesto essenziale quanto sobrio; e non stona sapere che la splendida spilla di strass indossata per l’occasione dalla cantante sulla mise da sera in nero apparteneva alla mitica Rosa Ponselle, come mi ha simpaticamente attestato dopo il concerto Raina Kabaivanska con cui Veronica Simeoni si è perfezionata all’Accademia Chigiana di Siena e poi all’Università di Stato di Sofia: una nota di continuità con la tradizione che passa una staffetta simbolica (e non solo) da una generazione all’altra di artisti. Infine il ciclo delle sei liriche berlioziane Nuits d’été ha costituito la seconda parte del concerto consegnando la serata a un bel successo per la cantante e per il M° Moretti che ha sensibilmente reso coprotagonista dell’esecuzione il pianoforte nei colori, nelle sonorità e nei tempi. Con i versi di Théophile Gautier (1811-1872) le sei liriche: Villanelle, Le spectre de la rose, Sur les lagunes, Absense, Au cimetière e L’île inconnue “delicate e misteriose, nulla hanno a che vedere con gli audaci contrasti timbrici ai quali l’autore ci ha abituati” (Mario Merigo). Al di là di questo giudizio, che dovrebbe valere anche per la loro versione orchestrale – cambiamenti di tonalità e assegnazioni vocali diverse a parte-, le liriche hanno una forte incidenza sull’ascoltatore e gli effetti di contrasto drammatico e timbrico si fanno sentire. Ad esempio Le spectre de la rose è una grande scena drammatica e in Sur les lagunes il lamento disperato alterna il patetismo a tenebrose meditazioni: la voce della Simeoni, rispondente in tutto, ha mostrato flessibilità in un canto più mosso e che richiede maggiori salti in estensione. Sicura nei registri, ha dispiegato il suo pieno e bel colore anche nel bis tratto dal Werther di Jules Massenet che è stato applauditissimo come tutto il concerto .

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