NYC, The Metropolitan Opera: “Götterdämmerung”

New York City, The Metropolitan Opera, Stagione 2012–2013
“GÖTTERDÄMMERUNG”
Terza giornata in tre atti.
Libretto e musica di Richard Wagner
Siegfried JAY HUNTER MORRIS
Gunther IAIN PATERSON
Alberich ERIC OWENS
Hagen HANS-PETER KÖNIG
Brünnhilde DEBORAH VOIGT
Gutrune WENDY BRYN HARMER
Waltraute KAREN CARGILL
1. Norn ELIZABETH DESHONG
2. Norn MICHAELA MARTENS
3. Norn HEIDI MELTON
Woglinde DISELLA LARUSDOTTIR
Wellgunde JENNIFER JOHNSON CANO
Flosshilde RENEE TATUM
Coro e Orchestra della Metropolitan Opera
Direttore Fabio Luisi
Maestro del Coro Donald Palumbo
Produzione e regia Robert Lepage
Set designer Carl Fillion
Costumi François St-Aubin
Light design Etienne Boucher
Video image artist Lionel Arnauld
New York City, 23 Aprile 2013

La produzione del “Ring” firmata dal regista canadese Robert Lepage approda per la seconda stagione consecutiva sul palcoscenico della Metropolitan Opera di New York City. Concepito e visualizzato dal team creativo Lepage-Fillion già a partire dal 2007, lo spettacolo trova la sua concreta realizzazione nella stagione 2011-2012 del Met (probabilmente, il solo teatro che, oggigiorno, disponga di mezzi tali da poter finanziare il mastodontico impianto scenico ad opera del set designer Carl Fillion), mentre la ripresa video dell’intero ciclo è da poco disponibile su supporto dvd/blu-ray Deutsche Grammophon.
Questo “Götterdämmerung” impressiona sin dalle prime battute, grazie all’utilizzo di un macchinario (o machine) che non solo costituisce uno sfondo alla storia, ma ne sostiene lo svolgimento, fornendo tutti quegli espedienti visivi e di movimento utili alla narrazione della vicenda. Ventiquattro “parallelepipedi”, ciascuno della lunghezza di nove metri, vicini l’uno all’altro come i tasti di un pianoforte, e capaci singolarmente di una rotazione completa di 360 gradi. Prodotti in fibra di vetro e ricoperti di alluminio ultra-riflettente, questi enormi totemgirevoli compongono una struttura che raggiunge il peso di 45 tonnellate, mirabilmente gestita da un sistema idraulico che ne genera i movimenti a qualsiasi velocità ed in assenza pressoché totale di rumori meccanici.
La speciale superficie traslucida che caratterizza i pannelli permette al video artist Lionel Arnould la più completa libertà nel dar sfogo all’immaginifico campionario di proiezioni (una su tutte, la rocca boscosa, attraversata da una cascata ed avvolta dalle fiamme dell’incantesimo che Wotan getta su Brünnhilde). Almeno tre momenti, all’interno dello spettacolo, paiono felicemente riusciti: il prologo, dove i fili del destino che le tre Norne tessono, vengono spezzati brutalmente dal vorticoso roteare della machine; il viaggio di Siegfried sulla zattera, in compagnia del cavallo Grane e la scena in cui Gunther, dopo l’uccisione dell’eroe, si monda le mani sporche di sangue nella cascata, tingendo di un rosso vivido lo scorrere dell’acqua. Meno interessanti le scene, per così dire, di conversazione tra Hagen, Gunther e Gutrune, piuttosto noiose e statiche anche dal punto di vista visivo, come pure (e spiace dirlo) il finale dell’opera, dove, per inciso, la cavalcata al rallentatore della valchiria verso la pira rasenta il ridicolo involontario.
In tanto bailamme scenografico, i cantanti sembrano essere a corto di valide direttive sceniche o anche solo di suggerimenti atti a comporre ritratti esaustivi dei personaggi. L’interpretazione della coppia di protagonisti ha un che di pacioso, quasi disneyano nel delineare i caratteri essenziali: questa Brünnhilde, al di là di starsene sempre con gli occhioni spalancati e l’espressione sognante, esprime pochino, mentre il suo Siegfried (dotato di parrucca bionda in puro stile Thor), sebbene si impegni a fondo, non riesce ad evitare certi clichés che provengono direttamente dalla vicina Broadway. Più credibili ed interessanti i gesti di Gunther e Gutrune che si contrappongono ad un Hagen, al contrario, monolitico e privo di personalità.
Deborah Voigt è un’assidua frequentatrice del palcoscenico del Met, da anni impegnata in quel corollario di ruoli tradizionalmente affidati al soprano drammatico. Ad onor del vero, la pretta vocalità di soprano lirico-spinto, in passato tanto vibrante, ampia e seducente, che caratterizzava la Voigt nei primi anni di carriera, mostra oggi la corda a causa di inopportune scelte di repertorio, ma soprattutto, a causa del noto intervento di bypass gastrico che, in poco tempo, ha dimezzato il peso della cantante, compromettendo l’apparato fonatorio. La voce suona ormai chioccia, piuttosto aspra nei centri e vuota nelle gravi, pur conservando qualcosa dell’antico bagliore nell’ottava acuta. Dati questi presupposti, non è difficile immaginare i molteplici scogli che il soprano di Chicago abbia incontrato nel rendere l’impervia scrittura wagneriana. Con il tesoro fatto dall’esperienza (non bisogna dimenticare che in altro tempo, la Voigt fu una degna Sieglinde), la cantante giunge all’epico finale in discreta forma, riuscendo ad infilare qualche si naturale decoroso, anche se, valutando in toto le richieste della parte (pure senza considerare la dizione farfugliata che da sempre contraddistingue il suo canto), non si può certamente parlare né di esecuzione, né tantomeno di interpretazione risolta. Al suo fianco, il Siegfried di Jay Hunter Morris mostra voce di timbro alquanto ingrato ed emissione disuguale.
La visita a Brünnhilde sotto le mentite spoglie di Gunther (scena in cui il tenore texano riesce abilmente a scurire il proprio timbro, sfoggiando suggestive bruniture baritonali), costituisce senza dubbio il climax della sua interpretazione, ciononostante la baldanza vocale esibita in alcuni passi, da sola non può sopperire alle carenze che si evidenziano in altri punti focali dell’opera. Più in generale, Morris sa catturare la simpatia del pubblico grazie all’entusiasmo quasi giovanile che permea tutta la sua performance.
Iain Paterson (Gunther) esordisce sottotono, ma prosegue di bene in meglio, trovando accenti soddisfacenti e belle vibrazioni nel canto, unitamente ad un atteggiamento scenico disinvolto. La Gutrune di Wendy Bryn Harmer e la Waltraute di Karen Cargill sono ottime sotto tutti i punti di vista. La Cargill, in particolare, ha vocalità morbida ed avvolgente e sa muoversi sul palcoscenico con lodevole dimestichezza. Hans-Peter König compone un ritratto di Hagen deludente: pigro sulla scena, monocromatico nell’espressività, cavernoso ed impreciso nel canto e nemmeno riscattato dall’essere l’unico componente di madrelingua tedesca di tutto il cast.
Anzi, nella sua breve apparizione nei panni di Alberich, il basso Eric Owens si dimostra assai più vario e convincente, tanto da eclissare impietosamente König/Hagen durante il confronto nella scena del sogno. Splendide senza riserve, invece, sia le Norne che le Ondine, musicalmente ineccepibili, nonché dotate di timbri accattivanti.
Fabio Luisi dirige assai bene dal punto di vista della coesione, ma manca di riconoscibilità, per non dire di personalità, nella lettura del capolavoro wagneriano. L’orchestra del Met (con archi in stato di grazia) lo asseconda nel gesto con la nota malleabilità, ma sembra penare, ad esempio, nella continua richiesta di smorzare il suono onde sostenere al meglio un canto qua e là difficoltoso (l’immolazione di Brünnhilde, per l’appunto, condotta con la sordina sino alle ultime note e parecchio annacquata nel ritmo). In conclusione, non si può non citare gli straordinari artisti del coro maschile, preparato da Donald Palumbo, capaci di tale perfezione musicale e vocale da costituire l’unico vero brivido alla schiena della serata. Foto Marty Sohl/Metropolitan Opera

 

 

 

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