“Political Mother”

Verona, Teatro Ristori, Rassegna Danza 2013
“POLITICAL MOTHER”
Hofesch Schechter Company
Coreografia e musica Hofesch Schechter
Altre musiche di Johann Sebastian Bach, Cliff Martinez, Joni Mitchell, Giuseppe Verdi
Interpreti: MaëveBerthelot, Chieng-Ming Chang, Sam Coren, Frédéric Despierre, James Finnemore, Bruno Karim Guilloré,Philip Hulford, Yeij Kim, Kim Kohlmann, Merel Lammers, Hannah Shephered
Musicisti dal vivo: James Adams, Joseph Ashwin, Yaron Engler, Joel Harries, Norman Jankowski, James Keane, Vinz
Costumi Merle Hensel
Luci Lee Curran
Verona, 6 marzo 2013
Attraverso il gesto, il suono e la voce, undici ballerini, un’orchestra di sette elementi e un cantante, condividono col pubblico quella che potrebbe essere una rievocazione storico-politica, che fu tanto opprimente quanto capace di generare una danza popolare liberatoria. L’epica “belle mort” del cavaliere che fa harakiri con la propria spada all’inizio dello spettacolo, sancisce la fine della classicità del mito dell’eroe solitario e probo e dà inizio alla contemporaneità del mito della moltitudine solidale e corale. Una nebbia avvolge tutto il teatro e affievolisce le luci drammatiche spioventi sul palco, rendendo la scena crepuscolare, ideale per la rievocazione. Tutto cambia repentinamente al suono dirompente della musica heavy metal, si passa dalla nitidezza del ben illuminato all’intravisto della penombra. Il contrasto, caro a Shechter, è innanzitutto musicale. In Political Mother ci sono inserti classici verdiani tra la libera percussione di tamburi e giri di basso elettrico. A tratti compaiono echi, anzi accenni Klezmer perché si possa intendere noi, forse, una citazione al genocidio ebraico, come, di quando in quanto appare sullo sfondo, sopra allo stage, il politico-cantante rock che urla (come potrebbe una Diamanda Galas) quelli che sarebbero proclami, dunque. Il rimando storico-ideologico è perciò evocato nel suono, nella voce e nel gesto.
Da qui il gruppo danzante si fa sempre più palesemente espressione di devozione e di fedeltà, di sottomissione e di preghiera, stante molto spesso spalle al pubblico e rivolto al suo idolo, quindi in slanci emotivi e solidali con abbracci tra coppie. Tra loro si distinguono per i costumi, che cambiano e rindossano: una volta, eterogenei e colorati come una folla in un mercato di Guttuso, e qua e là armature, corazze e divise militari; un’altra, omogenei e uguali come schiera in un campo di concentramento. Sembra che volutamente non vi sia sincrono tra il suono di percussioni e chitarre elettriche e il gesto coreutico dei ballerini, quanto invece il refrain musicale ossessivo sia palesemente rafforzativo del ripetersi delle coreografie di gruppo e delle performance individuali. La musica di Shechter è rigorosamente dal vivo. Non è soundtrack ma accompagnamento musicale anche nel cambio scena. Invadenza sonora lasciata al servizio del pubblico che attende il proseguo della narrazione. Nel gesto si nota la contaminazione della danza israeliana, votata alla massima libertà espressiva, come insegnatagli da Ohad Naharin della Batsheva Dance Company di Tel-Aviv ma anche di quella indiana coi suoi giri, destrorsi e sinistrorsi, del corpo su se stesso a braccia alzate asimmetriche e palmi di mano al cielo. Contrasto anche in questo caso tra il tribale, del capo chino e la schiena ricurva che poi esplode in corpi frementi che si ricompongono solo nel fare cerchi come intorno a un fuoco immaginario, e il rituale del corpo ritto comandato dal gesto ripetuto all’unisono, corale, regolare e composto. Infine, una scritta: “Where There is pressure there is folk dance”,che appare al neon un po’ alla volta sullo sfondo, dice che la costrizione genera l’espressione. La danza popolare, che in questo spettacolo ha le sembianze di una totentanz, serve a scaricare la tensione dovuta al sovrastare onnipresente e potente del politico-dittatore, come gli stanti ad un concerto rock si muovono e saltano ciondolanti sotto il palco calcato dal cantante demiurgo.
A un certo punto il crescendo musicale scorre frenetico, pare al contrario, come le figure a ritroso verso il centro e a scomparire nel buio. E riappare, intravisto per la luce fioca, il cavaliere dell’inizio alle prese con la spada che vuole stavolta estrarsi dal corpo nel quale se l’era conficcata. Fa appena in tempo a lanciare verso il pubblico un forte grido per annunciare che ce l’ha fatta, ma il sipario si è già chiuso. Non è la fine. Ci viene restituita la facoltà di riflettere su quello che abbiamo visto (abbiamo intuìto) mentre la tensione accumulata viene tanto sciolta dal proprio applauso, quanto assorbita dall’ascolto, a luci accese, di “Both Sides Now” della Mitchell: “It’s life’s illusions I recall…”. Un pubblico, in gran parte formato  da giovani ha applaudito e a lungo, mentre ancora scorrevano le note di Joni Mitchell.

 

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