Intervista a Eric Owens

Eric Owens è veramente  un tipo “figo”. Non c’è termine  migliore per definirlo. Quando lo si incontra, il suo calore e la sua allegria ti mettono immediatamente a tuo agio. È il tipo di persona con cui hai voglia di andare a bere una birra e far quattro chiacchiere perché, benché sia molto intelligente e sia spesso capace di un’impressionante profondità e intuizione, conversare con lui non è mai pesante dato che costantemente trova il modo di farti ridere.
Ho capito durante un suo recital a Berkeley che ciò che distingue questo basso-baritono dagli altri cantanti è la sua capacità di alleggerire qualsiasi atmosfera cupa e inquietante col suo senso dello humor e la sua capacità di immedesimarsi nei sentimenti altrui, si tratti di una malinconica serata  di Lieder di Schubert o della sua interpretazione di Alberich nell’Anello. Dalla sua fragorosa e “demoniaca” risata alla fine di “Gruppe aus dem Tartarus” di Schubert (la miglior risata “demoniaca” in assoluto!!!) alla sua versione “ubriaca” della “Canzone del Vino” di Ravel, il meraviglioso e particolarissimo senso dell’umorismo di Eric ha giocato un ruolo inestimabile nel suo recital, placando e dando sollievo al pubblico dopo che alcuni dei pezzi più impegnativi ci avevano provati e avevano immerso la sala in una densa nebbia di tristezza. L’ho poi  rivisto  e di  fare due chiacchiere con lui,  quando è venuto a San Francisco per interpretare il ruolo di Capellio nella produzione del San Francisco Opera de I Capuleti e i Montecchi. Aveva appena concluso un altro Ciclo del “Ring” al Met di New York ( che ha recentemente ripreso nello stesso teatro) e che interpreterà anche alla Deutsche Oper Berlin, sempre nel ruolo di Alberich.
Eric tu segui molti concerti, a vedere spettacoli e prove dei tuoi colleghi. In genere voi cantanti siete molto stanchi dopo una giornata di prove. Devi proprio amare la musica!
Amo andare a vedere e sentire concerti, lo faccio sempre. Recentemente anche a New York.  Quando mi vedono nuovamente in teatro, c’è sempre chi mi dice: “Che ci fai qui?!” e io rispondo: “Sono un fan dell’opera!” (Ride) Come fanno a chiedermi cosa ci faccio qui?! Pe me è assurdo, sembra quasi che non si ami la  forma d’arte che dovrebbero trasmettere… secondo me, è inconcepibile.
Tu prima suonavi l’oboe. E’ vero che tutti gli oboisti sono…matti?
Ah si!…Si va fuori di testa sai perché?… ci sono le ance! Bisogna che siano ben fatte perchè la qualità del suono dipende da  esse. Se ne hai una che fa schifo una sera farai una pessima figura. Si crea uno stato di agitazione tale da sclearare. Si perde più tempo con le ance che non a suonare quel dannato strumento. Quando si ha finalmente  un’ancia grandiosa,  dopo solo una settimana è già da buttar via! Quindi si ricomicia e  ti vengono certi nervi!!!! E allora impazzisci… e ti vengono gli istinti omicidi!
Quando hai scoperto la tua voce e hai cominciato a cantare?
Ho iniziato a prendere lezioni quando ero alla fine delle superiori; cantavo nel coro della scuola e ho cantanto anche qualche assolo ogni tanto. Ma nel frattempo, dato che ho cominciato ad amare l’opera all’età di 9 o 10 anni, l’avevo già molto ascoltata alla radio e la direttrice dell’orchestra della mia scuola, una meravigliosa signora tedesca, mi dava dischi di opera da ascoltare. Fra tutti quelli che mi ha dato, ricordo in particolare Der Freischütz, che trovai meravigliosa.
Adoro quell’opera!!!
Non è grandiosa?! Non la mettono in scena spesso qui da noi,  mentre meriterebbe una maggiore diffusione.
L’ho vista al Festival di Salisburgo molti anni fa e me ne innamorai, ma non c’è verso di vederla qui negli States.
È una gran composizione e non la mettono in scena al Met dagli anni Settanta.
Beh, almeno si trova su Spotify.
Spotify è fantastico! C’è tutta quella roba che tu pensi che sia introvabile perché è fuori catalogo. A volte resto alzato fino a tardi e mi sento come un bimbo in un negozio di caramelle e mi dico: “Oh, ma guarda un po’ qua!”
La tua dizione tedesca è decisamente buona e fluente?
Posso dire che  Il mio tedesco è soddisfacente. Ci ho vissuto per un po’, a Colonia, ma è stato tanto tempo fa e non ci sono più tornato per cui il mio tedesco si è un po’ arrugginito. Ma una volta che ricominci a parlarlo, ti ritorna tutto alla memoria. Io amo cantare i lieder. Mi piace cercare e scovare il repertorio che voglio cantare. Sono molto attratto dal testo poetico ancor prima della musica. Senza togliere nulla a quest’ultima, io però devo sentire fortemente le parole espresse. Per me vale davvero la frase “prima le parole e dopo la musica.”

Incontri mai difficoltà nel passare dall’opera al lieder?

Te lo confesso, ogni concerto liederistico mi costa una gran fatica! Alla fine di un recital  della durata di novanta minuti sono esausto, più di quanto lo sarei dopo aver cantato in un’opera che dura cinque ore. Tutto ciò a causa di quella interiorizzazione e di tutta quell’emozione che si prova e che non hai la possibilità di sfogare fisicamente come si fa con l’opera. Anche se per la maggior parte del tempo stai lì immobile, ci vuole, almeno per me, così tanta energia per raggiungere quella profondità e per essere capace di fare la differenza per del materiale che può essere paragonato ad una zolletta di zucchero a confronto con un gigantesco bastoncino di zucchero filato, che sarebbe l’opera. È concentrazione nel vero senso della parola. Questo dover ridurre le proporzioni e concentrare tanto maeriale in poco spazio è positivamente pesante. È come un viaggio che intraprendi e che porta il pubblico in un’altra dimensione.
Quindi dopo una performance hai bisogno di riposare o di restare da solo?
No! Finisco sempre con l’uscire dopo perché ho bisogno di stare con la gente per fare decompressione. Uno di questi giorni, giuro, mi limeterò a fare tipo un recital smielato. Con solo numeri allegri, “schifezze” da Disney e lascerò tutti di sasso.
Sei proprio  comico. Ricordo di aver visto su YouTube un tuo video in cui rappi o fai qualcosa di simile ed era spassosissimo!
OOOOOHHHH!!!!! Quello è successo la sera del debutto di Rheingold. Eravamo andati al party ufficiale e quella festa era una rottura di palle perché avevano invitato troppa gente e quindi faceva un caldo soffocante, come in un autobus all’ora di punta. Quindi siamo scesi da “Landmark” e alla radio passavano “The Breaks” di Kurtis Blow e io ho inizato a rapparci su. La mia agente ha iniziato a filmare e io le dico: “Che stai facendo?!!”.

Sei un fan della musica hip hop?
Qualcosa, non moltissimo. Ma la roba di trent’anni fa, tipo, quando ero un ragazzo. Ma ora non sono molto addentro alla cultura pop. C’è di divertente che sono giunto a una conclusione da solo… alcune delle cose hip hop o della roba pop che mi piacciono mi hanno fatto pensare: “Oh mio Dio, Eric, quella canzone ha una forte influenza classica. Aspetta, è una passacaglia! Ecco perché mi piace questa canzone!!!” Sono un tale fanatico che qualcosa deve sempre avere a che fare con la musica classica… (risata)… mi verrebbe da dirmi, “sei proprio un grande idiota!”
Okay, ora ritorniamo a un recital liederistico. Ad esempio quello che hai fatto a Berkeley. Come crei il programma?
Ciò che fa IMPAZZIRE  il mio manager è che mi ci vuole un sacco di tempo. E lui mi dice cose tipo: “Datti da fare a scegliere un programma!” Questo perché io me ne sto seduto a casa e ho cinque o sei diverse opzioni e cerco di  capire…. allora, devo scegliere un tema o faccio tutto Goethe? Quindi cerchi di capire cos’hai intenzione di fare ed è l’unico momento in cui riesci ad essere il tuo stesso direttore artistico, il che ti dà molta libertà, ma comporta anche molta responsabilità. E per i cantanti come me che non sono delle star come Renée Fleming… penso sempre: “OK, Eric, capisci che questo è l’ultimo recital per il quale avrai mai la possibilità di fare un buon lavoro?” È ciò che mi frulla in testa. Quindi mi dico che devo fare questo e quello e tutta la” roba” che mi piace, e finisco con l’impazzire. Poi cominci a pensare a cosa devo eliminare. E dopo ancora comincio a cercare di arrivare a una sintesi e alla fine prendi la decisione di usare il repertorio tedesco per la prima parte e quello francese per la seconda. Nei miei recital raramente manca Schubert perché c’è davvero molto suo materiale che la gente non conosce.  Ci sono più di 550 cose che si potrebbero fare per cui finisco per scegliere tutti testi mitologici per il ciclo schubertiano. E poi penso: “Okay voglio fare qualcosa di Schumann che sia davvero, davvero profondo e cupo da “vado-a-gettarmi-nel-Reno.” (sghignazza)
Quindi hai tratto ispirazione dal tuo ruolo di Alberico nel Ciclo dell’Anello?
No, voglio dire che, quando si tratta di repertorio, è molto facile per me calarmi in un’atmosfera molto cupa. Mi piacciono molto le pagine che insistono sulle zone più scure della voce perchè in genere mi danno  più soddisfazione. C’è più varietà nel lessico dei trii in accordi minori, abbassati di tono. Quindi mi sono detto di provare a cercare quelle che hannp queste caratteristiche,  ad esempio “Mein Herz ist schwer”, “Melancholie” e “Muttertraum”, un lied particolarmente commovente….Poi  pensavo: che cosa ha portato Schumann a gettarsi in quel dannato fiume?
La sifilide!
Ah si, però se ci pensi nel XIX° secolo molte persone come lui erano tremendamente depresse, ma grazie a quello stato psicologico è  emersa  quella meravigliosa creatività. Io ne so qualcosa. Da ragazzo ho vissuto dei momenti di prostrazione che mi portavano a scrivere  poesie che scaturivano inaspettate. E mi chiedevo: “Perché scrivo stà roba?”. Penso a questi autori che hanno passato i loro momenti cupi in cui hanno creato cose meravigliose che forse li hanno aiutati a superarli, non tanto come forma di fuga, ma per dominare realmente lo stato di miseria in cui versavano e trasformarlo in maniera significativa, perché se riesci a controllare una situazione, puoi farci ciò che vuoi  e  puoi arrivare a liberartene. Se al contrario cerchi di far finta che non sia così, non stai affatto bene…Tornando alla musica, una parte di me mi diceva: “Ok, bene Eric, che tipo di recital sarà? …E mi rispondo: “La gente resterà sgomenta e durante l’intervallo andrà a tagliarsi le vene.” Ma poi sono anche  detto: “NO! Non ho intenzione di esserne affatto dispiaciuto!”….La musica è rimane quella che è….
Esattamente….
In conclusione  non c’è un modo giusto per  creare il programma di un recital. Dovrebbe solo corrispondere a quello che tu vuoi trasmettere. Quale che sia la serata mi viene da dire al pubblico: “Venite con me, gente, fate questo viaggio con me! Sarà un percorso un po’ accidentato, ma quando ne usciremo alla fine…. ahhhhhhhhh!” Ecco che mi capita di rifare cose già fatte in passato, ed è bello perché sei  sempre una persona diversa…
Ti sei evoluto….
Cambiamo ed esperiamo sempre nuove cose nella nostra vita di tutti i giorni. Penso anche: “si potrebbe vendere alcolici durante l’intervallo.” (risata) … mi danno una percentuale sulle vendite!”
Si, il 20%.
Mi dicono: “C… abbiamo venduto un sacco di alcolici stasera!” Quindi per la seconda metà del recital si può anche cambiare registro, con un po’ di  repertorio francese: “allegro, ma non troppo”. E allora scelgo Debussy, che è un po’ più brioso e leggero…. “Beau Soir” e “Romance”… sono in una chiave maggiore, potrai anche sorridere, ma  se ascolti il testo ti potrai ancora rigare il viso con una lacrima.
Come “J’ai perdu mon Eurydice.” Ha una tonalità maggiore, ma ti strazia il cuore.
Si, esattamente! Poi cerco di alleggerire il tono ulteriormente con Ravel, ma il vero momento di “commedia” è “Les Deux Grenadiers” ( Schumann ndr) che è come  finire  con la Marsigliese ha un che di trionfante, ma rimane… un’incognita. Un po’ come alla fine di Missa Solemnis con il “dona nobis pacem” e i timpani che entrano come una marcia finale, con una tonalità diversa… ti dà una specie di sensazione rilassante, come se tutto andasse bene, ma dato che siamo esseri umani, c’è sempre la possibilità di sputtanare tutto come del resto facciamo sempre.
Qualcosa mi dice che hai letto Schopenhauer, vero?! (risata) Okay, che mi dici dei bis?
La cosa divertente è che per i bis divento sdolcinato e sentimentale. Uno dei miei bis è sempre “An die Musik” oppure “Music for a While” , come per tributare un omaggio a questa forma d’arte che ha salvato la mia vita. Lo faccio anche per condividere con il pubblico la riflessione su quanto siamo fortunati noi che riconosciamo e appreziamo  questa forma d’arte così perfetta. Non ne conosco altre che suscitano tali emozioni e che possano cambiare l’umore, che possano trasportarti in luoghi molto lontani. Tutto ciò è davvero meraviglioso e voglio sempre rendere rendere merito alla Musica. 

 

 

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