Verona, Teatro Filarmonico:”Cercando Verdi”

Verona, Teatro Filarmonico, Stagione Lirica 2012/2013
CERCANDO VERDI”
Spettacolo di balletto su musiche di Giuseppe Verdi
“Un Ballo in Maschera” (Preludio), “Alzira” (Sinfonia), “L’Esule” (aira per spr. e pf.), “Ernani” (Preludio),”La forza del destino” (sinfonia), “I Masnadieri” (Preludio),”La seduzione” (aria per spr. e pf.).”Attila” (preludio), “Macbeth” (preludio), “Deh, pietoso, oh addolorata” (aria per spr. e pf.), “Luisa Miller” (sinfonia),”La Traviata” (preludio atto I).
Coreografia, scene, costumi, lighting designer Renato Zanella
Maitre de ballet/Assistente alla coreografia Myrna Kamara
Primo ballerino ospite Mikhail Kaniskin
Primi ballerini Alessia Gelmetti, Teresa Strisciulli, Amaya Ugarteche, Antonio Russo
Soprano Teona Dvali
Pianoforte Pietro Salvaggio 
Orchestra, Solisti, Corpo di ballo e Tecnici dell’Arena di Verona
Direttore Julian Kovatchev  
Nuovo allestimento della Fondazione Arena di Verona
Verona, 18 maggio 2013 
Renato Zanella, dallo stile d’impostazione classica ma con aspirazioni moderne, conosciuto come un vero e proprio talento nelle mise en scène musicali, ha vinto la sfida di aver voluto “ballare” su Verdi, dopo aver coreografato in omaggio a Stavinsky e a Ravel. Il compito affidatogli dalla Fondazione Arena di Verona non si è tradotto in un potpourri di figure classiche, di arabesque e Grand jeté, di Pirouette e Fouettés, su altrettanti celeberrimi motivi verdiani, ma si è rivelata più che una narrazione, la rappresentazione di una storia, di un viaggio. Zanella (oggi neo Direttore del Greek National Opera Ballet) è un artigiano della danza, perché dirige il ballo e firma luci e costumi con quella creatività e quella pazienza di chi prende a cuore ogni aspetto del proprio spettacolo, come un Fellini o un Olmi. La sua trentennale esperienza gli ha suggerito di lavorare sulle ouvertures delle opere del compositore di Busseto e sulle arie per soprano e pianoforte, sui versi di Solera e Balestra, con lo scopo di riuscire a far risaltare la danza, perché non fosse sopraffatta dall’imponenza delle vicende melodrammatiche, quanto interprete della passione e dell’umore dei personaggi che in esse vivono. Ma c’è un’allure che trascende l’impegno nei confronti del melodramma verdiano, che libera la mente e lo sguardo e li rende leggeri nel cogliere lo spirito del sentimento. Si comprendono quindi, dal perfetto connubio tra musicalità e gestualità, le sue coreografie per i Concerti di Capodanno alla Filarmonica di Vienna, di cui una rappresentazione emblematica rimane la Polka Mazurka “Un cuore, una mente” di Strauss con l’etoile Eleonora Abbagnato che indossa un vestito rosso elaborato da Valentino.
Per “Cercando Verdi”, il regista e coreografo veronese dichiara di aver optato per l’astrattismo, a favore del sentimento, e di averlo fatto pensando al suo pubblico italiano, l’unico in grado di permettergli di osare, di andare oltre l’accademia (la poesia e la staticità del cantante lirico) a favore del gesto teatrale (la prosa e la dinamicità dell’attore cinematografico). Peccato non averlo allora avuto alla regia dei finora poco convincenti film-opera: “La traviata a Paris” di Patroni Griffi (2002) e “Rigoletto a Mantova” di Bellocchio (2010).
Il suo spettacolo, due atti di quaranta minuti ciascuno, è un perfetto equilibrio di dolci sinfonie e di possenti preludi, di corse affannose (l’ouverture di Luisa Miller) e di contemplazioni statiche (la romanza: “Deh, pietoso, oh addolorata”), di scene per sole ballerine (Luisa Miller) e per soli ballerini (Macbeth), di leggerissimi pas de deux e di coreografie da musical in canotta e pantaloni mimetici (da lui disegnati). I ballerini danzano sulle punte e anche a piedi nudi, cambiano di continuo le movenze per l’alternarsi dei toni forti e dolci dei suoni e del canto, così come le storie rappresentate, alle volte tristi, altre soavi. In bianco e in nero vestono i due ballerini principali. Ecco la dicotomia, il gioco del complementare. Mikhail Kaniskin (il primo ballerino dello Staatsballet di Berlino, formatosi al Bolsoj, già nello Stuttgarter Ballett e vincitore quest’anno del “Best Duet” a San Pietroburgo) in camicia bianca e pantaloni neri e Antonio Russo in nero, l’uno l’immagine speculare dell’altro, le due facce del teatro dell’arte (triste e allegra al contempo), due visioni della stessa passione amorosa, una volta per la donna e un’altra per la patria. Si parlava di viaggio, ebbene c’è la convinzione che sia stato volutamente rappresentato il viatico di qualcuno: del teatro medesimo. All’inizio (“Un ballo in maschera”) il sipario si apre su di un altro sipario e, mentre anche l’orchestra “appare” sovrastando la scena con gli archi (violini, viole e violoncelli) nel duetto coi fiati (clarinetto, fagotto e oboe), fa la sua apparizione un uomo tutto in bianco (Mikhail Kaniskin), è solo. Costui è visibilmente disorientato e sembra l’incarnazione della triste profezia che lo riguarda, infatti trova la morte (sul finale de “L’esule”) appena dopo aver duettato con l’amata (Patria) sul: “Vedi! la bianca luna”, magistralmente cantata dal soprano Tiona Dvali (è il caso di ammettere la grande bravura di questo giovane soprano. La Dvali è georgiana. Già a Roma a scuola dalla Scotto, ma apparsa anche in televisione in un duetto con un concorrente di Amici, e già interprete di eroine verdiane: Violetta, Gilda, Norina). Ritorna in scena (“Ernani”), ma è un altro: il suo alter ego (Antonio Russo), vestito di nero, anch’esso alle prese col gioco della maschera, e col medesimo epilogo. Il sipario chiude il primo atto dopo il crescendo di corni e tamburi: quegli strumenti che in Verdi sottolineano il conflitto con se stessi qui accentuati dal ballo di gruppo (“La forza del destino”) in cui i ballerini all’unisono eseguono movenze in debito col teatro danza contemporaneo. Sembrano alludere ai gesti tribali, comunque militareschi, quei movimenti sincroni delle braccia che spingono in avanti, che girano vorticosamente in alto e poi rientrano e si ricompongono al riappacificarsi dei suoni sapientemente calibrati sui personaggi, sulla loro entrata e soprattutto sulla loro uscita di scena. L’accompagnamento musicale si concede lo spazio di entrare, di “mostrarsi” per poi scemare sempre rimanendo lontano dal medias res del recitativo (che nell’opera lirica seguirebbe subito dopo).
Il secondo atto è esattamente come il primo, uguale e speculare. Sul palco, fino a prima vestito solo di luci, appaiono fondali: gli alberi di una foresta (“I masnadieri”) e oggetti: lo scettro e la corona di un re (“Macbeth”), insomma esattamente ciò che avvicina, accumuna e serve al teatro d’opera come al teatro danza, per la rappresentazione. E’ il teatro il protagonista, quel luogo abitato dall’uomo irragionevole che insiste nel cercare di adattare il mondo a se stesso traducendo la ragione in sentimento (Bernard Shaw): il luogo del melodramma, lo scrigno del bel canto, che finalmente chiama a sé il suo spettatore, palesandosi. Infatti sono le prime note del preludio de “La Traviata”, che uno spettatore seduto un fila avanti, non riesce a trattenersi e vuol dirigere col braccio l’orchestra e sul gesto intona a bocca chiusa il motivo sommesso che allude della tragica fine di Violetta Valéry. Sul palco si apre il sipario di fondo ed appare uno specchio gigante, che avanza verso di noi. Si accendono le luci sulle pareti dei palchi, il teatro si specchia. Quindi l’incedere musicale accompagna la caduta dall’alto sul palco dei fogli bianchi di spartito, e quindi le note fanno un giro e tornano a suggerire il preludio di “Un ballo in maschera”. Il cerchio si chiude e appaga l’orecchio, che lo sguardo era già rimasto attonito e il pensiero piacevolmente rapito.

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