Bergamo, Teatro Donizetti: “Ginevra di Scozia”

Bergamo, Teatro Donizetti – Bergamo Musica Festival 2013
“GINEVRA DI SCOZIA”
Dramma eroico per musica di Gaetano Rossi Edizione critica a cura di Hans Schellevis
Musica di Giovanni Simone Mayr
Il Re di Scozia PETER SCHÖNE
Ginevra MYRTÒ PAPATANASIU
Polinesso MARIO ZEFFIRI
Ariodante ANNA BONITATIBUS
Lurcanio
STEFANIE IRÁNYI
Dalinda
MAGDALENA HINTERDOBLER
Vafrino
MARKO CILIC
Il Gran Solitario di Scozia
VIRGIL MISCHOK
Münchner Rundfunkorchester
Männerchor des Heinrich-Schütz Ensembles Vornbach
Direttore George Petrou
Maestro del coro Martin Steidler
Opera in forma di concerto
Nuova coproduzione Bergamo Musica Festival, Bayerischer Rundfunk, Mayr Gesellschaft di Ingolstadt
Prima esecuzione assoluta della Nuova Edizione Critica
Bergamo, 16 Giugno 2013

L’ottava edizione del Bergamo Musica Festival “Gaetano Donizetti” s’inaugura, anzitempo rispetto al tradizionale calendario autunnale, con un tributo al compositore bavarese per nascita, ma italiano per formazione e bergamasco per adozione, Giovanni Simone Mayr (Johann Simon Mayr). Nella ricorrenza del 250esimo anniversario della nascita (14 giugno 1763), Bergamo omaggia il Maestro che, assieme a Gaetano Donizetti, ha legato il proprio nome alla città orobica, contribuendo, nella fattispecie, alla nascita di istituzioni culturali dedicate all’accoglimento di fanciulli, prevalentemente provenienti dagli ambienti più disagiati, garantendone istruzione musicale e sostentamento. In questo senso, l’incontro di Mayr con il giovane Gaetano (che fu suo allievo per diversi anni) rappresenta una tappa fondamentale nella biografia di Donizetti, il quale, durante tutto l’arco della sua vita, non mancò mai di affermare e ribadire l’importanza della guida del Maestro negli anni della sua formazione. Le composizioni di Mayr non sono giunte fino ai giorni nostri inserendosi nel filone del cosiddetto “grande repertorio” (anzi, a dire il vero si tratta di lavori poco eseguiti e rappresentati, oggigiorno), ma occorre ricordare che nell’epoca in cui il compositore visse, la sua opera godette di enorme successo, in Italia così come all’estero, riscuotendo diffuso e convinto apprezzamento sia da parte del pubblico che da parte di colleghi musicisti. Tutti, da Rossini a Bellini e Donizetti appunto, furono affascinati dal lavoro di Mayr, cui dedicarono parole di stima quasi reverenziale. Non bisogna poi dimenticare che, al culmine della diffusione della sua musica, Mayr fu strenuamente conteso dalle corti internazionali più influenti, da Parigi a Vienna, da Londra a San Pietroburgo, ma tali offerte furono prontamente declinate in favore della permanenza a Bergamo, città con cui il compositore tedesco intrecciò la propria esistenza fin dal 1789, andando poi a ricoprire la carica di maestro di cappella presso la basilica di Santa Maria Maggiore nel 1802. Mayr, non fosse altro che per una questione puramente cronologica, si colloca a cavallo di un cambio secolo di grande rilevanza per quanto concerne i mutamenti stilistici e di gusto musicali. La sua opera mantiene profonde radici negli stilemi che caratterizzarono il tardo settecento, pur gettando nuova luce su formule e strutture compositive che videro la più ampia fioritura nella prima metà dell’ottocento. Se si va a considerare nello specifico la “Ginevra di Scozia” (1801), primo vero successo internazionale di Mayr, non si può fare a meno di notare quanto quest’opera (e nella fattispecie, il primo atto), sia totalmente incanalata nello stile compositivo settecentesco, maneggiato senza dubbio con abile perizia, ma meno attraente sia rispetto al genio isolato di Mozart (ça va sans dire), sia (e qui si esprime un parere del tutto personale) rispetto alle atmosfere più turgide ed intriganti create da Luigi Cherubini per la sua “Medea”. Ciononostante, almeno in un momento, a livello strutturale, Mayr anticipa i tempi con particolare evidenza: al secondo atto, la complessa aria con coro di Ariodante “Se sapeste chi m’accende” con la sua struttura alternata di tempo lento/cabaletta getta le rudimentali basi per quello che Rossini, ad esempio, saprà in seguito sviluppare più compiutamente. Ciò detto, dopo aver ascoltato questa “Ginevra di Scozia”, resta la sensazione di aver assistito ad un elegantissimo esercizio di stile con qualche novità, piuttosto che ad un autentico lavoro di rottura o rinnovamento. Per la prima esecuzione assoluta, in forma di concerto, della nuova edizione critica del titolo mayriano, il Bergamo Musica Festival si è affidato alla Münchner Rundfunkorchester, guidata dalla bacchetta di George Petrou (impegnato anche nell’accompagnamento al fortepiano dei recitativi). Petrou ha diretto molto bene una partitura affrontata dagli strumentisti con la precisione ed il rigore che da sempre contraddistinguono le loro prove. Giusto un poco impettito, il suono, di tanto in tanto, quasi a sottolineare l’aspetto più accademico della composizione. Il cast delle voci è risultato appena all’altezza dei rispettivi ruoli. Pur concessa l’attenuante insita nella difficoltà di realizzare scritture concepite per alcuni fuoriclasse dell’epoca di Mayr (il castrato Luigi Marchesi nella parte di Ariodante, il soprano Teresa Bertinotti Radicati in quella di Ginevra e il tenore Giacomo David nei panni di Polinesso), non è possibile tacere delle molte défaillances ascoltate durante il corso della serata. Il tenore Mario Zeffiri (Polinesso) esibisce una musicalità approssimativa, ravvisabile in particolare nei recitativi imprecisi e carenti d’intonazione, come pure nelle parti più ostiche delle sue arie, dove le agilità non risultano perfettamente a fuoco. Di contro, alcuni estremi acuti piuttosto riusciti, anche se lievemente avventurosi, unitamente a certi atteggiamenti subdoli ed ammiccanti durante lo sviluppo della narrazione, gli procurano l’apprezzamento e la simpatia degli spettatori. Più interessante la prova del mezzosoprano Anna Bonitatibus, impegnata nel difficile ruolo di Ariodante. La Bonitatibus ha dalla sua una lieve velatura gutturale del timbro che può risultare gradevole, se ascoltata nelle parti originariamente affidate ai castrati. Il piglio con cui affronta il personaggio è buono, al pari delle intenzioni interpretative, anche se la voce non sembra essere ben proiettata nello spazio teatrale, mentre l’emissione è affetta da un vibrato piuttosto fastidioso e da aperture nella fascia grave di dubbia efficacia. Nella grande aria al secondo atto di cui si diceva, il mezzosoprano raccoglie comunque un’ovazione da parte del pubblico, nonostante l’esecuzione della stessa non sia immune da qualche difetto, grazie alla convinzione con cui si cimenta nei passi più virtuosistici del brano. Al suo fianco, la Ginevra di Myrtò Papatanasiu si distingue per la bella musicalità e per l’emissione piacevolmente educata che caratterizza il suo canto nella tessitura centrale e medio-acuta. Purtroppo, il settore sovracuto della voce mostra durezze e sfilacciature varie che vanno ad interrompere la morbidezza della linea, altrimenti ragguardevole. Come interprete, il soprano è in grado di valorizzare appropriatamente il lato elegiaco della protagonista e nel momento degli applausi finali, viene salutata con entusiasmo. Gli interpreti dei ruoli minori si dimostrano senz’altro più generici, a partire dal baritono Peter Schöne nei panni del Re di Scozia, di emissione qualunque e molto in difficoltà nella sezione conclusiva della sua aria. Il Lurcanio di Stefanie Irányi è spavaldo quanto basta, ma di voce ed emissione abbastanza sguaiate. Magdalena Hinterdobler (Dalinda) sciupa tutti i recitativi con una dizione ostrogota, ma si riscatta in parte nell’aria che realizza con impeto. Poco incisivo Marko Cilic nel piccolo ruolo di Vafrino. Più che positiva la prova del Männerchor des Heinrich-Schütz Ensembles Vornbach. Foto per gentile concessione del Bergamo Musica Festival “Gaetano Donizetti”

 

 

 

 

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