A Macerata un “Trovatore” tra Eschilo e Stephen King

Macerata, Arena Sferisterio, Opera Festival  2013
“IL TROVATORE”
Dramma in quattro parti di Salvatore Cammarano
Musica di Giuseppe Verdi
Il Conte di Luna SIMONE PIAZZOLA
Leonora SUSANNA BRANCHINI
Azucena ENKELEJDA SHKOSA
Manrico AQUILES MACHADO
Ferrando LUCIANO MONTANARO
Ines ROSANNA LO GRECO
Ruiz ENRICO COSSUTTA
Un messo ALESSANDRO PUCCI
Fondazione Orchestra  Regionale delle Marche
Coro Lirico Marchigiano “V.Bellini”
Complesso di palcoscenico  “Salvadei” Città di Macerata

Direttore Paolo Arrivabeni
Maestro del Coro David Crescenzi
Regia Francisco Negrin
Scene e costumi Louis Desiré
Macerata, 20 6 luglio 2013  

Una torre nera praticabile, neanche tanto elevata rispetto all’altezza dello sferisterio, una passerella dal bordo luminoso per tutta la lunghezza del palcoscenico, ora ad uso di sopraelevata per cantanti, ora di tavolo apparecchiato, perché c’era sempre un personaggio che si apprestava al pasto e si interrompeva; le zingare poi a batterci sopra il tempo con le mani durante il celebre coro (altro che incudini); nerovestite tutte come l’ava di Manrico, che appariva nei momenti più intensi della fosca tragedia iberica, o come potevano essere le suore nella scena della monacazione (invece quelle erano velate di rosso), sono alcuni elementi emblematici di questa messa in scena di Trovatore allo Sferisterio di Macerata. Defunzionalizzato il coro di ogni compito scenico, la regia di Francisco Negrin la scenografia di Louis Desiré mettono al posto dei soldati o degli zingari una massa di spettri dal volto sbiancato e con il resto da zombies che affollavano i punti del palcoscenico resi simbolo di diversi momenti temporali: il passato a sinistra, il presente al centro e il futuro a destra. Tra i fantasmi risaltava quello di un bambino. E bambini erano quelli cui Ferrando raccontava l’antefatto come fosse una fiaba del genere horror. Il retaggio del dolore avvinceva icasticamente i protagonisti, legati tra loro da vincoli di parentela, d’amore o da propositi di vendetta con una fune rosso-luminescente: vero e proprio oggetto metafora, che poteva essere interpretato ora come time-line, ora come filo rosso della vendetta, ora come cordone ombelicale che unisce ancora madre e figlia, procedeva dalla figurante madre di Azucena, divenuta Erinni capace di operare la sua vendetta, anche all’insaputa della figlia dormiente, coinvolgeva nella tregenda ordita anche la povera Leonora, colpevole solo di amare, che raccoglieva nel suo morire la fune fatale in una matassa. Nel duetto baritono-soprano del quarto atto Mira, di acerbe lagrime sembrava di vedere una contaminazione con il secondo atto di Tosca, quando Luna-Scarpia, seduto a tavola accetta il “prezzo” di Leonora–Tosca che arriva perfino a brandire il coltello della mensa. Il meccanismo tragico, così interpretato da Negrin, sembrava attribuire alla zingara arsa sul rogo il ruolo di maggior motore del dramma, appiattendo inevitabilmente quello di Azucena. E infatti è lei la mano armata della madre che le impose vendetta prima di essere arsa; poi nel finale sarà proprio quell’innaturale sonno, che non si interrompe nonostante lo strazio di Manrico, di Leonora morente e le ire del Conte,  a obnubilare la sua coscienza e ad agevolare la scelta definitiva della vendetta: Azucena si risveglia solo in tempo per vedere la morte del trovatore e per rivelare al Conte che ha ucciso il proprio fratello. Nell’ottica horror della regia questo viene ucciso dal Conte con le proprie mani e alla fine tutta la passerella viene investita dal fuoco che vi corre sopra per tutta la lunghezza del palcoscenico. La suggestione del fuoco era presente sulla scena fin dall’inizio con un getto di fiamma nella zona della passerella riservata al passato e con un mezzo arco di fuoco collocato sulla destra a preconizzare il rogo di Azucena paventato da Manrico nella celebre cabaletta. Il numero notevole di particolari rendeva abbastanza macchinosa la lettura della regia e della scenografia, anche se gli elementi portanti del dramma erano comunque ben evidenti. I costumi di Desiré facevano di tutto per confondere i piani temporali ed i livelli stilistici: soprabiti ottocenteschi per gli uomini e marsine gallonate su camicioni neri listati di rosso con cinturoni, fibbioni e stivaloni facevano sembrare Ferrando, che aveva la versione della mise in rosso, imbonitore da circo  e il Conte di Luna domatore di leoni col mantelluccio nero lucido (c’era anche il mezzo cerchio di fuoco). E i combattimenti con la falce tra Manrico e Conte facevano tanto “Brancaleone dialoga con la morte” nel noto film di Monicelli. Per le signore solo  nero: nessuna differenza tra le zingare biscagline e le alte dame dell’Aliaferia; unica nota di colore: i capelli rossi della Erinni-madre di Azucena e le suore velate di rosso. L’intenzione di contrarre il tempo della trama, tipica del fiabesco, operava nei continui cambi di scena a vista anche tra un atto e l’altro e nella prefigurazione di antefatti o di elementi impliciti nella fabula: uno per tutti il caso di Manrico che, dopo il do acutissimo della pira (si naturale per questa edizione), viene portato dagli armati accorsi direttamente nella galera della torre. Il cast aveva una certa omogeneità, a parte l’evidente debolezza vocale del basso Luciano Montanaro (Ferrando) che pure suppliva alla carenza timbrica e del registro grave con una certa agilità da basse-baritone per eseguire gruppetti e rotando pronunce, ma le note più acute di Abbietta zingara risultavano nasali e gli armonici insufficienti in ogni frase. Voce piena e generosa quella del tenore Aquiles Machado (Manrico), capace di affondi nella zona grave senza stimbrare, con qualche oscillazione in quella medio-acuta ha sostenuto il tremendo ruolo del trovatore senza flessioni e con grande tenuta di accenti;  il tenore venezuelano ha dato ai recitativi il giusto risalto nella scena del secondo atto con il mezzosoprano rendendo poi notevole il fraseggio melodico nel duetto Ai nostri monti e ben piantata la puntatura acuta della pira.  Vocalità direi speculare a Machado quella di Susanna Branchini (Leonora) che ha le stesse caratteristiche sul versante sopranile: pienezza di suono nel medio-grave e la zona acuta che si illumina negli slanci di Tacea la notte placida e nelle cabalette Di tale amor e Tu vedrai che amore eseguite con efficacia anche senza il “da capo”. Ottimo e valoroso il giovane baritono  Simone Piazzola nel Conte di Luna ha dato al personaggio lo slancio e l’espressione vocale richiesti con uno spessore raro negli acuti; leggermente opaco in certi punti della zona grave, ha risolto bene grazie ad una sicurezza e una tecnica evidenti; anche i versi manierati della cabaletta Per me ora fatale risultano credibili  con una voce come quella di Piazzola. Di alta levatura la  vocalità di mezzosoprano verdiano quella di Enkelejda Shkosa in Azucena, ha soddisfatto ogni esigenza di ascolto mettendo in campo chiarezza di dizione italiana e ampia emissione in ogni registro con l’uso misto della voce di petto. Applauditissima come gli altri protagonisti, la Shkosa ha però tentato, fallendo, la puntatura acuta del do acutissimo nella cadenza del Perigliarti ognor languente.  Tra i comprimari spicca la Ines di  Rosanna Lo Greco che ha conferito al personaggio di confidente eleganza e sensibilità, indi il Ruiz di Enrico Cossutta, tenore dal timbro spiccato, e distinto era  infine il messo di Alessandro Pucci Valorosi come sempre la Fondazione Orchestra Regionale delle Marche diretta dal Paolo Arrivabeni con eloquenza agogica e timbrica e il Coro Lirico Marchigiano“V. Bellini”  diretto dal M° David Crescenzi con la bella realtà del Complesso di palcoscenico  “Salvadei” Città di Macerata.  Il disegno luci, che si avvaleva anche di una fila di enormi lampadari  stile postmodern  in scena, era di  Bruno Poet .

 

3 Comments

  1. massimo.fazzari

    Piu’ della meta’ della recensione e’ dedicata alla regia,parte minore al canto: non ti sembra sintomatico di questo periodo ? Ricordiamo che a teatro si va per la musica ed il canto di Verdi e non per le masturbazioni dei registi di oggi; a proposito, questo Negrin, sa leggere uno spartito ?

  2. Luigi Cerulli

    Per completezza d’informazione, il ruolo di Ferrando era interpretato dal basso Luciano Montanaro e non da Luigi De Donado.
    Cordialità,
    Luigi Cerulli

  3. Sandro Massimo

    È una recensione illuminante di uno spettacolo d’opera in una grande arena in
    cui il palcoscenico era impiegato in tutta la sua interezza . Chi sa leggere
    tra le righe ( e non le conta soltanto ) si accorge che il fatto artistico
    viene interpretato e illustrato in ogni aspetto .

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