Intervista a Thierry Malandain

A chiusura dell’Estate Teatrale Veronese va in scena in “prima” ed esclusiva nazionale al Teatro Romano dal 22 al 24 agosto con inizio alle 21 il balletto Cenerentola su musiche di Sergej Prokofiev. Lo propone il Malandain Ballet Biarritz nella coreografia del suo direttore Thierry Malandain di cui sono già andate in scena con successo, al Teatro Romano, tre sue precedenti creazioni: Les créatures nel 2007, Romeo e Giulietta nel 2010 e una Serata Novecento  (comprendente La morte del cigno, Lo spettro della rosa, L’après-midi d’un faune, L’amore stregone e Bolero) nel 2012.
Tante le Cenerentole su musica di Prokofiev entrate nella storia del balletto. Tra queste la versione di Frederick Ashton del 1948, quella di Maguy Marin del 1985 e, per noi italiani, quella di Paolo Bortoluzzi del 1977 dove la scarpetta da punta diventava per la bambina-Cenerentola il simbolo del riscatto che le sarebbe arrivato grazie alla danza.
Qual è – chiediamo a Malandain – il tema di fondo della sua versione che ha debuttato con grande successo lo scorso giugno a Versailles e arriva a Verona dopo una tournée in Spagna?
Cenerentola è il percorso di una stella, una stella che danza. La coreografia ci porta sulla via della realizzazione. Quella che passa attraverso il dubbio, l’emarginazione, la sofferenza, la speranza, per raggiungere infine la luce. Attraverso questa visione, fatta di ceneri e di magia, talora tragica, talora comica, ho cercato di scrivere qualcosa di universale.
Prokofiev, quando ha composto le musiche per il balletto, ha dichiarato di “voler esprimere, prima di tutto, l’amore poetico di Cenerentola e del Principe, la nascita e lo sbocciare di questo amore, gli ostacoli che si sono erti lungo il suo percorso e, alla fine, il compimento di un sogno”. Questo è il cardine della vicenda… ma c’è dell’altro?
Cenerentola è una vecchissima storia che si conosce grazie a Charles Perrault (1697) e ai fratelli Grimm (1812), ma, in giro per il mondo, ne esistono numerose altre versioni. L’intrigo, il fantastico, la ricchezza di simbologia di questa fiaba sono stati fonte di molteplici adattamenti sia per lo schermo che per il teatro. Tra le tante Cenerentole c’è quella di Jules Massenet su libretto di Henri Cain messa in scena all’Opéra Comique nel 1899. Di quell’allestimento fu Mariquita, “fata della coreografia artistica”, di cui ammiro tantissimo la sintassi compositiva, a firmare le parti danzate. Quasi un secolo dopo io stesso le ho rielaborate per un allestimento al Festival di Vaison-la-Romaine, ripreso all’Opéra Théâtre di Saint-Etienne nel 1990 e al Grand Théâtre di Ginevra nel 1998.

Cosa la attrae dell’opera di Massenet e cosa ha ripreso nella sua coreografia?
Nell’opera, grazie alla madrina che è “fata”, Cenerentola ha attorno a sé creature meravigliose che sostengono l’eroina nella ricerca dell’amore e della felicità. Silfi, folletti, raggi di luna: questi spiriti aerei proteggono la nostra Cenerentola. E mentre lei canta “la tua madrina ti vede e ti protegge”, nei fratelli Grimm è la madre della ragazza che prima di morire dice a Cenerentola: “Io veglierò su di te dall’alto del cielo”. Di conseguenza ho scelto di concentrare i poteri di protezione che hanno la madrina e la madre nell’unico personaggio della fata. Per il resto, rimango fedele alla riscrittura del racconto di Perrault fatta da Nikolai Volkov per il balletto di Sergej Prokofiev.
Il balletto di Prokofiev, creato al Bolscioi di Mosca il 21 novembre 1945, nel corso degli anni è stato messo in scena numerose volte. Cosa l’ha spinta ad avvicinarsi a Cenerentola?
Dopo aver rifiutato, nel corso degli anni, diverse proposte di mettere in scena Cenerentola, mi ci sono alla fine cimentato consapevole che il capolavoro di Maguy Marin del 1985, che ha trasportato la vicenda nell’universo di una casa di bambole, non poteva aver spiegato tutto. In effetti, riallacciandosi alla tradizione di Ciaikovsky, Prokofiev concepì Cenerentola “come un balletto classico con variazioni, adagi e passi a due”. Questo richiede almeno una trentina di ballerini o una particolare “destrezza scenica”, soprattutto per uno dei momenti salienti del balletto, il ballo a corte. Naturalmente, non svelerò nulla. Salvo che, all’epoca in cui i pattini a rotelle fecero furore in Francia, cioè verso il 1875, Mariquita propose l’adattamento per pattini a rotelle di alcuni balletti. Infine, non è un mistero, Prokofiev, maestro di orchestrazione nei cui riguardi la storia non si è mostrata troppo tenera, è l’autore di una musica dai suoni sciolti, ma a volte innaturale, canzonatoria e violenta. Poiché si riflette in me come uno specchio fedele, poiché preferisco dare della mia anima un’immagine meno scura, l’ho spesso tenuta a distanza. Se ne sprigionano ciononostante pagine di grande bellezza espressiva, che mi hanno permesso, nel 1994, di metterne in scena Il fiore di pietra all’Esplanade Saint-Étienne Opéra (ripreso nel 2001 negli States nell’interpretazione del Ballet Florida).

Qual è stata la “scintilla” che più di ogni altra cosa l’ha ispirata?
Oltre all’opportunità di debuttare a giugno sulla scena dell’Opéra Royal di Versailles – la cui costruzione è iniziata proprio ai tempi di Perrault – la scintilla è stata la frase di Nietzsche “bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante”. Nella mitologia greca, il caos rappresenta la massa grezza inorganica e informe, da cui nascono la terra, il cielo stellato, l’amore. Nel racconto, considerata meno di una nullità dalla cattiva matrigna, sempre sudicia per le pulizie del focolare e vivendo, per così dire, tra le ceneri – da cui il suo nomignolo – è al sole dell’amore, “trovando la scarpetta giusta per il suo piede” che Cenerentola diventa una giovane donna realizzata, una stella che danza. Questo compimento di un sogno, di cui il racconto illustra le tappe, questa rinascita, perché le ceneri si ricollegano evidentemente alla morte, simboleggia il compimento di sé. Per capirlo non è necessario tornare bambini e credere alle fiabe. Così, attraverso la storia di Cenerentola, attraverso le sue sofferenze, le sue emozioni, le sue speranze si scrive qualcosa di universale. Un grido alla luce, un richiamo al chiarore sereno delle stelle, sorta di contrappunto al caos interiore in cui si moltiplicano i dubbi, le rivolte, i dispiaceri sofferti e le felicità sognate. “Creare, ecco la grande liberazione della sofferenza, ecco ciò che rende la vita lieve” scrive Nietzsche. In tal senso, Prokofiev, il cui secondo Premio Stalin nel 1945 non lo mise al riparo dai burocrati e dal temibile Andrei Zhdanov che in nome del “realismo socialista” ridusse alla disperazione numerosi dei maggiori artisti sovietici, ne è un esempio. È dunque “per sfuggire al buio delle cose troppo reali”, come lo cogliamo in Massenet, per dimenticare l’umanità che sanguina, l’ignoranza e la stupidità umana, insomma per tentare di sublimare l’ordinario, che ho coreografato Cenerentola.
E l’allestimento? Cosa ci può svelare della scenografia?
Così come Magnifique o Romeo e Giulietta, lo spettacolo è stato concepito con una economia di mezzi, ossia senza cambi di scene, senza artifici, ma con il piacere trasmesso dall’umanità e dalla magia del racconto, dalla sontuosità della musica, ma anche dalle risate delle scene burlesche che controbilanciano gli episodi onirici o di sventure. Insomma abbiamo fatto del nostro meglio per disperdere le nuvole e “generare una stella danzante”.

 

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