Interviste d’annata:Raina Kabaivanska

Parlo con Raina Kabaivanska in un pomeriggio d’agosto, in un accogliente giardino di un recidence a Torre del Lago, dove l’artista è impegnata in Butterfly nel festival pucciniano. Molto cordiale e decisamente bella, il soprano bulgaro mi affascina per la dolcezza dei modi, per la voce vellutata, per quello sguardo profondo che esce dagli occhi brillanti e intelligenti. Non è forse cortese svelare l’età di una signora, ma la sua fama è tale per cui trovo l’indicazione sull’enciclopedia dello spettacolo. Nasce a Burgas nel 1934 e vi assicuro che gli attuali quarantadue anni sono bellissimi.
La prima domanda che le rivolgo riguarda le sue impressioni sul mondo teatrale italiano e gli eventuali  problemi incontrati nel settore del lavoro.
«Io sono un caso un po’ eccezionale perché ho cominciato la mia carriera in Italia, prima non avevo cantato. Sono arrivata qui molto giovane, subito dopo aver finito il conservatorio a Sofia con una borsa di studio: non avevo alcuna esperienza professionale. Ho fatto delle piccole cose in provincia e poi ho partecipato al concorso della Scala per i giovani e così ho cominciato a cantare: mi riferisco a quasi vent’anni fa. Non posso quindi rispondere alla sua domanda proprio perché il mio “sistema teatrale” è quello italiano».
Cambio domanda e, sempre in ambito di diversità tra nazioni, chiedo le differenze di studio della musica fra Italia e Bulgaria.
«Come studentessa ho finito il conservatorio a Sofia come cantante e come pianista. Lì ho avuto questa base molto solida di studio approfondito, però la parte vocale l’ho imparata bene soltanto in Italia con la mia maestra, la signora Fumagalli. In Bulgaria avevo cominciato da mezzosoprano e fu una cosa assolutamente sbagliata perché è tutt’un’altra impostazione vocale: io, vocalmente, sono un prodotto della scuola italiana».
Passiamo a domande più impegnative e interessanti come quelle relative alla scelta del repertorio e allo studio del personaggio, sempre molto curato nei minimi particolari.
«È una domanda molto vasta che richiederebbe tanto tempo, comunque posso dire che all’inizio della carriera, da studentessa povera e bisognosa, non sceglievo il repertorio, ma accettavo tutto quello che mi era proposto. Naturalmente all’inizio ho fatto anche passi più lunghi della gamba; ho fatto opere che oggi non farei mai, come ad esempio la Turandot di Busoni che feci nel ‘62 alla Scala. Dopo anni riguardai lo spartito e mi resi conto della follia che avevo fatto, giustificandomi con l’incoscienza della gioventù ed anche con il bisogno per sopravvivere.
Adesso naturalmente dopo anni di carriera le cose sono cambiate e posso scegliere il mio repertorio. Le nostre scelte, però, sono sempre molto condizionate. Per esempio a me è stata messa l’etichetta della verista e i teatri mi richiedono per il repertorio esclusivamente verista. Ultimamente mi sono un po’ ribellata perché è un repertorio anche dannoso, non tanto per la voce, ma perché richiede una partecipazione emozionale che mi coinvolge troppo e per questo vorrei fare opere di Verdi, tant’è vero che nella prossima stagione farò soltanto opere di Verdi per riposare e prendere respiro, per la voce. Adesso vado con la Scala a Washington con Simon Boccanegra, vado a San Francisco con La Forza del destino, apro la stagione a Napoli al San Carlo con Don Carlos che dopo farò a Lisbona. L’unica Tosca che faccio quest’anno è al Coven Garden, perché è un’occasione importante da fare. Così, andando avanti negli anni, cerco di salvaguardare la mia voce e credo che anche nel Verdi posso dare qualche cosa.
Lei mi chiedeva dei personaggi. Tutti dicono che i miei personaggi sono originali, molto individuali: è vero. Io non ho mai preso come modello di personaggio un’altra cantante. Ho ammirazione per la Callas, per la Tebaldi, però non ho mai cercato di imitare nessuna e credo che uno dei pregi, tutto sommato sia anche di essere stata  sempre fedele me stessa e al mio punto di vista.
Come studio il personaggio? È veramente una cosa piuttosto lunga. Per esempio appena entrata alla Scala nel ‘61 ricordo bene che il m° Gavazzeni mi ha voluto nella Butterfly e io, nonostante fossi giovane e bisognosa ho rifiutato. “Maestro grazie – gli dissi – è un personaggio che posso fare fra qualche anno”. È un personaggio da maturità artistica: io lo faccio da circa otto anni. La stessa storia è con la Tosca: mi è stata sempre offerta e riofferta, ma io mi sono decisa ad affrontare questo personaggio sei anni fa. Secondo me c’è un senso di serietà professionale, un senso di responsabilità».

«Per quanto riguarda la musica di Puccini, lei si sente più Tosca o più Butterfly?»
«I personaggi non devono essere vicini alla nostra personalità, anzi bisogna escludere prima il nostro io per vedere bene in un personaggio. Tosca è sempre stato per me un personaggio assurdo, io non avrei mai reagito come Tosca e nemmeno come Butterfly. La questione è proprio quella di creare un personaggio diverso da noi, quindi ci si deve spersonalizzare».
«E tra i personaggi femminili di Verdi, in opere come Ernani, Don Carlo, Vespri, Otello qual è quello più aderente alla sua personalità?»
«È la stessa domanda. Diciamo più vicino al mio modo di sentire: è La Traviata, senz’altro».
«E come vocalità?»
«Come vocalità … non saprei. Io ho sempre sostenuto una tesi che con una solida tecnica vocale si possono affrontare tutti i personaggi: non sempre nel modo valido, cioè uno meno, uno più …, ma con una buona tecnica si può cantare sia il repertorio lirico sia quello lirico-drammatico. Naturalmente poi se per La Forza la voce non è abbastanza grande … ci sono dei limiti naturali».
«Parlando sempre di personaggi, vorrei sapere della Francesca da Rimini che lei ha magistralmente interpretato».
«Francesca è un personaggio tutto a sé che stranamente mi si confà molto bene. Dico stranamente perché io sono bulgara, vengo da un altro paese, da altre abitudini sociali con caratteristiche diverse. Sentendo le opinioni della critica sono nata “Francesca”, nonostante il mio mondo non sia quello di D’Annunzio, ma si vede che dentro porto un po’ di questo senso di decadenza. Debbo dire, comunque, che nei riguardi dei miei personaggi sono sempre molto critica, quasi impietosa. Posso dare l’esempio di Manon Lescaut. Manon Lescaut io la faccio cattiva, non le perdono mai, non ho un goccio di pietà verso la mia Manon. Fino alla fine è cinica, è brutale, forse al momento della morte un po’ la salvo. Non ho paura di risultare antipatica davanti al pubblico».
Le piacerebbe fare Aida all’Arena di Verona?
«Mi sarebbe piaciuto forse fare l’elefante nell’Aida, perché di solito il più grande applauso è per l’elefante. Cantare in Arena è stato un colpo di fortuna, perché significa entrare in contatto non con duemila persone come in un teatro, ma con diciotto mila persone, con venticinquemila persone. Una sensazione veramente unica. Ѐ un certo peso per l’artista, perché captare l’attenzione e vincolare l’attenzione di tante persone non è facile. Ѐ lì che si misura la vera forza di un artista e si può fare solo in un teatro come l’Arena che ha questo flusso enorme di gente».

Lei è considerata una grande interprete di Puccini. Chi è Mimì?
«Mimì è la “gaia fioraia”. Mimì è un grande personaggio, pieno di poesia. A me piace cantare Mimì. Così come mi piace fare Butterfly. Ciociosan è una donna con una forza incredibile. Non è la piccola giapponese, è una donna mediterranea».
Secondo lei che cos’è la “primadonna”?
«La “primadonna” non è quella che gira col cagnolino, il parrucchiere, la segretaria. La primadonna è quella che quando esce su un palcoscenico come quello dell’Arena, che sarà di cinquanta metri, riesce subito ad attirare l’attenzione e centrarla su di sé.
«Un’altra domanda che mi viene spontanea e che non avevo previsto. Lei matura il personaggio poi si deve incontrare con il regista e con il direttore d’orchestra: dovrete parlare perché può darsi che non l’accettino in quel modo, è capitato?»
«Guardi io non ho mai avuto scontri con i registi. Stranamente hanno quasi sempre accettato il mio punto di vista anche perché lei sa bene come si lavora nei nostri teatri: tempi limitatissimi, poche prove. Potrei dire di essere adorata dai registi, un po’ meno dai direttori d’orchestra con i quali mi sono trovata, a volte, a combattere anche perché io detesto questo “mestierantismo” (sic!) che regna nel teatro oggi. Certi direttori d’orchestra sono nemici del teatro, sono nemici del cantante e del palcoscenico. Per contro noi cantanti abbiamo un dovere verso il pubblico che ci viene ad ascoltare e vedere: dobbiamo mantenere un aspetto fisico gradevole. Il pubblico già abituato al cinema e alla televisione pretende qualcosa di più, chiede la credibilità dei personaggi. C’è stata un’evoluzione del gusto: oggi non si può più cantare e stare sulla scena come quarant’anni fa, non è permesso, è illecito. Va sempre accoppiata la scena con il canto. Prima di tutto, per me, l’opera è teatro e allora va curata anche la parte teatrale, perché non è un concerto».
«Cosa ne pensa della validità del disco come documento?»
«Lei ha messo il dito sulla piaga. Io sono contraria a quella serie di dischi che sfornano le case discografiche, nel senso che non riflettono la realtà del teatro e hanno poco a che vedere con il teatro vero. Noi adesso siamo di fronte a tre o quattro nomi che incidono tutte le opere: fanno tutto dall’A alla Z. Non discuto sul valore e sulle qualità di questi cantanti, però non hanno una copertura con la realtà del teatro. Sono parti che loro possono fare solamente nel disco, mai in teatro e non so fino a che punto questi valori possano essere validi da “museo”».
«La sua voce affidata al disco è una testimonianza valida da lasciare?»
«Io ho fatto pochissimi dischi anche perché non sono dentro nel mercato del discografico. Credo che l’unica testimonianza valida del mio canto siano i nastri presi dal vero, perché quando c’è il contatto vivo con il pubblico è tutta un’altra cosa. Si può, invece, imparare dai dischi dei grandi del passato. Cantanti come Rosa Ponselle, come Caruso stesso, come De Luca, come l’Arangi Lombardi, sono cantanti che si possono considerare moderni e attuali anche oggi».
Alla domanda se avesse preso qualcosa da questi grandi artisti, la Kabaivanska risponde negativamente in quanto ha sempre seguito il suo istinto e «i limiti naturali della voce e, con una voce limitata sono riuscita a fare qualcosa».
Intervista raccolta il 14 agosto 1976

 

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