Roma, Terme di Caracalla:”Tosca”

Teatro dell’Opera di Roma Stagione Estiva 2013, Terme di Caracalla
“TOSCA”
Opera in tre atti libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, tratto dal dramma omonimo di Victorien Sardou
Musica di Giacomo Puccini
Tosca  MARTINA SERAFIN
Mario Cavaradossi  ALFRED KIM
Il Barone Scarpia CLAUDIO SGURA
Angelotti ALESSANDRO GUERZONI
Sagrestano  PAOLO MARIA ORECCHIA
Spoletta  ANTONELLO CERON
Sciarrone FRANCESCO VERNA
Carceriere ALESSANDRO FABBRI
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera
Direttore Renato Palumbo
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Regia Scene e Costmi Pier Luigi Pizzi
Movimenti mimici Roberto Pizzuto
Luci Vincenzo Raponi
nuovo allestimento
Roma, 01 agosto2013

“Tre sbirri.. un’automobile..”. forse decidendo di cambiare ambientazione bisognerebbe essere coraggiosi fino in fondo, o irrispettosi dipende dai punti di vista,  e cominciare a cambiare anche il testo tanto per renderlo congruo con  quanto avviene in scena. Non si comprende  altrimenti il senso di voler ambientare la vicenda di Tosca negli anni trenta  circa, in epoca fascista operazione forse non proprio originalissima ma certamente meritevole agli occhi dei più per valore etico-politico, creando poi numerose incongruenze tra quanto avviene in palcoscenico e quanto espresso dalle  parole del libretto. Va bene voler sottolineare la malvagità e l’arroganza del potere e la scelta di usare un regime dittatoriale per meglio descriverne l’efferatezza per altro già pienamente rappresentata senza margini di dubbio dal testo e dalla musica, ma il risultato complessivo di questo allestimento di Pier Luigi Pizzi è alla fine una trasformazione della vicenda dell’opera in un piccolo dramma borghese dallo scialbo sapore un pò televisivo. Tosca nel primo atto ricorda a colpo d’occhio la Stefania Sandrelli della Famiglia di Ettore Scola, Cavaradossi è un piccolo signore in giacchetta e maniche di camicia più funzionario dello stato che artista, Scarpia non è certo un barone siciliano e, sinceramente, neppure un uomo di potere del ventennio ma un incolore e vile questurino che percorre in continuazione il palcoscenico a grandi passi, spesso con la mano sinistra sullo stomaco  in una posa non si sa se  napoleonica o semplicemente incerta. Le scene sono occupate per tutti e tre gli atti da uno spaccato della cupola probabilmente di S. Pietro innanzi al quale c’è la pietà di Michelangelo in trasferta a Corso Vittorio nel primo atto, un grande tavolo per la cena di Scarpia nel secondo, niente nel terzo e che nel finale si apre improvvisamente per permettere a Tosca di buttarsi da qualche parte. Va bene l’anticlericalismo e la citazione del massimo tempio della cristianità come simbolo del potere tra l’altro anche storicamente in perfetta linea con un certo sentire dell’Italia post unitaria, ma la basilica di S. Andrea della Valle prevista dall’opera e più volte esplicitamente citata nei dialoghi poteva essere più che sufficiente per lo scopo. È comunque una delle più importanti basiliche romane, progettata dallo stesso architetto autore della facciata di  S.Pietro e, come ben sanno i romani, fino alla costruzione della basilica dei Santi Pietro e Paolo all’Eur voluta dal regime e finita nel dopoguerra, possedeva, oltre ad una spazialità monumentale, la seconda cupola della città per altezza ed imponenza dopo quella di S. Pietro. La recitazione  dei cantanti fatta di grandi passeggiate in lungo ed in largo per la scena, di corsette, giravolte di Tosca durante il duetto del primo atto, Scarpia stravaccato su un tavolo all’inizio del secondo, niente crocifisso e candelieri nella scena del suo assassinio e via dicendo, in molte scene diluisce molto la tensione del dramma rendendo il tutto alla fine un po’ monotono e ordinario, anche se alcuni momenti presi nel colpo d’occhio della loro staticità, risultano efficaci come il Te Deum.
La direzione è stata affidata al maestro Renato Palumbo il quale alterna tempi molto rapidi a lunghi indugi anche in relazione ai movimenti di scena, sostenendo sempre le voci in maniera adeguata e senza squilibri. Bello ed intenso l’inizio del terzo atto sia pure nella totale fissità di luci e scena. Buona la prova del coro. Difficile per onestà esprimere un’opinione completa sui cantanti a causa dell’amplificazione che, sebbene di buona qualità e priva di effetti di eco, aveva però l’effetto un po’ sgradevole di far provenire il suono da un punto diverso rispetto a quello nel quale si vedeva il cantante, con un risultato almeno all’inizio un po’ disorientante.
Martina Serafin ha impersonato la protagonista con voce sicura ed estesa sebbene occasionalmente leggermente crescente in alcune note, presenza scenica di indiscutibile fascino ed ottimo gusto musicale. Nel ruolo di Cavaradossi il tenore coreano Alfred Kim ha cantato con generosità, buona musicalità e bel colore vocale per quanto apprezzabile con l’amplificazione. Il baritono Claudio Sgura ha offerto uno Scarpia sicuramente  valido sul piano musicale e vocale ma purtroppo limitato nella resa espressiva da una impostazione di regia che ne ha voluto fare un personaggio troppo comune ed ordinario al punto da renderlo in alcuni momenti poco distinguibile se non fosse per la non indifferente statura fisica del cantante, dallo stuolo di quelli che dato il contesto, con linguaggio contemporaneo e molto di moda oggi, verrebbe da chiamare “collaboratori”. Vociferante e sgraziato l’Angelotti di Alessandro Guerzoni e corretti Spoletta, Sciarrone ed il carceriere rispettivamente Antonello Ceron, Francesco Verna e Alessandro Fabbri. Non è stato indicato nella locandina l’interprete del pastorello eseguito piacevolmente. Molto bravo invece Paolo Maria Orecchia nella parte del Sagrestano l’unico del cast che sia riuscito o forse al quale sia stato permesso di ricreare l’atmosfera della romanità di sagrestia che pervade l’opera. Buona la sua esecuzione musicale sempre varia, espressiva ma misurata, ripulita da lazzi ed effettacci di cattivo gusto e unita ad una recitazione appropriata e mai stereotipata o convenzionale, aiutata anche da una presenza fisica singolarmente adatta e credibile per la parte. Alla fine applausi per tutti per una serata d’estate romana nel complesso gradevole ma avara di grandi emozioni.

5 Comments

  1. Gianni

    DOPO LA TUA RECENSIONE, A PARTE I CANTANTI CHE SI SONO APPENA SALVATI, TUTTO IL RIMANENTE CAST DOVREBBE CAMBIAR MESTIERE. COME AL SOLITO SEMPRE PIACEVOLE E PUNGENTE LA TUA VALUTAZIONE. .CIAO GIANNI

  2. Gianni

    DOPO LA TUA RECENSIONE, A PARTE I CANTANTI CHE SI SONO APPENA SALVATI, TUTTO IL RIMANENTE CAST DOVREBBE CAMBIAR MESTIERE. COME AL SOLITO SEMPRE PIACEVOLE E PUNGENTE LA TUA VALUTAZIONE. .CIAO GIANNI

  3. marcello

    ho assistito ieri 6 agosto alla rappresentazione, nn sono un esperto ma uscendo alla fine dello spettacolo ho pensato le stesse cose del critico. concordo pienamente. tosca necessita dei luoghi e del tempo che sono suoi. questo e’ uno spettacolo estivo per turisti. dulcis in fundo: ma come si fa a sopportare un amplificazione da cui escono le voci assieme all’orchestra? un saluto marcello e ad una prossima tosca in teatro .

  4. Ivo

    Sicuramente, la trasposizione all’epoca fascista si prestava assai meglio ad un’opera come “Cavalleria Rusticana”, ma questo non la rende certamente meno godibile. Superato l’iniziale stordimento, tutti consci della reale ambientazione del dramma, non si fa fatica ad identificare Scarpia con un gerarca fascista. E’ emozionante anche lo sperimentare con la messa in scena di opere vecchie di due secoli (o in questo caso uno). Bisogna cercare di trovare il giusto compromesso fra tradizione e innovazione. Di questa interpretazione “Pizziana” io personalmente critico anche altri dettagli non citati nella recensione. Dettagli che riguardano, anche nel mio caso, solo gli ultimi due atti.

    Per esempio un cattivo gioco delle luci nel secondo atto, poco adatto all’atmosfera suggerita dalle candele messe in scena sulla tavola (magari si poteva usare una luce più calda e incerta. Lo stesso elemento della cupola di San Pietro sezionata, che può essere assurto giustamente a simbolo dell’Urbe, risulta totalmente fuori luogo nel secondo atto, mentre poteva essere coerente nel terzo, come ipotetico panorama di Castel Sant’Angelo con qualche aggiustamento. Certo, potevano essere senz’altro dispiegati sul palco degli elementi minimal che alludessero alla terrazza del Castello, come l’Angelo o un’idea di cannoni, per esempio. Non ha senso fare un interno così evocativo nel primo atto, e lasciare così spoglio l’ultimo, non c’è un vero filo logico. Peccato perché la sintesi di Pizzi in alcuni casi può risultare apprezzabile come le fioriture e dorature barocche tipiche degli allestiemnti classici. Ho visto per esempio un terzo atto assai scarno di “Traviata” messo in scena con molta eleganza al San Carlo di Napoli quest’anno (Ozpetek-Ferretti. Un letto nel buio,anziché una cupola nel buio, ma di un’assoluta intensità drammatica ed efficacia.

    Altri appunti vanno fatti alla regia, come l’accanimento morboso e omicida di Tosca sull’agonizzante Scarpia. Una donna sì timorata di Dio che “non fece mai male ad anima viva…” sembra invece posseduta da una perversa furia omicida degna di un killer seriale. Per non parlare poi del costume dell’ultimo atto, oltre che brutto e fuori luogo, era anche poco coerente con lo svolgersi della trama. Tosca passa a casa a cambiarsi prima di correre dal suo amato dopo aver commesso il crimine del secolo, magari si fa anche una doccia…

    Ma forse la scena più povera di accortezze registiche è proprio il finale in cui non compare alcuna guardia a braccarla prima del salto dalle mura, cosa certo bizzarra visto che la scena si apre con un dispiegamento di soldati a tutto campo. Infine il salto, assai distante dall’acuto finale, che ne suggerisce anche musicalmente il tempo. La Tosca di Pizzi accarezza il suo uomo defunto, gli sistema la camicia e poi fa una lunga passerella buttandosi in un improbabile vuoto mal suggerito da una cupola che si spezza in ritardo rispetto alla sua caduta.(sarebbe stato molto più apprezzabile, tra l’altro,se l’avesse attraversata cadendo oltre). Una serie di pasticci registici che spezzano tutta la tensione suggerita dalla grandiosa musica di Puccini, che normalmente emoziona fino alle lacrime proprio nel tragico epilogo. Insomma, grandi possibilità spesso e volentieri sprecate; ho visto decisamente Pizzi migliori.

  5. Mariano

    Ma i vari Pizzi di turno leggono mai le recensioni?
    Troveremo un giorno qualche cantante, direttore d’orchestra o direttore artistico che rifiuterà queste regie oscene?
    Ho proprio paura di no!

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