Seattle: un “Ring” che avrebbe reso Wagner orgoglioso

Seattle, Seattle Opera, Mc Caw Hall 
“DAS RHEINGOLD” (L’oro del Reno)
Prologo della Sagra Scenica Der Ring Des Nibelungen, in quattro giornate.
Libretto e musica di Richard Wagner
Wotan GREER GRIMSLEY
Donner
MARKUS BRÜCK
Froh RIC FURMAN
Loge MARK SCHOWALTER
Fricka
STEPHANIE BLYTHE
Freia WENDY BRYN HARMER
Erda
LUCILLE BEER
Alberich
RICHARD PAUL FINK
Mime DENNIS PETERSEN
Fasolt
ANDREA SILVESTRELLI
Fafner
DANIEL SUMEGI
Woglinde JENNIFER ZETLAN
Wellgunde CECELIA HALL
Flosshilde RENÉE TATUM
“DIE WALKÜRE” (La Valchiria)
Prima giornata della Sagra scenica Der Ring des Nibelungen, in tre atti
Siegmund STUART SKELTON
Hunding ANDREA SILVESTRELLI
Wotan GREER GRIMSLEY
Sieglinde MARGARET JANE WRAY
Brünnhilde ALWYN MELLOR
Fricka STEPHANIE BLYTHE
Helmwige JESSICA KLEIN
Gerhilde WENDY BRYN HARMER
Ortlinde TAMARA MANCINI
Waltraute SUZANNE HENDRIX
Grimgerde RENÉE TATUM
Siegrune SARAH HELTZEL
Roßweiße CECELIA HALL
Schwertleite LURETTA BYBEE
“SIEGFRIED”
Seconda giornata della sagra scenica Der Ring des Nibelungen, in tre atti
Siegfried STEFAN VINKE
Mime
DENNIS PETERSEN
Wotan GREER GRIMSLEY
Alberich RICHARD PAUL FINK
Fafner DANIEL SUMEGI
Stimme eines Waldvogels
JENNIFER ZETLAN
Erda LUCILLE BEER
Brünnhilde LORI PHILLIPS
Der Bär JC CASIANO
GÖTTERDÄMMERUNG(Crepuscolo degli dei)
Terza giornata della sagra scenica Der Ring des Nibelungen, in tre atti
Siegfried STEFAN VINKE
Gunther
MARKUS BRÜCK
Hagen
DANIEL SUMEGI
Alberich RICHARD PAUL FINK
Brünnhilde
LORI PHILLIPS
Gutrune WENDY BRYN HARMER
Waltraute/ Zweite Norn STEPHANIE BLYTHE
Woglinde JENNIFER ZETLAN
Wellgunde CECELIA HALL
Flosshilde RENÉE TATUM
Erste Norn LURETTA BYBEE
Dritte Norn MARGARET JANE WRAY
Coro e Orchestra dell’Opera di Seattle
Direttore Asher Fisch
Corno solista (Siegfried) Mark Robbins
Regia Stephen Wadsworth
Scene Thomas Lynch
Costumi Martin Pakledinaz
Luci Peter Kaczorowski
Direttore tecnico fuochi d’artificio e voli Charles Tim Buck   
4 agosto (Das Rheingold),  5 agosto (Die Walkure), 7 agosto (Siegfried),9 agosto 2013 (Götterdämmerung)
[fine-scheda]  

Negli ultimi dieci anni ho passato tutte le mie estati in Europa girovagando da un festival all’altro a causa della mia fissazione per l’opera e i concerti. Quest’anno, tuttavia, ho scelto di restare più vicina a casa. La ragione: il Ciclo dell’Anello del Seattle Opera. Ero stanca di viaggiare per migliaia di chilometri solo per sorbirmi un’altra incomprensibile produzione europea di gusto trash, altrimenti conosciuta col nome di Regietheater, in cui il Regisseur ha carta bianca nel fare ciò che più lo aggrada anche se si tratta di distorcere un capolavoro originale in un abominio tipo Frankestein. Questi registi ciarlatani nascondono la loro mediocrità e la loro mancanza di creatività con un linguaggio visuale privo di senso. Se il pubblico non riesce ad apprezzare o dare un senso alla loro produzione, di sicuro può solo significare che le loro idee sono così profonde da essere al di là della comprensione umana. Ho sempre creduto che la cifra di un vero artista sia l’umiltà e che sia dovere dell’interprete, del direttore d’orchestra o del regista di onorare i desideri del compositore relativamente a come il suo lavoro andrebbe presentato. Avevo sentito dire che il Ciclo dell’Anello del Seattle Opera, a cura di Stephen Wadsworth, è una delle poche produzioni di rilievo, se non proprio l’unica, al mondo che rimane fedele alla visione di Wagner. Fortunatamente, ho avuto la possibilità di assistere al primo dei tre Cicli finali previsti alla McCaw Hall e di constatare personalmente che Wadsworth è davvero uno dei pochi rimasti che hanno la capacità di bilanciare il senso di rispetto verso l’eredità wagneriana e la propria creatività.
“Ciò che ha di buono questo Ciclo dell’Anello è che non c’è bisogno di sforzarsi di capire qual è il messaggio che il regista vuol far passare! In questo caso, quel che vedi è quel che vuol significare,” ha detto Monika Whitaker, una bavarese esperta del Ciclo che ora risiede a Los Angeles. Molti dei membri del pubblico con cui ho avuto modo di parlare nel corso della settimana che sono stata a Seattle erano d’accordo con lei. Un signore assiduo frequentatore di Bayreuth mi ha detto: “È rinfrancante poter semplicemente sedersi e godersi lo spettacolo senza dover cercare di dare un senso a qualcosa di bizzarro e strano. Non voglio passare il mio tempo a chiedermi se c’è un effettivo significato più profondo o se il regista ha rivestito la produzione coi vestiti nuovi dell’Imperatore.” 
Quando Wagner compose il Ciclo dell’Anello non aveva intenzione di rendere le sue opere ostiche e nemmeno intendeva renderle accessibili solo ad una élite di intellettuali colti. Al contrario, Wagner voleva che le sue opere fossero fruibili da tutti. Voleva che il pubblico acquisisse un senso di autoconsapevolezza e una più profonda comprensione della condizione umana durante la fruizione di queste opere, quasi come fu per il teatro greco rispetto all’Antica Grecia. Perciò Wagner scelse di utilizzare la mitologia come base per le sue molte composizioni e tale scelta fu mirata a causa del respiro universale di questo tema. Con i suoi dei, giganti, nani, sirene, un elmo magico e un drago, la storia dell’Anello ha abbastanza elementi fantastici da cui partire già solo per intrattenere un ragazzino, elementi che si rivelano inesauribili anche per i più insaziabili intellettuali, musicologi e filosofi. L’Anello di Wagner è molto simile al racconto senza tempo di Antoine de Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe. All’apparenza un libro per bambini, esso è apprezzato anche dagli adulti i quanto contiene molteplici sfumature di significato che emergono ad ogni nuova lettura. La genialità insita nell’Anello di Wadsworth sta nella sua semplicità e schiettezza. È intuitivo, non oberato da sovrastrutture intellettuali e pertanto godibile da tutti: giovani o anziani, provinciali o cosmopoliti, colti o no. Visivamente parlando, la produzione è sbalorditiva grazie alle sue scenografie squisitamente concepite, alla possibilità di identificarsi con i personaggi e i loro dilemmi e alla linearità dell’intreccio.
Il regista Stephen Wadsworth rende onore all’idea che Wagner aveva delle sue opere in quanto drammi musicali, in cui la musica in sostanza serve da supporto al dramma che si sta consumando sul palco. In quanto direttore degli studi di Arte Drammatica del Young Artists Development Program del Met, Wadsworth ha anche lanciato il primo programma intensivo di recitazione per cantanti lirici alla Julliard. Quindi va da sé che il regista ci tenga a far sì che i cantanti delle sue produzioni sappiano anche recitare. Il suo approccio olistico alla messa in scena dell’Anello comporta la creazione di personaggi dotati di sfumature.
Di solito rappresentata come una vipera astuta, Fricka (Stephanie Blythe) in questa produzione è amorevole e affettuosa verso il suo Wotan. Diventa subito chiaro che la coppia è ancora legata da una relazione amorosa. Più che risentimento e rabbia, vediamo piuttosto delusione e strazio sul suo volto mentre assiste impotente alle malefatte del marito. Questi cambiamenti minimi – una carezza gentile sul volto o uno sguardo persistente verso l’altro – fanno un’enorme differenza nella storia e nella capacità del pubblico di immedesimazione coi personaggi. Invece di liquidarla come una petulante e gelosa bisbetica, assistiamo ad una Fricka che è una donna con forti valori morali che non vacilla quando alla fine affronta Wotan e gli chiede di difendere il suo onore nel secondo atto di Die Walküre. Mi sono trovata a simpatizzare con lei invece di odiarla per la sua crudeltà e il suo essere vendicativa, come ho fatto in occasione di altre produzioni. Mostrando l’intimità fra Fricka e Wotan, Wadsworth ci permette di comprenderli meglio sul piano umano. Solo in questo caso potremo imparare ad amarli, preoccuparci per loro, piangere la loro perdita e far nostra la loro tragedia.
Per quanto concerne il canto, il cast in generale è stato solido con qualcuno in particolare che ha spiccato. Greer Grimsley, Richard Paul Fink, Dennis Petersen e Mark Schowalter sono stati tutti fantastici rispettivamente nei ruoli di Wotan, Alberich, Mime e Loge. Blythe è stata sempre eccellente, non solo nel ruolo di Fricka, ma anche in quello di seconda Norn e Waltraute in Götterdämmerung. La sua voce è sempre ferma e piena e ti avvolge come una calda coperta di cashmere. Le scintillanti Rheintöchter, Woglinde (Jennifer Zetlan), Wellgunde (Cecelia Hall), e Flosshilde (Renée Tatum) hanno fatto un buon lavoro, nuotando, saltando e facendo capriole in aria. Hanno cantato molto bene e senza sforzo pur essendo sospese nelle loro imbragature; le loro voci non hanno tradito il minimo nervosismo. Paticolarmente gradevole è stata “Heda! Heda! Hedo!” di Donner verso la fine di Das Rheingold. Markus Brück (che in seguito ha impersonato Gunter in Götterdämmerung) fa fiorire il motivo da un delicato pianissimo, crescendo gradualmente fino a tonare potentemente. Andrea Silvestrelli è un gigante adorabile come un orsetto di peluche. Il suo Fasolt mi ricorda André il Gigante de La Storia Fantastica.
Stuart Skelton ha interpretato un vigoroso Siegmund, sostenendo i suoi due ‘Wälse! Wälse!’ per un tempo che è sembrato un’eternità. Nel ruolo di Sieglinde, la voce di Margaret Jane Wray ben si miscelava con quella di Skelton, benché le sue note alte suonassero un po’ forzate e affaticate verso la fine del primo atto di Die Walküre. Si è comunque riscattata nel terzo atto con il motivo della redenzione, interpretato con un soave e crescente lirismo. Alwyn Mellor ha interpretato una giovanile Brünnhilde in Die Walküre con un registro acuto brillante e degli ’Hojotojo!’ perfetti, ma purtroppo non ha potuto partecipare alle altre rappresentazioni a causa di una indisposizione. Lori Phillips, che l’ha sostituita all’ultimo minuto, è sembrata un po’ stridula e affaticata durante la scena dell’immolazione, ma se l’è cavata egregiamente nel resto della performance. Entrambe le Brünnhilde, tuttavia, erano leggermente carenti nel registro medio.
Di grandissimo impatto Stefan Vinke, che è stato semplicemente splendido nel ruolo di Siegfried con una voce d’acciaio che si è fatta largo tra il folto dell’orchestrazione come la lama di Notung. Lui è ciò che si può considerare un vero Heldentenor – il suo timbro ha un brillante tintinnìo eroico che si sposa con la ricchezza e le sfumature cupe della vocalità di un baritono. Vinke è anche un cantante accorto che non esagera nel canto, il che spiega come faccia a reggere senza sforzo una rappresentazione di cinque ore fino alla fine. Egli diminuisce il volume della sua voce in parti in cui non è richiesto di cantare a piena voce, preservando quindi le sue corde vocali per quei magnifici DO acuti che risuonano in tutta la sala e quasi ti stendono al tappeto.
Buona la prova dell’orchestra sotto la direzione del Maestro Asher Fisch. Gli occasionali errori della sezione degli ottoni non erano inattesi, specie quando si ha a che fare con i Wagner Tuben che sono praticamente impossibili da suonare. Purtroppo non c’è stato spazio per le 18 incudini per la musica da fabbro operoso di Nibelheim, e i sintetizzatori Kurtzweil usati in sostituzione hanno avuto delle difficoltà nel tenere il ritmo con il resto dell’orchestra. Fisch ha fatto un lavoro fantastico nel supportare i cantanti sul palco e non ingolfarli con una cortina sonora come spesso accade con direttori d’orchestra che si fanno prendere da eccessi di zelo quando dirigono Wagner.
Se da un lato questa produzione ha degli elementi che possono interessare i neofiti dell’Anello, per un aficionado wagneriano leggermente più navigato come chi scrive sono i dettagli che ne costituiscono le vere gemme. L’aggiunta dell’organo a pedali nel primissimo MI bemolle maggiore di Das Rheingold e la presenza dei Wagner Tuben nell’orchestra possono essere sfuggiti alla maggioranza del pubblico, ma sono una vera delizia per coloro i quali tengono davvero alla tessitura orchestrale.
Ci sono stati anche certi dettagli nella messinscena che possono essere stati concepiti solo dopo un attento studio della partitura da parte di Wadsworth e parimenti apprezzati da coloro che ben conoscono l’Anello. Ho amato particolarmente il modo in cui viene ritratto Loge, non come un mero, cinico astante che osserva gli Dei, i Giganti e il Nibelungo con un Schadefreude beffardo, mentre esulta per la loro imminente sventura. Egli piuttosto sollecita caldamente Wotan a fare la cosa giusta. Ho trovato questo modo di presentare Loge nuovo ed originale. Ho discusso con Wadsworth circa la sua decisione di fare di Loge un partecipante, preoccupato e combattuto e non un semplice astante distaccato. “La partitura è abbastanza chiara a riguardo,” ha affermato, “e se si osserva ciò che Wagner ha scritto, Loge li avverte otto o nove volte di restituire l’anello ai Rhinemaiden.” Ho sorriso quando mi ha detto questa cosa. Finalmente un regista che presta attenzione alla partitura! Alla fine di Das Rheingold, c’è stato un momento in cui si vede Wotan inginocchiarsi di fronte ad un Alberich catturato ed avvilito come se contemplasse la sua immagine riflessa. Questo è ancora un altro dettaglio ben ponderato deliberatamente inserito per i più esperti conoscitori dell’Anello, facente riferimento al dato poco conosciuto che Wotan è anche conosciuto come “Licht Alberich” (l’Alberich Leggero) dato che lui e la sua nemesi sono in realtà le due facce della stessa medaglia.
Ci sono stati molti altri piccoli momenti davvero apprezzabili come questo, distribuiti nel corso delle quattro serate, che il pubblico ha palesemente gradito. Le Valchirie, ad esempio, sono state rappresentate come individui piuttosto che come un omogeneo gruppo di guerriere. Ognuna aveva la sua propria idiosincrasia, un po’ come i Sette Nani di Biancaneve, dove quella scontrosa si agita come una furia mentre una delle sorelle goffe la segue a breve distanza, imitandone il passo pesante mentree le altre osservano e ridono. Un altro momento impagabile è stato quando Siegfried, non avendo mai visto un drago prima, cerca di strangolare e di parlare alla coda, scambiandola per la testa.
E infine, naturalmente, c’erano le splendide scenografie con le alberi, le foglie, le acque e le rocce coperte di muschio che sembravano veri. Da dove ero seduta io, in decima fila, sembrava come se avessi potuto allungare la mano e sentire le rughe delle cortecce. Non credo di aver mai visto una rappresentazione così realistica della natura selvaggia su un palco operistico. Anche l’orso, con le sue zampe formidabili, sembrava vivo e vero mentre si muoveva, per non parlare del drago, completo di una membrana da palmipede, traslucida e allungata fra le sue dita alate. Era evidente che non un singolo dettaglio era stato trascurato nel creare questo set meraviglioso.
Il Festival del Ciclo dell’Anello del Seattle Opera può semplicemente essere descritto come una settimana di full immersion wagneriana. Già solo il numero delle attività previste era straniante. Ci sono stati pochi giorni in cui non ho dedicato il corrispettivo di una giornata lavorativa di otto ore a Wagner (una conferenza della durata di tre ore, dalle dieci del mattino fino all’una del pomeriggio, sull’opera che sarebbe stata rappresentata la sera stessa, seguita dalla relativa performance di cinque ore). Per dare l’avvio al primo Ciclo, era stato allestito un servizio di accoglienza che dava il benvenuto alle famiglie e offriva attività per bambini: c’era un laboratorio di kazoo in cui il Direttore Educativo Sue Elliot faceva suonare ai bambini i leitmotif tratti dall’Anello, una mostra di strumenti che si potevano analizzare da vicino e toccare, installazioni artistiche innovative e un laboratorio per creare il proprio strumento. C’è stata anche la prima della trilogia di un’opera in inglese, Our Earth, sugli effetti devastanti sulla popolazione dei salmoni causati dalla distruzione del loro habitat di Puget Sound.
Oltre ad insegnare ai piccoli come suonare il motivo dei giganti col kazoo, la Elliot ha tenuto quattro incredibili discorsi su ciascun’opera. Questi interventi hanno trattato un’ampia gamma di argomenti, inclusi la teoria musicale, la lingua tedesca, la vita del compositore, i suoi strumenti a fiato e notizie specifiche relative a questa produzione. I suoi discorsi erano ben equilibrati e godibili. Non intimidivano i neofiti dell’Anello, ma non erano nemmeno elementari – anche il più accademico degli esperti wagneriani era sicuro di imparare qualcosa di nuovo. Fra Die Walküre e Siegfried c’è stato il Symposium, un evento della durata di cinque ore con diversi relatori, il più importante dei quali era il direttore d’orchestra del Ciclo, Asher Fisch. Il maestro ha fornito una presentazione ben organizzata e superbamente articolata su vari elementi della musica dell’Anello (ad esempio, forma, motivi, colore e ritmo) tracciando dei parallelismi con esempi presi dall’arte e dalla natura.
Anche più impressionante è stato il tentativo del Seattle Opera di rendere l’Anello più accessibile ai giovani, una generazione più avvezza alla tecnologia, lanciando una app per iPhone del festival (con un proprio hashtag di Twitter, #RingSea) in aggiunta al già esistente programma del festival in app disponibile per iPad. Di recente hanno lanciato anche un minisito dedicato alle celebrazioni per il cinquantesimo anniversario di gestione di Speight Jenkins con pagine e pagine di foto di produzioni passate.
Mi è stato detto che Jenkins non ama che si usi il termine “tradizionale” per descrivere il suo Anello. Preferisce parlare di “Anello Verde”, che è effettivamente un’espressione più adatta in più di un senso. Questa produzione è “sana” nel senso che ricorda quasi i valori del Movimento Slow Food – un ritorno alla purezza, alla semplicità, all’onestà nel fare. Molti registi oggi sono pigri, mettono insieme produzioni frettolose con trucchetti a buon mercato (qualche persona nuda, qualche insegna al neon, scene di sesso violento) nello stesso modo in cui le catene di fast food imbottiscono i loro cibi con sciroppi carichi di zuccheri, grassi e sale. Wadsworth, invece, non ha preso nessuna scorciatoia nel progettare questa produzione. Ha diligentemente studiato la partitura e trovato il modo di essere creativo con il contesto che Wagner ha fornito. Il suo Anello è come cibo senza odiosi ormoni, antibiotici, surrogati, OGM o conservanti. Un buon piatto non richiede troppe manipolazioni se gli ingredienti sono freschi e di qualità. Allo stesso modo, una buona produzione non ha bisogno di nudità, violenza o qualsiasi altro elemento grottesco, bizzarro, provocatorio o astratto in presenza di una messinscena, un canto e una recitazione di qualità. Quindi, per come la intendo io, quest’Anello è “verde” non solo perché ispirato dalla bellezza naturale del Pacifico del nord-ovest, ma anche perché i componenti di questa produzione sono puri e inalterati. Non c’è nulla di gratuito o ingiustificato.
Più teatri dovrebbero rifarsi all’esempio del Seattle Opera e inserirsi nella sua scia. Non c’è ragione per cui l’opera debba essere un genere artistico in declino. Speight Jenkins ha trovato il modo per trasformare una delle opere più formidabili e notoriamente “pesanti” in qualcosa che anche le masse possono apprezzare, perfino i bambini, e ci riesce senza svalutare il capolavoro wagneriano come fece il Metropolitan Opera con il suo Ciclo dell’Anello di Lepage à la “Cirque du Soleil”. Il Seattle Opera mi fa sperare che questa forma d’arte abbia ancora speranze per il futuro. Foto di Alan Alabastro e Elise Bakketun


 

2 Comments

  1. maria

    Approvazione totale per le parole sulle regie di questi anni.Da Seattle – nome che evoca strade fangose, cercatori d’oro,pupe e la Febbre di Charlot – una speranza che anche da noi il teatro dell’opera torni a essere di chi ama l’opera e non di registi che devono stupire ad ogni costo.
    Maria Riva (Carampana silenziosa)

  2. Luigi

    Ciao,
    Sto cercando una edizione “tradizionale” su dvd o blu-ray del “Ring” e mi sono imbattuto nella tua recensione. Sai se l’edizione cui hai avuto la fortuna di assistere è disponibile in formato video?
    In ogni caso, sai se esiste una versione video senza Ray-ban, ma basata sui bozzetti originali?
    Grazie

    Luigi

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