Cronache del MITO: da Britten a Benjamin

Torino Milano – Festival Internazionale della Musica, VII Edizione – MITO Settembre Musica Torino, Auditorium RAI Arturo Toscanini
Filarmonica ’900 del Teatro Regio
Direttore Gergely Madaras
Soprano Claire Booth
Benjamin Britten: Variazioni su un tema di Frank Bridge op. 10 (1937)
George Benjamin: Dance Figures (2004)
George Benjamin: A Mind of Winter per soprano e orchestra (1981)
Benjamin Britten: The Young Person’s Guide to the Orchestra op. 34 (1946)
Torino, 11 settembre 2013

Anche con qualche garbato gioco sui due nomi, MITO dedica un focus bifronte a Benjamin Britten (nel centenario della sua nascita, peraltro un po’ offuscato dal bicentenario verdi-wagneriano) e a George Benjamin (nato nel 1960, e dalla carriera musicale per alcuni aspetti analoga a quella del quasi omonimo). Gergely Madaras dirige il secondo dei tre concerti dedicati ai due compositori inglesi, con il complesso strumentale nato nel 2003 dall’Orchestra del Teatro Regio di Torino, e con la partecipazione del soprano di Claire Booth.
Le variazioni da Bridge interessano un’orchestra di soli archi, che il direttore ha buon gioco di valorizzare nelle sonorità cameristiche; ottime e nitide quelle dei violini, capaci di produrre un suono omogeneo, delicatissimo e flautato, soprattutto in Funeral March e nel brano successivo, Chant.
Nel cuore del programma sono collocate le due opere di Benjamin: Dance Figures, del 2004, è una raccolta di nove brevi brani che insiste su valori architettonici ben definiti; A Mind of Winter, del 1981, si ispira alla poesia The Snow Man di Wallace Stevens (1879-1955), che un Benjamin ventunenne intona per voce di soprano e orchestra. Il direttore si concentra sui segmenti ritmici più apparentabili alla musica coreutica, e sulle molteplicità tonali che insieme fanno indicare in Petruska di Stravinskij una sorta di modello naturale per Dance Figures (in particolare nei contigui Song e Hammers). Della vocalità sopranile Benjamin sfrutta specialmente il fiato, lungo e mantenuto in piano per estenuate emissioni, che assimilano il canto al suono degli archi. All’interno di una formazione orchestrale ridotta (ma con rappresentanti di ogni famiglia) in A Mind of Winter il soprano non canta mai a piena voce, ma con fraseggio rallentato e soffuso resta parallelo allo spegnersi degli altri strumenti. Ottima la prova di Claire Booth, espertissima nell’affrontare il repertorio contemporaneo e apprezzata per la duttilità della sua voce, anche se la scrittura di Benjamin non ne pone certo in risalto tutte le qualità.
Il concerto ha sicuramente per protagonista l’orchestra, intesa come entità polifonica duttile e sempre riplasmabile, sia in Britten sia in Benjamin
. Lo certifica il grandioso e pedagogico brano finale, quelle celebri variazioni e fuga su un tema di musica barocca che Britten trasforma in un pratico manualetto di istruzioni per familiarizzarsi con le famiglie orchestrali. Ma perché il giovane direttore fa risuonare il Theme, tratto dalle musiche di scena di Purcell per Abdelazar, in modo così fragoroso? Talmente magniloquente da sembrare una ridicolizzazione, mentre la parodia e l’ironia sono nelle successive variazioni (ossia in Britten, non in Purcell); per contro, l’Allegro pomposo affidato ai tromboni e alla tuba non è abbastanza sostenuto, giusta la richiesta dell’indicazione. Più convincenti, perché più espressivi, i brani che hanno per protagonisti i fiati (soprattutto oboe e fagotti).
Il pubblico richiamato all’Auditorium RAI Arturo Toscanini dimostra di apprezzare moltissimo il concerto; e motivo di apprezzamento ulteriore, che va ricordato quale merito specifico di MITO, è la programmazione di tanti concerti a ingresso gratuito, come questo: una scelta di buon gusto e di grande civiltà, oltre che di coraggio culturale, che anche i più illustri festival internazionali, da Salisburgo a Lucerna, possono soltanto invidiare alla rassegna di Torino e Milano. Foto Gianluca Platania

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