Bergamo, Teatro Donizetti: “Il furioso all’isola di San Domingo”

Bergamo, Teatro Donizetti, Bergamo Musica Festival 2013
“IL FURIOSO ALL’ISOLA DI SAN DOMINGO”
Melodramma in due atti di Iacopo Ferretti
Musica di Gaetano Donizetti
Cardenio SIMONE ALBERGHINI
Eleonora CINZIA FORTE
Fernando FRANCESCO MARSIGLIA
Bartolomeo LEONARDO GALEAZZI
Marcella MARIANNA VINCI
Kaidamà FILIPPO MORACE
Orchestra e Coro del Bergamo Musica Festival
Direttore Giovanni Di Stefano
Maestro del coro Fabio Tartari
Regia Francesco Esposito
Coreografia Maria Cerveira
Scene Michele Olcese da un progetto inedito di Emanuele Luzzati
Costumi Santuzza Calì
Luci Bruno Ciulli
Nuova produzione
Fondazione Donizetti, Teatro dell’Opera Giocosa di Savona, Fondazione Teatro Comunale di Modena, Teatro Sociale di Rovigo, Fondazione Teatri di Piacenza, Fondazione Teatro Alighieri di Ravenna
Revisione sull’autografo a cura di Maria Chiara Bertieri
Bergamo, 11 Ottobre 2013

Il Bergamo Musica Festival “Gaetano Donizetti” conclude la parte monografica dedicata al suo compositore d’elezione con un titolo insolito, la cui ultima rappresentazione nel teatro orobico risale al 1998, quando “Il furioso all’isola di San Domingo” venne rappresentato su questo stesso palcoscenico avvalendosi di un cast di livello (Renato Bruson e Luciana Serra, i protagonisti).
Questo lavoro, come pure la “Linda di Chamounix” ad esempio, s’inserisce nel filone dell’opera semiseria, un genere che presenta alcune difficoltà ai fini della messinscena, ove coesistono, senza reciproca contaminazione, sia elementi mutuati dal melodramma, sia situazioni e personaggi provenienti dall’opera buffa. Uno degli aspetti più interessanti del “Furioso” è la figura di Cardenio, cui Donizetti destina pagine di indubbio effetto (fra tutte, la cavatina “Raggio d’amor parea”, biglietto da visita del protagonista) e che rappresenta uno dei rari casi di “pazzia maschile” all’interno del genere operistico. Altrove, il personaggio del servo Kaidamà, buffo tout court, nonché Eleonora e Fernando, che la regia vuole costantemente sospesi fra atteggiamenti ora comici, ora svenevoli, contribuiscono alla definizione di un’atmosfera complessivamente lieve che permea di fatto l’intero spettacolo. Spettacolo, appunto, firmato da Francesco Esposito che trasporta il pubblico nel mondo fiabesco immaginato dal famoso illustratore e scenografo genovese Emanuele Luzzati, spentosi nel 2007, i cui disegni e bozzetti (ritrovati in una soffitta) si materializzano sulla scena grazie al lavoro di Michele Olcese. La scenografia si compone di pannelli scorrevoli delle più disparate fogge e dimensioni, dipinti con il gusto tipicamente naïf di Luzzati, fatto di colori decisi, mai pacchiani, che ricordano dappresso i disegni di un bambino. È dunque un panorama tropicale, dominato dal verde di una vegetazione lussureggiante e dai blu intensi di oceani lontani. Particolarmente efficaci risultano alcune trovate che strizzano l’occhio al teatro barocco, come la discesa dall’alto di oggetti appesi a corde: una serie di ritratti femminili che Cardenio prende di mira durante il lancio nevrotico di freccette piumate, oppure il momento in cui la pioggia viene simulata calando alcuni innaffiatoi che riversano acqua sul palco, grazie all’abile movimento di invisibili burattinai. I costumi, anch’essi coloratissimi, di Santuzza Calì completano mirabilmente l’insieme, mentre una menzione speciale va a Maria Cerveira per le spassose coreografie che coinvolgono tutti gli artisti del coro.
Sul versante musicale, Giovanni Di Stefano dirige la partitura in modo discontinuo, soprattutto per quanto concerne la coesione con le voci. In almeno un paio di frangenti, il coro (che in questa produzione viene sollecitato sovente dalla regia) pare non comprendere appieno il gesto del maestro, dando luogo ad alcuni sfasamenti. Inoltre, un più approfondito gioco di chiaroscuri avrebbe giovato alla resa complessiva, sebbene le dinamiche dell’orchestrazione risultino comunque sempre pertinenti al momento scenico.
Nei panni di Cardenio, ovvero il Furioso (o, più semplicemente, il pazzo) del titolo, Simone Alberghini compone un ritratto convincente del protagonista: buona la vocalità da baritono brillante che il cantante sa piegare alle inflessioni più malinconiche, osando, soprattutto nella prima parte dell’opera, effetti timbrici suggestivi, in grado di trasmettere agli spettatori l’idea di una psiche provata ed errabonda. Durante tutto lo svolgimento della vicenda, il suo Cardenio si esprime con appropriatezza, nel canto come nella recitazione, risultando piacevolmente misurato ed evidenziando costantemente il profilo serio del personaggio. Al suo fianco, l’Eleonora di Cinzia Forte si avvale della ben nota avvenenza e della navigata professionalità che consentono al soprano di delineare una primadonna di sufficiente spicco. La mancanza di entusiasmo nel descrivere la prova della Forte è da ricercarsi in un’usura vocale piuttosto evidente che ne affligge il canto. Nonostante l’ottava centrale sia ben impostata ed abbastanza sonora, il registro acuto suona troppo cauto e difficoltoso nelle modulazioni, mentre le sporadiche incursioni in quello grave mostrano un’emissione piatta e svuotata, al confine con un parlato piuttosto sgradevole. L’aria di sortita (che pur il regista valorizza con una simpatica coreografia in cui gli isolani scimmiottano i gesti da “gran tragedia” di Eleonora, sventolando all’unisono una moltitudine di fazzoletti rossi) pena di un’esecuzione vocale noiosa, così come il brano che chiude l’opera non suggerisce affatto la ritrovata felicità dei protagonisti, ma si risolve in un’infilata di suoni prudenti ed un poco chiocci che vanifica la catarsi finale.
Francesco Marsiglia (Fernando) ha voce di tenore leggero, anzi leggerissimo, aggraziata e ben educata. L’emissione si mantiene a fuoco nelle parti cantabili della scrittura, ma diviene approssimativa e fallace nei momenti in cui il canto si fa agile. Degno di nota è il modo con cui il cantante lega senza soluzione di continuità l’emissione piena a quella in falsetto, un trucco che gli permette, di tanto in tanto, un involo all’acuto di bella efficacia. Filippo Morace, nei panni del buffo Kaidamà, si pone in una situazione di perfetto equilibrio grazie ad un canto onesto, una dizione ben intelligibile ed una recitazione divertente che non varca mai la soglia del buon gusto. Molto ben cantato il Bartolomeo di Leonardo Galeazzi in compagnia della vocalità morbida e tornita che caratterizza la Marcella di Marianna Vinci. Foto per gentile concessione del Bergamo Musica Festival

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