Opera di Roma:”Turandot” (cast alternativo)

Teatro dell’Opera di Roma Stagione di Opere e Balletti 2012-13
“TURANDOT”
Dramma lirico in tre atti e 5 quadri libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni
Musica di Giacomo Puccini
La Principessa Turandot  ELENA POPOVSKAJA
L’Imperatore Altoum  CHRIS MERRITT
Timur, Re tartaro spodestato  ROBERTO TAGLIAVINI
Il principe ignoto, Calaf, suo figlio KAMEN CHANEV
Liù, giovine schiava  MAIJA KOVALEVSKA
Ping, gran cancelliere  SIMONE DEL SAVIO
Pong, gran provveditore SAVERIO FIORE
Pang,gran cuciniere  GREGORY BONFATTI
Un mandarino  GIANFRANCO MONTRESOR
Il principino di Persia  LUCA BATTAGELLO
Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera
Con la partecipazione del coro delle voci bianche del teatro dell’Opera diretto da Josè Maria Sciutto
Direttore Pinchas Steinberg
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Regia  Roberto de Simone
ripresa da Mariano Bauduin
Scene Nicola Rubertelli
Costumi  Odette Nicoletti
Luci Agostino Angelini
Allestimento del Teatro Petruzzelli di Bari
Roma, 26 ottobre 2013

Turandot di Puccini, spettacolo conclusivo della stagione del Teatro dell’Opera di Roma per la regia di Roberto de Simone e le scene di Nicola Rubertelli. La vicenda viene ambientata in una Cina dalle tinte ferrigne, in una dimensione onirica di notevole e grandioso impatto visivo, ricreando una Pechino di soli guerrieri di terracotta disposti geometricamente un po’ come li immaginiamo dalle foto del ritrovamento e come se fossero l’emotività cristallizzata o meglio fossilizzata della protagonista. Numerosi aspetti del testo vengono esplicitati attraverso azioni mimate in dissolvenza dietro un velario con un sapiente gioco di luci o direttamente sulla scena, talvolta con un effetto forse eccessivamente didascalico ma quasi mai in contrasto con la musica o distraente rispetto all’attenzione dovuta ai protagonisti e a quanto essi stessi narrano in prima persona in scena. Unica eccezione,  il velario che cala prima di “Signore ascolta” crea a nostro avviso una cesura troppo brusca ed inutile, distogliendo la concentrazione prima di un momento tanto atteso. La storia è narrata come una sorta di percorso nell’inconscio della protagonista la quale alla fine, attraverso il suicidio di Liù riesce a liberarsi dai suoi incubi e dai sui blocchi per poter accogliere l’amore di Calaf. Tale lettura consente di finire lo spettacolo dove si era interrotta la creatività pucciniana e cioè con la scena della morte della schiava, sollevando il pubblico dall’ascolto del discusso e forse ingombrante finale di Alfano al quale per altro eravamo ormai da sempre abituati. Difficile dire se questa sia “La” soluzione esecutiva per la controversa conclusione di questa opera. Però certo rappresenta una ipotesi esecutiva plausibile almeno in questo contesto e meritevole di considerazione. Meno convincenti sono risultati alcuni movimenti scenici delle maschere un po’ troppo stereotipati anche nella ricerca di una certa cineseria  ed alcuni dettagli sono apparsi simpaticamente e “operisticamente” contradditori. A titolo di esempio, il passo del principe di Persia che viene fatto entrare su una lussuosa portantina non può che essere “fermo” come commenta il coro commosso visto che non si muove e lo portano!! Ma a parte questi particolari che da sempre hanno anche contribuito a ravvivare la vita teatrale e non incidono più di tanto a nostro giudizio sul complessivo valore di una interpretazione, lo spettacolo nel complesso era quanto meno davvero molto bello a vedersi, cosa non comune di questi tempi, curato nei dettagli e ricco di spunti di analisi e di riflessione.  Molto riusciti ed eleganti  i costumi di Odette Nicoletti anche se forse faticosi da indossare specialmente per il coro che ha cantato con la consueta professionalità. Il direttore Pinchas Steinberg ha diretto con piglio, in maniera serrata ma privilegiando gli aspetti ritmici della partitura ed appiattendone molto le parti cantabili e le dinamiche, in un esecuzione che ha probabilmente costretto anche i solisti ad una monotona e alla fine noiosa ricerca del forte. Nella parte della protagonista il soprano Elena Popovskaja ha cantato in modo convincente con voce ampia, sonora e dal timbro affascinante. Corretto il Calaf di Kamen Chanev il quale dopo un inizio un po’ interlocutorio ha sfoggiato un ragguardevole registro acuto e ha offerto un “nessun dorma” più che rispettabile. Priva di sfumature la Liù del soprano Maija Kovalevska cantata con una voce dal timbro anche gradevole ma di poca espressività forse anche per la scelta delle dinamiche probabilmente voluta dal direttore. Il basso Roberto Tagliavini era il re Timur, vocalmente il migliore della serata per volume, omogeneità dei registri, bellezza del timbro e intenzioni interpretative. Buono musicalmente  e teatralmente il terzetto di Ping, Pang e Pong rispettivamente Simone del Savio, Saverio Fiore e Gregory Bonfatti e corretto il mandarino di Gianfranco Montresor. Resta in ultimo l’imperatore Altoum di Chris Merritt, il quale a dispetto di una intonazione precaria e di una dizione qua e la anglicizzata è riuscito a caratterizzare credibilmente il proprio personaggio. Alla fine lunghi applausi per tutti. Foto Francesco Squeglia

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