Bergamo, Teatro Donizetti: “Un ballo in maschera”

Bergamo, Teatro Donizetti – Bergamo Musica Festival 2013
“UN BALLO IN MASCHERA”
Melodramma in tre atti di Antonio Somma
Musica di Giuseppe Verdi
Riccardo MARIO MALAGNINI
Amelia DIMITRA THEODOSSIOU
Renato IGOR GOLOVATENKO
Ulrica GIOVANNA LANZA
Oscar PAOLA CIGNA
Tom STEFANO RINALDI MILANI
Samuel ENRICO RINALDO
Silvano MAURIZIO LEONI
Giudice GABRIELE COLOMBARI
Orchestra Regionale Filarmonia Veneta
Coro Lirico Amadeus
Direttore Stefano Romani
Maestro del coro Giorgio Mazzucato
Regia, scene e costumi Ivan Stefanutti
Disegno luci Claudio Schmid
Coreografo Fabrizio Paganini
Effetti video Daniele Sartori
Coproduzione Fondazione Donizetti, Teatro Sociale di Rovigo, Teatro dell’Opera Giocosa di Savona
Bergamo, 10 Novembre 2013

Il Bergamo Musica Festival prosegue e conclude il suo omaggio a Giuseppe Verdi, ospitando sul palcoscenico del Teatro Donizetti la messinscena de “Un ballo in maschera”. Lo spettacolo, coprodotto assieme al Teatro Sociale di Rovigo ed al Teatro dell’Opera Giocosa di Savona, porta la firma di Ivan Stefanutti per la parte visiva  nella sua interezza e quella di Stefano Romani per la direzione musicale. Entrambi i deus ex machina di questa produzione dimostrano, nella realtà dei fatti, di non aver saputo cogliere le sfumature di un’opera tanto particolare, riuscendo, loro malgrado, nell’impresa di depauperare e svilire il malcapitato titolo.
Il regista ambienta la vicenda in un’America pseudo-contemporanea; pochi elementi scenici di relativo valore simbolico concorrono a contestualizzare i luoghi e i momenti che fanno da sfondo alla narrazione: un grande mappamondo (che mostra fieramente il continente americano), la classica forca nell'”orrido campo”, un imponente scranno a stelle e striscie e, fra tutti, un enorme e pacchiano teschio che viene fatto calare dall’alto, durante l’atto della fattucchiera. I costumi, con quell’effetto un po’ cheap, dato dai colori fin troppo accesi di certi abiti non possono essere considerati propriamente un valore aggiunto; a tal riguardo basterebbe considerare la scena finale, nella quale il tutto tende ad assumere l’aspetto di una carnevalata, più che di un sontuoso ballo in maschera, complice il pesante utilizzo di glitter nelle vesti di Amelia ed Oscar, nonché l’infelice look adottato da Riccardo, tramutato in un imbarazzante miscuglio tra Liberace ed il Mago Silvan. Ciononostante, Stefanutti, anche nella malasorte, tenta di siglare l’allestimento con l’eleganza formale che, di solito, contraddistingue i suoi lavori. È così che l’antro di Ulrica, tutto sommato, può vantare una patinata atmosfera dark, impreziosita dalle efficaci videoproiezioni ad opera di Daniele Sartori e dal solido contributo di Claudio Schmid alle luci. In conclusione, non si può fare a meno di osservare quanto sia il “Rigoletto” del 2010, che “La Bohème” della scorsa stagione fossero sembrati molto più rifiniti nell’aspetto visivo e ben più convincenti in quello scenico, qui abbandonato all’inerzia espressiva dei singoli.
Stefano Romani, alla guida di un’orchestra fiacca e svogliata, arreca danno anche maggiore, a causa di una lettura della partitura (d’interpretazione, manco a parlarne) priva di qualsiasi colore, senza alcun nerbo ad incresparne le dinamiche, greve nel suono e pure discutibile dal punto di vista della quadratura ritmica.
Il Riccardo di Mario Malagnini si esprime con un canto che con l’impostazione lirica sembra avere poco a che fare: il tenore bresciano parla letteralmente tutta la parte, salvo emettere più o meno correttamente le note acute previste. La più totale assenza di stile musicale, nonché la resa di molti brani a mo’ di “stornello paesano” rendono impossibile per chi scrive classificarne la prestazione. Il baritono Igor Golovatenko, fortunatamente, è in grado di affrontare la linea di canto verdiana e, difatti, si cimenta in una prova più che sufficiente, nonostante la sua vocalità risulti forse troppo chiara per il ruolo, così come l’emissione evidenzi diffuse e fastidiose nasalità. Sul versante femminile, la deludente Amelia di Dimitra Theodossiou. Il soprano greco, assurto nel corso degli scorsi anni a cantante verdiana di riferimento, appare vocalmente stanco sin dal primo ingresso in scena, come dimostra un canto tutto di rimessa, carente nel volume e costellato di defaillances di ogni tipo. L’emissione è difficoltosa, estremamente laboriosa su tutta la gamma; il registro acuto tarda a sfogarsi, producendo sovente suoni piuttosto oscillanti e note discretamente calanti. Restano tuttavia intatti il bel colore del timbro e la predisposizione ad un’interpretazione patetica e dolente, assai pertinente al ruolo. Giovanna Lanza non possiede la risonanza necessaria per rendere giustizia alla vocalità di Ulrica e, più in generale, alla scrittura mezzosopranile di Verdi, ma sa cantare e lo sa fare bene: uniforme l’emissione, piacevole il timbro, buona la padronanza dell’accento. Paola Cigna è un Oscar mignon nella voce, come nella figura, ma s’impegna a fondo per delinearne i tratti, pur non risultando sempre a fuoco nel districarsi dalle insidie vocali che il suo personaggio nasconde. Al limite del grottesco le parti di fianco.
In questo caso specifico, per opportuno dovere di cronaca, si segnala che alla fine dello spettacolo sono stati tributati numerosi applausi a tutto il cast, particolarmente calorosi nei confronti di Golovatenko, Theodossiou e Malagnini. Qualche sparso, seppur sonoro, dissenso in direzione di Romani. Foto per gentile concessione del Bergamo Musica Festival

Lascia un commento