Il Berlioz “fantastico” torna alla RAI di Torino

Torino, Auditorium RAI “Arturo Toscanini”, Stagione Concertistica 2013-2014
Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI
Direttore  Omer Meir Wellber
Violoncello  Johannes Moser 
Felix Mendelssohn-Bartholdy : “Le Ebridi” (“La grotta di Fingal”), ouverture op. 26
Robert Schumann : Concerto in la minore per violoncello e orchestra op. 129
Hector Berlioz : “Symphonie fantastique” op. 14 (Épisode de la vie d’un artiste)
Torino, 7 novembre 2013
Sono giovanissimi gli interpreti principali del quinto appuntamento della stagione sinfonica RAI: il direttore Omer Meir Wellber è nato nel 1981, il violoncellista Johannes Moser nel 1979. E si incontrano per il concerto di Schumann, un capolavoro della letteratura per violoncello, composto nel 1850. A completare il quadro cronologico va detto che lo strumento solista è un Andrea Guarneri del 1694, il cui suono all’attacco appare decisamente serioso, quasi imbronciato. Severo nelle note profonde (anche se non sprigiona particolare calore) il timbro dello strumento antico è molto bello, mentre perde un po’ di corpo nel registro acuto. Nel I movimento (Nicht zu schnell) solista e direttore paiono davvero bene abbinati, dal momento che tendono entrambi a rallentare le dinamiche, come trattenuti da una sorta di indecifrabile pudore: il primo nel tendere allo spasimo le frasi schumanniane, il secondo nel tenere a freno ogni possibile slancio dell’orchestra. Moser esalta le singole tinte sonore, in un’interpretazione impressionistica, quasi puntillistica della parte del violoncello. Ciò non toglie che essa sia comunque piuttosto omogenea, soprattutto nel II movimento (Langsam); soltanto nel finale (Sehr lebhaft) si manifesta più attenzione per il legato delle frasi, come per una certa – misuratissima – dolcezza. Moser persegue anche la leggerezza, nelle volate conclusive, mentre il direttore regala all’uditorio qualche movenza amabilmente danzante (del tutto inattesa). Il bis, a risposta dell’apprezzamento del pubblico, è un Bach degno di lode (la Sarabande dalla Suite n. 1), in cui il secentesco Guarneri si rivela assai più rispondente e funzionale che non nei tormenti tardo-romantici di Schumann.
Sono cronologicamente paralleli i brani di apertura e chiusura del concerto, affidati alla sola orchestra: sia Le Ebridi (o La grotta di Fingal, se si preferisce il riferimento all’epica britannica di sapore ossianico) di Mendelssohn sia la Symphonie fantastique di Berlioz sono state composte a cavallo tra gli anni Venti e Trenta dell’Ottocento. Ma oltre a essere pagine completamente differenti di per sé, la qualità esecutiva con cui il direttore le affronta è davvero disparata. Meir Wellber esaspera le frasi dei violoncelli quando enunciano il celebre tema marino delle Ebridi, rallentando il ritmo atteso: l’effetto è all’inizio suggestivo, ma poi diviene sempre più pesante. Se l’analisi del tema principale volgesse in direzione della resa calligrafica di tutti gli interventi strumentali – anche nei momenti di pienezza sonora – allora sarebbe giustificata; in realtà, i disegni concitati degli archi, nella parte centrale e poi in quella conclusiva dell’ouverture, si perdono, e resta l’effetto di un respiro affannoso, quando nella Grotta di Fingal ci si attenderebbe invece lo scatto di un atleta in forma smagliante. «Oh, povero Mendelssohn!», esclama a mezza voce una signora, con presaga esattezza, a poche battute dalla pagina.
Completamente diversa – per fortuna – la temperie musicale con cui si apre la Symphonie fantastique. Ma prima di rendere conto della direzione di Wellber, è opportuno ricordare il 9 dicembre 1832 (giorno in cui Berlioz compiva 29 anni), quando a Parigi viene eseguita la Symphonie, unitamente a quella sua appendice che è il Lélio ou Le retour à la vie (peccato non ascoltarli mai insieme, oggi): in sala erano allora presenti Hugo, Dumas, George Sand, Paganini, Chopin, Heine, Liszt, Gautier, Vigny … ma soprattutto era presente la femme fatale, l’attrice irlandese Harriett Smithson, di cui il compositore si era invaghito, e il cui rifiuto aveva appunto ispirato il programma del poema sinfonico “fantastico”: storia di un artista innamorato e respinto dalla donna amata, tra visioni, allucinazioni, incubi mortuari. Oltre al plauso del parterre de rois, Berlioz ottenne anche la resipiscenza della Smithson, che accettò la proposta matrimoniale del compositore, e ne divenne la sposa dopo pochi giorni (per la sciagura di entrambi, com’è risaputo).
Che accade a Torino? Sin dal I movimento (Réveries. Passions – Largo. Allegro agitato e appassionato assai) sicuramente a seguito di un lavoro assai più meditato, il direttore riesce a differenziare lo stile delle varie famiglie strumentali, anche grazie a tempi molto più equilibrati; nella tessitura complessiva si riconosce la bravura degli archi, anche se l’effetto d’insieme degli strumenti resta meno rifinito. Il celebre valzer del II movimento (Un bal – Valse. Allegro non troppo) è staccato con piglio un po’ troppo meccanico, e tra le sonorità spiccano le due arpe, invero assertive (quando non aggressive). Dopo il canto “amebeo”tra l’oboe fuori palco (l’impeccabile Carlo Romano) e gli altri fiati, il direttore lavora sul suono terso degli archi nella Scêne aux champs (Adagio) e poi ancora sull’effetto di politonalità, che fa di Berlioz un precursore del Novecento. Grazie a tale ricerca Meir Wellber si spinge anche oltre la resa coloristica, per puntare sull’importanza dei mezzi linguistici che la musica di Berlioz mette a punto.
La marcia funebre del IV movimento (Marche au supplice – Allegretto non troppo) equilibra bene le varie sonorità, assai meglio rispetto al contrapposto valzer della II sezione, con tale ricchezza di legato da conferire alla pagina più l’allure di grandiosa fanfara che non la prevedibilità d’un Kondukt. Quello finale (Songe d’une nuit du sabbat – Larghetto. Allegro assai. Allegro. Ronde du sabbat. Poco meno mosso. Dies irae et Ronde du sabbat) è il movimento eseguito in modo più persuasivo e felice: molto bello il tremulo iniziale dei violini, cui si contrappongono subito lo zufolare quasi impazzito del clarinetto e le arcigne tube del Dies irae. È riservata al finale qualche sprezzatura ritmica, che il direttore si concede rispetto ai tempi metronomici, e che aggiunge ulteriori elementi di riflessione sull’esecuzione. Il Berlioz “fantastico” mancava nei programmi della RAI di Torino dal maggio 2008, allorché la Symphonie fantastique fu diretta da Oleg Caetani con straordinaria precisione e ottima resa sonora, in una memorabile serata; era tempo che l’opera tornasse, e magari con un direttore ancora agli inizi della sua carriera. Nel complesso la lettura di Meir Wellber è convincente: sarebbe azzardato voler cercare nella sua analiticità una chiave di lettura unitaria. Ma forse, nella frammentarietà programmatica ed eversiva di Berlioz, è plausibile che colori e dinamiche siano sempre mutevoli e cangianti; come le potenzialità espressive della musica stessa, del resto.

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