“Vortex Temporum” di Anne Teresa De Keersmaeker

 Bruxelles, Théâthre de La Monnaie, Stagione Lirica 2013/ 2014
“VORTEX TEMPORUM”
Coreografia Anne Teresa De Keersmaeker
Compagnia Rosas & Ictus

Musica di Gèrard Grisey (Vortex Temporum, 1996)Con: Bostjan Antoncic, Carlos Garbin, Marie Goudot, Cynthia Loemij, Julien Monty, Michael Pomero, Igor Shyshko.
Musicisti: Jean-Luc Plouvier, Michael Schmid, Dirk Descheemaeker, Geert De Bièvre, Jeroen Robbrecht, Igor Semenoff.
Direttore Georges-Elie Octors
Costumi Anne-Catherine Kunz, Chrysa Parkinson, Georges-Elie Octors
Luci Anne Teresa De Keersmaeker, Luc Shaltin
Bruxelles, 7 novembre 2013

Vortici per penetrare nella profondità dei suoni e dei movimenti. Con un tempo rallentato, oppure accelerato, o ancora scandito dal ritmo, che è innanzitutto quello del respiro e del battito cardiaco, per esplorare l’energia che pregna corpi e musica e li fa vibrare. Con Vortex Temporum la coreografa belga Anne Teresa De Keersmaeker disegna un altro tassello importante della sua attività di ricerca espressiva nel solco della danza contemporanea, terzo appuntamento dopo la pausa estiva della stagione di opere e balletti del Teatro de la Monnaie di Bruxelles. Una produzione realizzata in collaborazione con la tedesca Ruhrtriënnale, con i danzatori del gruppo Rosas e i musicisti dell’ensemble Ictus, coinvolti pure nell’azione scenica, compresi tutti gli strumenti. Anche il pianoforte, infatti, con le rotelline ai piedi è agile e finisce pure per ruotare e correre, lungo le linee immaginarie tracciate dalla coreografa che si sviluppano attorno ad un pentagono su cui insistono cinque cerchi esterni intersecanti e connessi ad una circonferenza centrale principale. Il silenzio iniziale è vuoto che si riempe. Protagonista innanzitutto il suono, perchè Vortex Temporum è in primo luogo la musica scritta nel 1996 da Gérard Grisey, indagatore delle proprietà acustiche naturali dei suoni, tra i realizzatori nella seconda metà del Novecento della cosiddetta musica spettrale, alla ricerca degli archetipi musicali ed esploratore delle dilatazioni e contrazioni dei tempi. Una ricerca quella del francese Grisey perfettamente in linea con il lavoro coreografico portato avanti negli ultimi anni da Anne Teresa De Keersmaeker, il cui stile si sta caratterizzando sempre più per le frequenti torsioni a spirale, alla ricerca della profondità ed essenzialità dell’essere, e che infatti già da tempo stava pensando di utilizzare Vortex Temporum di Grisey.Scena tutta nera, sedie pure nere, si distinguono disegnate sul palcoscenico solo delle circonferenze che si intersecano e che richiamano l’immagine di un coacervo primordiale di cellule. Arrivano sei musicisti: Geert de Bièvre e il suo violoncello, il clarinettista Dirk Descheemaeker, Jean-Luc Plouvier si accomoda al piano, Michael Schmid con il suo flauto, il violinista Igor Semenoff, Jeroen Robbrecht e la sua viola. A loro si aggiungerà poi sulla scena anche il direttore Georges-Elie Octors.All’inizio è solo musica, piccoli arpeggi che altro non sono che accenni di vortici di suono. Poi entrano i danzatori, pure sette in tutto:Bostjan Antoncic, Carlos Garbin, Marie Goudot, Cynthia Loemij, Julien Monty, Michael Pomero, Igor Shyshko. Inizialmente i ballerini si esprimono solo in piccole estensioni del busto o degli arti, brevi camminate, improvvise capriole, quasi dei lampi di azione, tante fulminee singole fughe dall’immobilità, pian piano si distinguono figure più complesse, articolazioni di movimenti, azioni e reazioni tra musica, danzatori e musicisti che pure a tratti si muoveono da soli, tra loro, o in coppia con i danzatori.I movimenti dei ballerini sono quelli classici della danza contemporanea, incentrati come sono sull’alternarsi di contrazione e di relax, torsioni ed estensioni che pian piano si articolano a disegnare figure sempre diverse e rapidamente mutevoli, movimenti che hanno il loro fulcro nella colonna vertebrale e nella pancia. I danzatori giocano le loro improvvisazioni in sintonia con le differenti velocità di tempo della partitura, il ritmo cambia in continuazione, sembra inafferabile.  E poichè il passare del tempo è anche continua metamorfosi, la figura è sempre cangiante La cura del dettaglio è evidente,  ogni singolo muscolo vibra di controllo, lo studio su ogni singolo danzatore chiaramente è stato lungo e molto personalizzato.Marce e corse che si intrecciano costituiscono la trama su cui si sviluppano le singole variazioni, come quella intorno al pianoforte con il danzatore che vi volteggia intorno molleggiato sulle ginocchia come un giocatore di basket che aspetta il momento giusto per fare canestro, che in questo caso sembra quasi che aspetti il momento giusto, senza riuscirvi, per conquistare lo strumento. La De Keersmaeker ha cercato di dare una lettura visuale della musica complessa di Grisey lavorando molto innanzitutto sulla respirazione dei ballerini, che segue infatti passo passo il ritmo della partitura. E là dove c’è l’accellerazione, c’è lo scatto e la velocità ma anche la vertigine rischio di perdere l’orientamento, e dopo è pure fatica, l’equilibrio che vacilla, il respiro che si fa ansimante. Il tempo rallentato è invece il respiro lento del movimento rotondo, dilatato nello spazio e nel tempo, dolce, sonnolente, sognante.E’ una polifonia di velocità e di effetti, in cui anche i suoni stridenti prodotti dalla suola di gomma delle scarpe da ginnastica dei ballerini si aggiungono in modo studiato alla musica, e gli stessi danzatori a tratti contano il tempo arricchendo di sillabe e parole la partitura di Grisey.E’ evidente da parte della coreografa la ricerca dell’archetipo del movimento in corrispondenza con la ricerca dell’archetipo del suono, e di una naturalità del movimento che però a volte fatica ad esprimere l’essenzialità. Un’operazione di scavo individuale quindi non del tutto riuscita. Una coreografia in cui, infatti, sembra che difetti a volte un pizzico di creatività nelle singole parti dei danzatori e dove le scene più toccanti sono invece quelle in cui il movimento coinvolge tutti, musicisti e strumenti compresi. A cui si aggiunge un uso sapiente delle luci, curate dalla stessa Anne Teresa De Keersmaeker insieme a Luc Schaltin. I costumi invece sono di Anne-Catherine Kunz e regalano sprazzi di colore negli abiti dei musicisti e nei vivaci calzini dei ballerini. Anche la luce e il buio sono movimento, la loro alternanza è ritmo, e quando cala il buio e i ballerini diventano ombre nere l’effetto di essenzialità è ancora più accentuato. E il momento finale, quando tutto si affievolisce – il suono, il movimento, la luce – che è il momento di massima rarefazione, di solo respiro, è infine così il più coinvolgente e profondo. Foto Anne Van Aerschot

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