Verona, Teatro Filarmonico: “Don Pasquale”

Verona, Teatro Filarmonico – Stagione Opera e Balletto 2013/2014
“DON PASQUALE”
Dramma buffo in tre atti
Libretto (da Angelo Anelli) di Giovanni Ruffini e Gaetano Donizetti
Musica di Gaetano Donizetti
Don Pasquale SIMONE ALAIMO
Dottor Malatesta MARIO CASSI
Ernesto FRANCESCO DEMURO
Norina IRINA LUNGU
Un notaro ANTONIO FELTRACCO
Orchestra e Coro dell’Arena di Verona
Direttore Omer Meir Wellber
Maestro del coro Armando Tasso
Regia Antonio Albanese
Scene Leila Fteita
Costumi Elisabetta Gabbioneta
Nuovo allestimento della Fondazione Arena di Verona
Verona, 13 Dicembre 2013

“Don Pasquale” assume in sé tutte le caratteristiche della piena maturità compositiva di Gaetano Donizetti: il dominio assoluto della scrittura, la forma e la struttura pressoché perfette di duetti e concertati, nonché la sceneggiatura fluida che si dipana via via dal libretto, fanno di questo titolo, come e più che del precedente “Elisir”, un brillantissimo esempio di teatro in musica. I personaggi che animano la storia, lungi dall’essere mere macchiette di genere, posseggono una vitale credibilità che ne giustifica in toto le azioni, a cominciare dall’anziano protagonista, una figura comica e drammatica allo stesso tempo, strutturata in modo tale da suscitare in chi ne segue le vicissitudini una sincera empatia, passando poi per la scaltra Norina, una fanciulla che la sa davvero lunga su come manipolare gli uomini che la circondano, fino all’ingegnoso Malatesta, il cui misuratissimo operato si discosta felicemente da quello, improbabile e caricaturale, del ciarlatano Dulcamara (tanto per restare in tema con l’opera del compositore orobico).
La messinscena con cui la Fondazione Arena di Verona inaugura la nuova stagione del Teatro Filarmonico porta la firma di Antonio Albanese, noto al grande pubblico nella triplice veste di comico televisivo, attore e regista cinematografico. Albanese lascia che a parlare sia il libretto di Giovanni Ruffini e dello stesso Donizetti, limitandosi con apprezzabile umiltà ad inquadrarne la vicenda in una cornice scenico-visiva di notevole impatto. L’apertura del sipario al primo atto rivela un interno bianchissimo, asettico, artificialmente illuminato a giorno, presso il quale giganteggia un’enorme scaffalatura, riempita da alcune migliaia di bottiglie vuote, disposte secondo un ordine maniacale. Don Pasquale fa il suo ingresso  e, con precisione quasi chirurgica, sistema altre bottiglie sui ripiani, colmando i pochi spazi rimasti. È questi un ricco viticoltore delle campagne veronesi, dall’aspetto bonario e rassicurante, vessato sì dalla presenza di un nipote sgradito del quale vorrebbe sbarazzarsi, ma che, sopra ogni cosa, agogna una compagnia femminile, una ventata di freschezza in un ritorno di giovanile ardore. Non si tratta affatto di un avaraccio accigliato in stile “Ebenezer Scrooge”, quanto piuttosto di un anziano solo, imprigionato in una sorta di rituale con cui ripete all’infinito gli stessi gesti nell’ambiente protetto della sua linda e splendente cantina. Ernesto ha ben poco del giovanotto tignoso e svenevole, atteggiamenti tradizionalmente associati alla figura del “nipotino” e qui sostituiti da un piglio virile e ruspante, così come Norina (operaia a servizio nella vigna, con un look che richiama alla mente la Silvana Mangano di “Riso amaro”) si esprime con una chiara consapevolezza della propria sessualità che non esita ad esibire in modo volutamente provocante. Al di là della definizione dei caratteri, il tocco divertito del regista si ravvisa nei momenti che prevedono l’azione dei mimi: il bizzarro personale che segue ed assiste ovunque il vecchio possidente insaporisce le dinamiche di una regia fondamentalmente senza scossoni, fornendo ad Albanese un paio di ghiotte occasioni per far sorridere gli spettatori. Ciò detto, sono forse le scene di Leila Fteita (la quale, spiritosamente, si auto-cita facendo comparire sul palco alcune casse del fantomatico vino Amarone “Leila” della Valpolicella) a costituire il vero atout della produzione: i filari di viti che si ricoprono di fiori coloratissimi nel segno dei festeggiamenti per le nozze, il poetico fondale stellato all’ultimo atto, come pure il colpo d’occhio iniziale di cui si diceva, siglano un’ambientazione di semplice ed efficace comunicativa. Gli ironici costumi realizzati da Elisabetta Gabbioneta, inoltre, concorrono a completare un quadro  del tutto gradevole.
Simone Alaimo, pur recitando con solido ed accattivante mestiere, si cimenta in un Don Pasquale poco entusiasmante dal punto di vista prettamente musicale, a causa delle numerose imprecisioni ritmiche nella tenuta della linea, particolarmente evidenti durante tutto il primo atto, nonché vocalmente appassito, se si considera la costante tendenza a risolvere l’intera parte con l’uso del parlato. Mario Cassi è un Malatesta di bel timbro baritonale, versato nel cantabile di presentazione più che nelle agilità del duetto con Norina o nel vorticoso sillabato di quello con Don Pasquale (che in effetti vede entrambi i signori molto a mal partito); l’interprete, poi, nonostante un carisma non certo debordante, si sforza di apparire scenicamente disinvolto, sortendo risultati sufficienti. Irina Lungu possiede l’appeal scenico per impersonare la protagonista seduttiva voluta dal regista, ma, al contempo, la cantante risulta in parte limitata da una vocalità che con Norina c’entra davvero poco. Il timbro di soprano lirico-leggero è piacevole ad ascoltarsi, mentre l’emissione si mantiene discretamente morbida su tutta la gamma e si estende con facilità al registro sovracuto. A discapito di una fonazione tendezialmente corretta, sebbene non perfettamente immascherata, l’articolazione della parola risulta invece scarsa e la resa del personaggio subisce gli effetti di una pronuncia approssimativa, in cui le consonanti non scoppiettano a dovere; ne consegue una sensibile carenza di accenti, colori, intenzioni. Questa è perciò una Norina senza verve: la “virtù magica” e, soprattutto, il duetto con Malatesta mancano di pepe, di fantasia e si concretizzano in un’infilata di suoni per lo più belli, ma totalmente privi dell’indispensabile civetteria. Fortunatamente, a risollevare il livello generale, giunge l’eccellente prova di Francesco Demuro nei panni di Ernesto. Il tenore dimostra di aver felicemente risolto alcune sfocature e nasalità che, nelle prove precedenti, si manifestavano nella zona del passaggio: ora la voce risuona sicura e l’emissione appare ben controllata. In particolare, la copertura dei suoni operata dal cantante sull’intera estensione, senza che la chiarezza della dizione venga minimamente compromessa, rende il suo canto compatto ed uniforme; sotto questo aspetto la serenata al terzo atto costituisce il climax vocale dell’intera serata e viene difatti sottolineata da applausi scroscianti. Da segnalare il notaro di Antonio Feltracco, impegnato nella divertentissima gag “del ciuffo”, assieme alla brava attrice che impersona l’attempata domestica tuttofare al servizio di Don Pasquale.
Abbastanza buona la performance del coro che, sulle note dell'”interminabile andirivieni” sorprende alle spalle gli spettatori e, sparpagliandosi per la sala, cinge il pubblico in un virtuale abbraccio canoro.
Alla guida dei complessi areniani, Omer Meir Wellber propone una lettura alquanto personale della partitura donizettiana, caratterizzata da un turgore sonoro piuttosto insistito, anche se costantemente sospinto da scelte agogiche pertinenti. Foto Ennevi per Fondazione Arena

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