Teatro Verdi di Pisa:”Andrea Chénier”

Teatro di Pisa, Stagione Lirica 2013-2014    
ANDREA CHÉNIER
Dramma storico in quattro quadri su libretto di Luigi Illica.
Musica di Umberto Giordano
Andrea Chénier  PIERO GIULIACCI
Carlo Gérard  ELIA FABBIAN
Maddalena di Coigny  RACHELE STANISCI
Bersi  VALERIA SEPE
La contessa di Coigny  SOFIA JANELIDZE
Roucher  VEIO TORCIGLIANI
Mathieu detto Populus / Il Maestro di Casa  CARLO ANTONIO DE LUCIA
Madelon  TAMTA TARIELI
Un Incredibile / L’Abate  NICOLA VOCATURO
Pietro Fléville / Fouquier Tinville  GIANLUCA TUMINO
Schmidt / Dumas  EUGENIJ GUNKO
Orchestra Arché
Coro Ars Lyrica
Direttore  Elio Orciuolo
Maestro del Coro  Marco Bargagna
Regia  Carlo Antonio De Lucia 
Scene e costumi  Alessandra Polimeno
Disegno luci Enrico Basoccu
Danzatori della Imperfect Dancers Company
Coreografie Walter Matteini   
Pisa, 7 marzo 2014  
Prima dello spettacolo è andato in scena un esempio di professionalità al servizio dell’arte. Mancava pochissimo all’inizio quando al fitto pubblico della prima è stato annunciato che il basso Juan José Navarro (fortunatamente ci è successivamente giunta notizia che il cantante sta meglio) aveva avuto un improvviso malore. Dopo qualche minuto di incertezza, il regista Carlo Antonio De Lucia, anch’egli cantante, decideva di assumere il doppio ruolo del Maestro di Casa e di Mathieu che toccava a Navarro. Applausi di sollievo e ammirazione e il sipario è stato aperto.
Il primo quadro presenta la ricca sala della dimora della contessa di Coigny e si capisce subito che la scelta di Alessandra Polimeno, scenografa e costumista, è segue la tradizione, ricreando ambienti settecenteschi con gusto e attenzione al particolare e vestendo i personaggi, anche i più umili rappresentanti del popolo, con una certa ricercatezza. Le luci di Enrico Basoccu giocano un ruolo importante: illuminano sapientemente scene e protagonisti ed esaltano visivamente i contrasti rappresentati nel dramma.
Andrea Chénier è un’opera che abbonda di ruoli minori di un certo spessore, qui assegnati a cantanti di buon livello, su cui spiccava la Bersi di Valeria Sepe, ancora una volta confinata in un ruolo da comprimaria mentre dovrebbe esser palese a tutti che il timbro bello e caldo la destina a ben altre mete.  Molto bene anche Gianluca Tumino (Fléville/Fouquier Tinville), Veio Torcigliani (Roucher), Eugenij Dunko (Schmidt/Dumas); i due mezzosoprani, Sofia Janelidze (la Contessa di Cigny) e Tamta Tarieli (Madelon) hanno entrambe evidenziato voci interessanti e vistosi problemi di problemi di pronuncia.  Nicola Vocaturo ha una voce un pochino flebile, difetto che però in fin dei conti si è quasi rivelato un vantaggio nel configurare un Incredibile particolarmente perfido e sibilante, nonché un Abate petulante.Ma lo Chénier è soprattutto un’opera che si basa sulle voci dei tre personaggi principali, di grandi voci, che qui si intuivano solo a sprazzi.  Elia Fabbian (Gérard) possiede indubbiamente uno strumento imponente e ricco di armonici, una voce “importante”, insomma, ma usata ancora in maniera un poco selvaggia, con acuti sicuramente potenti ed efficaci ma “aperti”, ignorando quasi del tutto il passaggo di registro.  Considerata la giovane età del baritono, c’è ancora tempo per porre rimedio a questa mancanza tecnica.  Per la cronaca, a giudicare dall’applausometro, Fabbian è stato senza dubbio il più osannato dal pubblico.  Rachele Stanisci, nei panni di Maddalena di Coigny, ha invece un timbro poco seducente, anzi piuttosto anonimo, che non le permette di esprimere la giovinezza spensierata del personaggio nel primo quadro, e soprattutto la passionalità estrema degli atti successivi.  Anche gli acuti, e in particolar modo quello che chiude “La mamma morta” del terzo quadro, tendevano a risultare alquanto striduli; a suo credito dobbiamo registrare alcuni attacchi morbidi in pianissimo anche su note scomode come l’inizio di Ora soave. Nel ruolo eponimo Piero Giuliacci ha dimostrato ancora una volta di possedere una voce da tenore autenticamente spinto, emessa in maniera corretta ed impostata, che gli permette di sostenere lunghe arcate melodiche con il minor numero di fiati possibile.  Alcuni si bemolle erano leggermente calanti, soprattutto nell’ultimo quadro.  Considerato l’attuale desolante panorama in cui i tenori autenticamente lirico spinti scarseggiano, una prestazione come quella di Giuliacci, con tutti i pregi e difetti, non è da prendere per scontata, ed infatti il pubblico lo ha omaggiato a dovere. Note dolenti al contrario per il direttore d’orchestra, Elio Orciuolo, contestato da parte del pubblico a causa di una direzione effettivamente monotona, tutta tesa al clangore, e scarsa di raffinatezze.   Il Coro Ars Lyrica, preparato da Marco Bargagna, ha svolto egregiamente il suo compito, ma nei momenti di maggiore intensità in cui si trovava a fondersi armonicamente con i solisti, i volumi incontrollati dell’orchestra generavano uno spiacevole frastuono che era difficile distinguere le singole parti. Oltre alle lodi per la preparazione dimostrata nel sostituire prontamente il ruolo mancante, la regia di Carlo Antonio De Lucia è sembrata attenta ai movimenti scenici. Il primo quadro è affollato di nobili e in quelli successivi il popolo rivoluzionario preme sulla Storia. Quest’ansia di cambiare le sorti dell’umanità è ben resa nell’atteggiamento di protagonisti e comprimari ma i loro ordinati spostamenti e i gesti controllati li fanno apparire quasi consapevoli di agire all’interno di una rappresentazione che diventa oleografica alla fine di ogni quadro. Se questa scelta è efficace nei movimenti di insieme, rende invece i duetti alla vecchia maniera facendoli apparire statici e obbligati. Da segnalare infine l’intervento delle ballerine dell’Imperfect Dancers Company, dirette da Walter Matteini, che nel primo quadro regalano un intermezzo aggraziato e piacevole.  Foto Massimo D’Amato, Firenze

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