“Un ballo in maschera” all’Arena di Verona

Arena di Verona – Opera Festival 2014
“UN BALLO IN MASCHERA”
Melodramma in tre atti di Antonio Somma
Musica di Giuseppe Verdi
Riccardo FRANCESCO MELI
Amelia HUI HE
Renato LUCA SALSI
Ulrica ELISABETTA FIORILLO
Oscar SERENA GAMBERONI
Tom DEYAN VATCHKOV
Samuel SEUNG PIL CHOI
Silvano WILLIAM CORRO’
Un giudice ANTONIO FELTRACCO
Un servo di Amelia SAVERIO FIORE
Orchestra, Coro, Corpo di ballo e tecnici dell’Arena di Verona
Direttore Andrea Battistoni
Maestro del coro Armando Tasso
Regia, scene e costumi Pier Luigi Pizzi
Disegno luci Vincenzo Raponi
Coreografo Renato Zanella
Nuova produzione
Verona, 20 Giugno 2014

La serata inaugurale della stagione areniana 2014 celebra l’opera di Giuseppe Verdi con un nuovo allestimento di “Un ballo in maschera” curato dal regista, costumista e scenografo Pier Luigi Pizzi.
Le vicende contenute nel libretto trovano una trasposizione temporale dal previsto Seicento americano ad un tardo Settecento, popolato da abiti ampi, parrucche incipriate e da una moltitudine di maschere cangianti. Il grande palcoscenico dell’Arena di Verona è dominato da una struttura d’impronta neoclassica suddivisa in tre piattaforme rotanti sulla maggiore delle quali spicca un imponente colonnato semicircolare, sormontato da una balconata, punto focale delle scene di massa. Ai lati dello stesso, due ambienti più raccolti, funzionali ai momenti salienti della narrazione: lo studio di Riccardo, nel cui centro si erge una scala a chiocciola e, dalla parte opposta, un interno della dimora di Renato in cui fa bella mostra di sé un caminetto acceso. Entrambe le piattaforme, ruotando sul proprio asse, svelano una parte posteriore rivestita di roccia scura, elemento di cui si compone il set durante la scena della fattucchiera. Lo spettacolo ideato da Pizzi, nella realtà di quanto visto, si risolve tutto nello sfoggio di un impianto che è sì maestoso nelle dimensioni, ma anche piuttosto scarno ed asettico se valutato nei suoi contenuti. L’assenza totale di atmosfera nell’antro di Ulrica, privo di qualsivoglia elemento suggestivo, così come la piatta indifferenza che caratterizza l’orrido campo, dove ci si deve accontentare di un paio di alti cipressoni in plastica, sono scelte di basso profilo francamente irritanti. Per di più, il disegno luci flebile e monocromatico firmato da Vincenzo Raponi arranca nel fondamentale compito di valorizzare l’insieme.  Non basta poi lo sventolare di bandiere inglesi a conclusione  del primo atto, o l’esibizione di fuochi d’artificio durante la scena del ballo, a distogliere l’attenzione dalla mancanza di un concept registico veramente personale, laddove gli artisti sul palco si arrangiano da soli, ciascuno con il proprio mestiere, nel cercare di portare avanti l’azione con un minimo di coerenza.
Sul versante musicale, il giovane maestro Andrea Battistoni si cimenta in una prova tutto sommato positiva. Si sa come il tenere le redini di un palco tanto vasto e dalla conformazione tanto particolare come quello dell’Arena non sia impresa facile e, difatti, alcuni occasionali sfasamenti tra orchestra e solisti ed altri, più vistosi, tra orchestra e coro fanno capolino qua e là durante la performance. Ciononostante, Battistoni esibisce una propensione a tempi più consoni e sensati rispetto a precedenti direzioni, sintomo di una certa crescita professionale. Inoltre, la continua ricerca di un suono caldo e morbido si rivela azzeccata e sufficientemente realizzata dall’orchestra cui solo nuoce l’imbarazzante contributo di ottoni indisciplinati e votati alla stonatura.
Il cast vocale può vantare il solido Riccardo di Francesco Meli, seguito a ruota dal frizzante Oscar di Serena Gamberoni. La frequentazione del personaggio verdiano da parte di Meli è iniziata qualche anno fa e, oggi come allora, sembra che il tenore ligure abbia trovato in Riccardo uno dei suoi ruoli d’elezione. Il timbro compatto, la dizione chiarissima, l’emissione sicura (con ancora un discreto margine di miglioramento nel passaggio al registro acuto) sono tutti fattori che concorrono a fare del suo Riccardo un personaggio vocalmente riuscito e piacevole da ascoltare. A ciò si aggiungano una musicalità di rilievo ed una recitazione costantemente misurata e convincente. Serena Gamberoni ripete per l’ennesima volta il suo Oscar, ovvero un paggio dinamico e scanzonato, per nulla civettuolo negli atteggiamenti o querulo nel canto. Il timbro di soprano leggero risulta brillante, ma mai pungente, mentre l’emissione viaggia nello spazio areniano perfettamente immascherata, svettando quasi con prepotenza durante i concertati e gli assiemi in genere: sono difatti questi i momenti in cui la Gamberoni emerge con maggiore efficacia.
Hui He possiede uno strumento degno di nota, sia per colore che per volume, ma la parte di Amelia le si addice poco. Se la scrittura in acuto non la pone a cimento, ma viene anzi risolta più che discretamente, sono le incursioni nella fascia grave a mettere il soprano cinese alle corde, come dimostrano alcune defaillances nella tenuta delle note e nella pulizia dei suoni. Tuttavia, è l’inerzia espressiva (o piuttosto inespressiva) ad affossare la sua prestazione, unitamente ad una pronuncia italiana assai nebulosa e ad un fraseggio totalmente privo di nerbo che cancella ogni traccia di tormento dal personaggio. Luca Salsi è un Renato di routine, di voce densa ed emissione abbastanza solida, anche se gli difettano sia una musicalità impeccabile, sia il gusto nel porgere la frase, per tacere della recitazione invero rude. Ulrica è Elisabetta Fiorillo, la quale, per sua natura, avrebbe anche tutte le carte in regola per cantare un ruolo di autentico contralto verdiano, così come evidenzia un registro di petto ancora ampio e sonoro. Purtroppo però, il resto dell’emissione tende a scompattarsi oltre ogni limite, rendendo impossibile per chi scrive concedere la sufficienza alla cantante, nonostante l’evidente professionalità maturata negli anni di carriera. Tra le parti di fianco si segnala il prestante Deyan Vatchkov nei panni di Tom ed il Silvano molto ben cantato di William Corrò. Resta da dire del Coro dell’Arena di Verona, preparato da Armando Tasso, la cui prestazione non è certo annoverabile fra le migliori. Foto Ennevi per Fondazione Arena di Verona

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