Bergamo Musica Festival 2014: “Tosca”

Teatro Donizetti – Bergamo Musica Festival 2014
“TOSCA”
Melodramma in tre atti. Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, dal dramma omonimo di Victorien Sardou.
Musica di Giacomo Puccini
Floria Tosca TIZIANA CARUSO
Mario Cavaradossi KRISTIAN BENEDIKT
Il barone Scarpia ELIA FABBIAN
Cesare Angelotti PAOLO BATTAGLIA
Il Sagrestano ROMANO FRANCESCHETTO
Spoletta ORFEO ZANETTI
Sciarrone ANDREA ZANIN
Un Carceriere PAOLO BERGO
Un pastorello GIOVANNI TRIMURTI
Orchestra Regionale Flarmonia Veneta
Coro Li.Ve.
Coro di voci bianche Piccoli Cantori San Bortolo
Direttore Stefano Romani
Maestri dei cori Dino Zambello, Giorgio Mazzuccato
Regia, scene e costumi Hugo De Ana ripresi da Giulio Ciabatti
Luci Sandro Dal Pra
Coproduzione Teatro Sociale di Rovigo, Teatro di Bassano Opera Festival, Teatro Verdi di Padova, Teatro dell’Opera Giocosa di Savona, Fondazione Donizetti
Bergamo, 10 ottobre 2014
In attesa del Torquato Tasso e dopo le interessantissime Lucia di Lammermoor e Betly, il revival donizettiano del Bergamo Musica Festival si interrompe per far posto a Giacomo Puccini ed alla sua Tosca.
L’allestimento, frutto di una massiva coproduzione itinerante, è firmato da Hugo De Ana che ne cura anche la regia, qui ripresa da Giulio Ciabatti. Lo spettacolo a cui assistiamo è caratterizzato da una somma eleganza, cifra quanto mai riconducibile alla maggior parte dei lavori del regista argentino, e da un senso teatrale costantemente azzeccato, ancorché non particolarmente innovativo. Gli ampi fondali che riproducono le immagini in bianco e nero dei tre ambienti in cui ha luogo la vicenda si fregiano di una prospettiva – dal sorprendente effetto tridimensionale – curata fin nel più millimetrico dei dettagli, valorizzata ed amplificata dalle splendide luci, ora calde e dorate, ora livide e cangianti, del light designer Sandro Dal Pra. I costumi di De Ana, lungi dall’enfatizzare l’aspetto tragico e sanguinario del dramma con l’utilizzo di toni accesi o brillanti, si compongono di un estremo rigore formale, dove la palette cromatica diviene morbida e come se fosse osservata su di una pellicola cinematografica posta in controluce. Gli arredi, pertinenti e in stile, non affollano la scena, ma forniscono piuttosto dei punti d’appoggio allo sviluppo della narrazione. Nonostante gli ottimi presupposti scenografici, i movimenti dei protagonisti non entusiasmano, a causa di una recitazione didascalica, soltanto vincolata alle indicazioni del libretto e priva di idee o anche solo di sporadiche intuizioni.
Sfortunatamente, per quello che riguarda la parte musicale, la performance si attesta su di un livello appena sufficiente.
La direzione di Stefano Romani dà come la sensazione di una lettura superficiale e frettolosa della partitura pucciniana: non si evidenzia né un’interpretazione, né un ventaglio di intenzioni che sia minimamente personale. L’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta risponde dal canto suo con un suono monotono, poco teso e, nel caso del violoncello solista, dall’intonazione molto discutibile. I cantanti appaiono tutti in difficoltà più o meno palese nel comprendere il gesto del direttore, situazione che porta, come naturale conseguenza, a diffusi sfasamenti nella tenuta ritmica.
Tiziana Caruso è una Tosca troppo debole nella tessitura centrale e quasi inconsistente in quella grave; tali inadeguatezze vengono in parte riscattate da un registro acuto che si mantiene sonoro e rotondo fino alla comparsa delle note più estreme, viceversa un poco aspre e meno gradevoli. Se al primo atto il personaggio riesce abbastanza convincente dal punto di vista vocale, nel secondo iniziano a fare capolino alcune mende di tipo tecnico, tra cui un sostegno dei fiati ancora da rifinire, che portano il soprano ad una prestazione lievemente affannata: in questo senso, il suo “Vissi d’arte” manca di legato ed evidenzia un’emissione poco compatta. La cantante può inoltre avvalersi di una bella figura e di una discreta presenza scenica. Il Cavaradossi di Kristian Benedikt esibisce una vocalità che, in teoria, sarebbe adatta al personaggio, se non fosse tanto compromessa da un’emissione che risulta sovente dura ed ingolata in quasi tutta l’estensione, ad eccezione di talune note acute, ben piazzate, che il tenore risolve con slancio. Nei panni del cattivo, Elia Fabbian mostra di ispirarsi al modello di Tito Gobbi, assumendone certo carisma, come pure alcuni dei difetti. Se scenicamente il baritono sa imporsi con un buon appeal, musicalmente sono troppi i momenti che il cantante getta letteralmente via, ricorrendo sovente ad effettacci di parlato, nonché stonando clamorosamente intere frasi, tanto da far supporre una forma fisica davvero precaria. Romano Franceschetto canta assai bene il ruolo del Sagrestano, schizzandolo simpaticamente e con misura sulla scena. Pesantemente gutturale l’Angelotti di Paolo Battaglia. Funzionali le restanti parti di fianco, tra le quali spicca il pastorello che ha la voce cristallina di Giovanni Trimurti.  Foto per gentile concessione del Bergamo Musica Festival

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