Arena di Verona, 93° Opera Festival 2015: “Nabucco”

Arena di Verona – 93° Opera Festival 2015
“NABUCCO”
Opera in quattro atti su libretto di Temistocle Solera.
Musica di Giuseppe Verdi
Nabucco LUCA SALSI
Abigaille MARTINA SERAFIN
Zaccaria DMITRY BELOSELSKY
Ismaele PIERO PRETTI
Fenena NINO SURGULADZE
Gran Sacerdote di Belo ALESSANDRO GUERZONI
Abdallo FRANCESCO PITTARI
Anna MADINA KARBELI
Orchestra e Coro dell’Arena di Verona
Direttore Riccardo Frizza
Maestro del Coro Salvo Sgrò
Regia Gianfranco de Bosio
Scene Rinaldo Olivieri
Verona, 19 giugno 2015

Il compito di inaugurare la 93esima stagione lirica dell’Arena di Verona è stato affidato a “Nabucco” di Giuseppe Verdi, nello storico allestimento – ormai più che ventennale -firmato da Gianfranco de Bosio. Più volte recensito nelle sue varie riprese da GBOpera, questo spettacolo rinnova ad ogni stagione il proprio appeal sul pubblico internazionale ed estremamente eterogeneo che affolla i gradoni dell’arena scaligera, grazie soprattutto ai costumi fastosamente decorati che si contrappongono all’immutabile ieraticità delle imponenti scene realizzate da Rinaldo Olivieri.
Dal punto di vista musicale, solo una minima parte del cast selezionato per l’occasione ha saputo disinguersi positivamente. Nella fattispecie, note dolenti sono purtroppo giunte dalla Abigaille di Martina Serafin. La voce del soprano viennese, solo pochi anni fa ricchissima di volume e piacevolissima nella smaltatura del timbro, è parsa affievolita nella sua potenza e, soprattutto, molto depauperata degli armonici originari. Il timbro è divenuto chioccio nel medium, l’emissione assai debole nelle note basse (per di più con il classico buco che obbliga la cantante ad anticipare l’utilizzo del registro di petto già nella tessitura centro-grave), mentre solo di poco migliore risuona il registro acuto dove, nonostante alcune asperità ed oscillazioni nei suoni, ancora si può intraudire qualcosa degli antichi bagliori. La Serafin, come già dimostrato alla Scala di Milano in una Tosca del 2012, appare poco incline a sfumare e a variare le dinamiche, in favore di un’emissione che si mantiene costantemente sul forte e che risulta alla lunga monotona. Considerate le premesse vocali, l’interpretazione non può che plasmarsi su tali caratteristiche, onde un’Abigaille sovraeccitata e monodimensionale. È pur vero che l’ampio spazio areniano – per di più in una serata particolarmente fresca e ventosa – non fornisce basi sempre sicure sulle quali valutare la reale portata vocale di un cantante, ciononostante non si è potuto fare a meno di notare quanto il canto di Fenena risultasse nel complesso più saldo e sonoro. Convince difatti il mezzosoprano georgiano Nino Surguladze che, ad onta di una linea vocale un poco grezza, esibisce la giusta miscela di  volume, colore e carattere, come testimonia la breve aria al quarto atto, peraltro coronata da un eccellente LA acuto.
Sul versante maschile, l’Ismaele di Piero Pretti si ritaglia onorevolemente il proprio posto, distinguendosi soprattutto grazie al timbro di schietto tenore lirico e ad un’emissione ben immascherata e proiettata. Il basso russo Dmitry Beloselsky è uno Zaccaria di notevole spessore vocale, sicuro nei centri dove la sontuosità del timbro si dispiega in tutta la sua ampiezza, ma un poco a disagio sia in un registro acuto che suona talvolta opaco, sia nelle note subbasse piuttosto fioche e non perfettamente centrate. Luca Salsi possiede uno strumento più che degno e, aspetto da non sottovalutare, volumetricamente adatto al contesto di una recita all’aperto, tuttavia il suo Nabucco si esprime sovente con un’emissione brada che privilegia i suoni aperti e che tende a rifuggire qualsiasi legatura; tale considerazione è valida per la quasi totalità della performance, ad esclusione dell’aria “Dio di Giuda”, momento clou in cui il baritono parmense dimostra invece di essere capace di un canto più raccolto, sfumato e perciò espressivo. Ed è un peccato che i due protagonisti principali dell’opera non abbiano alla fine tratto consistente vantaggio dai numerosi spunti dinamici che Riccardo Frizza ha saputo suggerire dalla buca: molto bella, difatti, la direzione del maestro bresciano, prodiga di colori e per nulla orientata allo schianto tellurico. A lui e a Salvo Sgrò, maestro del coro, va il merito di aver realizzato un “Va’ pensiero” di grande suggestione (splendido nell’attacco delle voci) e bissato più per consuetudine che per una concreta richiesta da parte del pubblico areniano. Foto Ennevi per Fondazione Arena / Filmand – Produzioni Televisive

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