Arena di Verona, 93° Opera Festival 2015: “Il barbiere di Siviglia”

Arena di Verona – 93° Opera Festival 2015
“IL BARBIERE DI SIVIGLIA”
Melodramma buffo in due atti su libretto di Cesare Sterbini
dalla commedia omonima di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais
Musica di Gioachino Rossini
Il Conte d’Almaviva  ANTONINO SIRAGUSA
Don Bartolo BRUNO DE SIMONE
Rosina  JESSICA PRATT
Figaro  MARIO CASSI
Don Basilio  ROBERTO TAGLIAVINI
Fiorello/Ambrogio NICOLÒ CERIANI
Berta SILVIA BELTRAMI
Un ufficiale  VICTOR GARCIA SIERRA
Orchestra, Coro, Corpo di ballo e Tenici dell’Arena di Verona
Direttore  Giacomo Sagripanti
Maestro del coro Salvo Sgrò 
Regia, scene, costumi e luci Hugo de Ana
Coreografia Leda Lojodice
Verona, 1 agosto 2015  
Ritorna all’Arena di Verona Il Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini nella salsa in stile “Fantasilandia” ad opera del regista, costumista e scenografo Hugo de Ana. Le enormi siepi adornate di altrettanto gigantesche rose e farfalle svolazzanti costituiscono l’impianto scenico sul quale si svolge la storia mutuata dalla commedia di Beaumarchais e musicata dal genio pesarese. Le soluzioni visive adottate da de Ana sono perlopiù piacevoli anche se drammaturgicamente incongrue nel loro trasportare l’azione da una Siviglia solitamente oleografica a qualcosa che, in maniera del tutto istintiva, ha richiamato nella mia mente il folle giardino dell’altrettanto folle Regina di Cuori, personaggio partorito dalla fantasia di Lewis Carroll nel suo romanzo “Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie”. Siepi e fiori quindi, magnifici costumi, ma anche l’onnipresenza di mimi e danzatori che si producono in controscene il cui effetto risulta alla lunga stucchevole, complici le coreografie firmate da Leda Lojodice, vagamente ispirate ad una gestualità da vaudeville settecentesco. Ciò detto, è però impossibile negare il fascino che l’ambientazione fantastica esercita da sempre sugli spettatori, e difatti lo spettacolo di de Ana  – che termina in un tripudio di  veri fuochi d’artificio – si avvale prepotentemente di questo assioma teatrale per coronare il raggiungimento di un successo festoso ed unanime.
Musicalmente parlando, il Maestro Giacomo Sagripanti (da me già apprezzato quale direttore rossiniano in una Cenerentola bresciana di qualche anno fa) si è imposto per una direzione attenta ed appassionata su molteplici livelli. Chiaro il gesto, convincenti le sonorità costantemente eteree e vaporose, ed intatta la capacità di sorvegliare solisti ed artisti del coro a dispetto della disposizione di cotanta massa lungo tutto il perimetro del palcoscenico areniano.
A mio avviso, il ripristino di una polverosa prassi esecutiva come quella di affidare un ruolo concepito per mezzosoprano d’agilità ad un soprano di coloratura per farne uno showcase del proprio virtuosismo è scelta oggigiorno discutibile. Quando poi, sempre a mio avviso, il soprano in questione è, a conti fatti, un soprano leggero con velleità di coloratura ed il suo un virtuosismo soltanto presunto, la scelta diventa deprecabile. A poco serve l’infarcire la scrittura di Rosina con variazioni in acuto pesantemente insistite e solo in parte riuscite se non a svuotare non solo di carattere, ma proprio di senso, la vocalità della protagonista femminile dell’opera. Già a partire dall’aria di sortita, benché trasportata in alto di un semitono, Jessica Pratt si arrabatta in un registro grave debolissimo, sostiene con difficoltà una tessitura centrale le cui agilità mancano di timbratura e di mordente, fino ad esibire un registro acuto e sovracuto indubbiamente più facile, ma non sempre preciso e a fuoco, come dimostrano un paio di note di intonazione spuria durante le variazioni e, soprattutto, il fa sovracuto conclusivo, incrinatosi paurosamente sull’attacco e mantenutosi fisso e vetroso per tutta la sua durata. Poco sonora e poco convincente nel duetto con Figaro, priva di verve nei recitativi, questa stramba Rosina si barcamena come meglio riesce per le restanti pagine del primo atto, ma è sul principio del secondo che se ne comprendono con maggior compiutezza gli intenti. Giunta all’aria della lezione di canto, la Pratt (sempre secondo la tradizione da salotto vittoriano di cui si diceva) elimina in blocco l’originaria “Contro un cor che accende amore” interpolando in sua vece l’ostica “Deh! Torna mio bene”, brano di sfacciato virtuosismo, firmato da un altro compositore ottocentesco, l’austriaco Heinrich Proch. Non posso fare a meno di invitare tutti coloro che hanno salutato l’esecuzione dell’aria con ovazioni da stadio (e non sto parlando dei calorosi e giusti applausi della maggior parte del pubblico areniano) di ascoltare l’incisione che di questa pagina fece nel 1983 Edita Gruberova. Con questa provocazione – che di certo non trova la sua ragione nell’istituzione di paragoni del tutto  improponibili – intendo unicamente suggerire ed evidenziare la sottile differenza che corre tra Coloratura e una  sterile infilata di picchiettati che, per quanto corretta, altro non potrebbe definirsi se non “assai noiosa” per dirla con Bartolo.
Mario Cassi  è un Figaro non debordante dal punto di vista scenico, ma del tutto accattivante dal punto di vista vocale. Il bellissimo timbro di vero baritono brillante, l’emissione morbida e rotonda, la facilità nell’acuto (ottimi i sol e perfino i la della cavatina) e le agilità di tutto rispetto esibite durante lo svolgimento dell’opera lo pongono in una posizione di rilievo all’interno del cast.
Di grande professionalità il Bartolo di Bruno de Simone, appena in difficoltà nel sillabato della sua aria, ma per il resto ben cantato e scenicamente molto divertente, nonché particolarmente versato nell’imitazione a fini umoristici delle voci di Almaviva e, in particolare, di Rosina.
Il basso Roberto Tagliavini è un Don Basilio dal trucco e parrucco entrambi strepitosi, ma che sa farsi valere anche grazie ad una voce di bella pasta e ad un’interpretazione della “calunnia” che non lascia spazio ad istrionismi ingombranti.
Antonino Siragusa, alle prese con un ruolo ampiamente frequentato sui maggiori palcoscenici, dà corpo ad un Conte di Almaviva impeccabile. La vocalità non particolarmente rigogliosa di tenore leggero viene ampiamente riscattata da un canto elegante ed espressivo e da un’emissione tecnicamente agguerrita, come dimostrano i numerosi passaggi in cui le agilità risultano perfettamente sgranate (ripristina, manco a dirlo, il rondò conclusivo “Cessa di più resistere”), altresì mantenendo tali note all’interno di una linea sempre molto musicale. Sonoro il Fiorello di Nicolò Ceriani ed efficace Silvia Beltrami nei panni di Berta. Foto ENNEVI per Fondazione Arena di Verona

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