OperaLombardia, Teatro Grande di Brescia: “La Bohème”

Teatro Grande – Stagione Opera e Balletto 2015
“LA BOHÈME”
Opera in quattro quadri su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica dal romanzo Scènes de la vie de Bohème di Henri Murger
Musica di Giacomo Puccini
Mimì MARIA TERESA LEVA
Rodolfo MATTEO LIPPI
Musetta LARISSA ALICE WISSEL
Marcello SERGIO VITALE
Schaunard PAOLO INGRASCIOTTA
Colline ALESSANDRO SPINA
Benoît/Alcindoro PAOLO MARIA ORECCHIA
Parpignol DANIELE PALMA
Sergente dei doganieri EUGENIO BOGDANOWICZ
Un doganiere VICTOR ANDRINI
Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano
Coro OperaLombardia
Coro di Voci Bianche dell’Istituto Monteverdi di Cremona – Progetto Mousiké
Direttore Giampaolo Bisanti
Maestro del Coro Antonio Greco
Maestro del Coro delle Voci Bianche Hector Raul Rodriguez
Regia Leo Muscato
Scene Federica Parolini
Costumi Silvia Aymonino
Luci Alessandro Verazzi
Allestimento Macerata Opera Festival
Coproduzione dei Teatri di OperaLombardia
Brescia, 4 ottobre 2015

La stagione lirica 2015 del Teatro Grande di Brescia si inaugura con la ripresa – effettuata per la prima volta in un teatro al chiuso – dell’allestimento de La Bohème firmato dal regista Leo Muscato.
Lo spettacolo in questione debutta nell’estate del 2012 sul palcoscenico dello Sferisterio di Macerata, per approdare – dopo la riproposta dello scorso agosto sempre sul palco maceratese – presso i teatri che aderiscono ad OperaLombardia (Como, Cremona, Pavia, Brescia e, da quest’anno, Bergamo), nuova denominazione del ben noto Circuito Lirico Lombardo.
Muscato trasferisce l’azione dalla Parigi del 1830 a quella degli anni 60 del secolo scorso, permeando il lavoro di Puccini di un’atmosfera tipicamente “sessantottina”. I giovani bohèmiens smettono così i panni ottocenteschi per vestirne di nuovi, in pieno stile “figli dei fiori”, che si completano con ulteriori e coerenti scelte di look: capelli lunghi, barbe incolte, occhialoni da sole, acconciature palesemente “afro”. La soffitta del primo quadro mostra uno sgangherato letto a castello, un grosso bidone adibito ad improbabile fonte di riscaldamento, mentre, tutt’intorno, campeggiano le enormi tele di Marcello, caratterizzate da una pittura a “murales” il cui significato anti-politico fornisce i tratti di una gioventù consapevole e perciò rivoluzionaria. Il secondo quadro conduce lo spettatore all’interno del Momus, tramutato da caffè di piazza a vivace locale notturno: una vera e propria discoteca con tanto di insegna luminosa multicolore e cubi rivestiti di stoffa zebrata che permettono al coro di esibirsi anche in una divertente coreografia. Qui, Musetta appare sul palco come una stellina della disco-dance, firmando autografi avvolta in un luccicante abito argentato. Al terzo quadro, il regista reinventa la Barrière d’Enfer in una fabbrica, la Fonderie d’Enfer, luogo di lavoro picchettato da un manipolo di scioperanti che rivendicano i propri diritti (uno su tutti, la denuncia delle esalazioni venefiche prodotte dalla fabbrica e, con ogni probabilità, causa della malattia mortale che affligge Mimì), esibendo cartelli riempiti con slogan di ogni tipo. All’ultimo quadro ritroviamo la squallida soffitta, svuotata dei pochi mobili ed oggetti per volere di un Benoît al limite di sopportazione riguardo i mancati pagamenti d’affitto, che si tramuta in pochi secondi in una sala d’attesa, mentre Mimì viene condotta in scena attaccata ad una flebo, su di un letto d’ospedale.
L’idea di partenza – benché non del tutto originale, soprattutto se confrontata con alcune realizzazioni sceniche nordeuropee disponibili da tempo in dvd e blu-ray – non manca di colpire nel segno presso il pubblico nostrano (e, a quanto pare, anche presso certa critica nostrana, come dimostra il Premio Abbiati di cui Muscato è stato insignito per la miglior regia relativa alla stagione lirica 2012). Personalmente ho apprezzato alcune soluzioni nell’ambientazione (tutto il terzo quadro), nonché l’efficace traslazione temporale in un’epoca densa di spirito ribelle. Mi sono piaciute molto meno alcune incongruenze inevitabilmente generatesi con le indicazioni date dal libretto (ad esempio, la decontestualizzazione del coro dei bambini al secondo quadro), così come il finale, la cui tragica intimità viene in parte vanificata dalle scorribande in palcoscenico di medici ed infermieri sopraggiunti a constatare il decesso della protagonista.
Il pregio maggiore del cast di artisti che ha dato vita a personaggi che il pubblico tanto conosce ed ama, sta nella completa aderenza scenica tra gli interpreti ed i rispettivi ruoli: tutti giovani, entusiasti e disinvolti.
Il Rodolfo di Matteo Lippi è simpaticamente scanzonato nei modi (anche se un po’ troppo trascurato nell’aspetto ed ogni tanto anche nell’aplomb ritmico) e si esprime con una vocalità tenorile sufficientemente omogenea e con un’emissione corretta che porta il cantante ad affrontare gli acuti previsti dalla parte con buona sicurezza, pur senza nitore o squillo particolare. Sergio Vitale è un Marcello poderoso, dagli atteggiamenti un poco rudi che ben si confanno al temperamento bollente del giovane pittore. Come cantante, Vitale è abilissimo (ed è cosa non da poco) nel mutare le dinamiche piegandole in favore del momento narrativo, come dimostra tutta la scena del dialogo con Mimì al terzo quadro, dove il baritono alleggerisce ed addolcisce il proprio timbro, naturalmente portato ad una ruvida sonorità, sortendo esiti assai suggestivi. Colline è interpretato dal basso Alessandro Spina, da me recensito in precedenza ed in altri contesti, che si produce qui nella sua miglior prova: il personaggio appare efficace su tutti i fronti e si segnala per una “zimarra” accorata nelle intenzioni e carezzevole nell’emissione, nonostante un paio di suoni all’attacco risultino lievemente sporcati. Paolo Ingrasciotta dona al ruolo di Shaunard una personalità notevole, anche grazie all’abbigliamento da fricchettone, ed esibisce una voce di baritono resa interessante dalla dizione chiara.
Maria Teresa Leva è un soprano giovane e chiaramente dotato, tuttavia la parte di Mimì sembra starle ancora un poco larga. Durante il primo quadro, sono molti i momenti in cui la voce tende a sbiancarsi e a stirarsi nel fraseggio in zona acuta, divenendo così fissa, laddove nel canto più disteso e spiegato, la Leva fa emergere un timbro rigoglioso ed una vocalità rotonda, chiaramente ispirati all’autorevole modello di Mirella Freni. Il medium della voce risuona non del tutto a fuoco, mentre molto più piacevoli risultano sia le note acute che il soprano ha modo di preparare e poi di tenere, sia le incursioni nella gamma più grave dell’estensione. Anche se il legato e certe dinamiche (i piani e i pianissimi) necessiterebbero di una più attenta cura, non posso non sottolineare le già evidentissime qualità canore di questa giovane artista. Ho trovato invece assai fastidiosa la Musetta di Larissa Alice Wissel, soprano che ricordavo in una lodevolissima interpretazione di tutti e quattro i ruoli femminili all’interno della produzione de Les contes d’Hoffmann andata in scena durante la scorsa stagione presso i teatri lombardi. Sfortunatamente, la Wissel veste qui i panni di una Musetta cantata con grossolana approssimazione, soprattutto per quanto concerne un’emissione tutta aperta e mantenuta sul forte, priva di colori e sfumature, dove molti suoni vengono prima presi dal basso e poi lanciati parossisticamente con vibrato irregolare. La bella figura, ahimè non supportata da un portamento scenico che ne sia all’altezza, non basta da sola a distogliere l’attenzione dalle magagne vocali. Ponendo a confronto le due prestazioni, questa e quella dei Contes dello scorso anno, mi sento di dedurre che la giovane cantante stia probabilmente attraversando un periodo di forma fisica così precaria da giustificare in parte una resa tanto deludente.
Buona la performance di Paolo Maria Orecchia nel doppio ruolo di  Benoît e Alcindoro e più che godibile la prova di entrambi i cori.
Sul podio, Giampaolo Bisanti conferma di essere un pucciniano di razza. A questo punto è facile supporre che il maestro milanese debba in qualche maniera sentirsi del tutto affine alla dirompente passionalità che promana dalle partiture del compositore lucchese. Dopo la sensazionale Butterfly del 2014, Bisanti ritrova in Bohème il proprio terreno d’elezione ed è capace, come solo pochissimi ho visto e sentito fare, di portare l’orchestra de I Pomeriggi Musicali ad un suono mirabilmente compatto e vibrante, senza sbavature di sorta. Con l’attenta concertazione a trecentosessanta gradi del maestro, dalla buca si alzano intenzioni, dinamiche e colori che non soltanto suggeriscono ed accompagnano per mano i giovani artisti sul palco (ad onta di qualche turgore orchestrale qua e là forse un po’ troppo caricato), ma sanno anche evocare in ciascun ascoltatore sensazioni recondite e ricordi estremamente personali. Foto di Umberto Favretto

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