OperaLombardia, Teatro Ponchielli di Cremona: “La scala di seta”

Teatro Ponchielli – Stagione d’Opera 2015
“LA SCALA DI SETA”
Farsa comica in un atto su libretto di Giuseppe Foppa
Musica di Gioachino Rossini
Dormont MANUEL PIERATTELLI
Giulia BIANCA TOGNOCCHI
Lucilla LAURA VERRECCHIA
Dorvil FRANCISCO BRITO
Blansac LEONARDO GALEAZZI
Germano FILIPPO FONTANA
Figurante NICHOLAS ANTHONY
Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano
Direttore Francesco Ommassini
Regia Damiano Michieletto, ripresa da Andrea Bernard
Scene e costumi Paolo Fantin
Luci Alessandro Carletti
Allestimento originale del Rossini Opera Festival di Pesaro
Cremona, 8 novembre 2015

L’ingegnoso allestimento de La scala di seta firmato da Damiano Michieletto fa il suo debutto nel circuito dei teatri di OperaLombardia sul palcoscenico del Teatro Ponchielli di Cremona. Nato nel 2009 per il Rossini Opera Festival e concepito per l’ampio spazio scenico dell’Adriatic Arena di Pesaro, lo spettacolo vanta innumerevoli recensioni – alcune delle quali consultabili anche sul nostro sito – tutte concordi nel lodare l’originalità della soluzione visiva adottata dal regista veneziano. All’apertura del sipario, un architetto-arredatore (alter ego di Michieletto, demiurgo della scena) compare sul palco ed assieme ad un gruppo di operai compone man mano i vari ambienti, delimitati da muri immaginari, di un appartamento. La sala da pranzo, la camera da letto, il bagno prendono via via forma sulle note dell’ouverture fino alla conclusione della stessa, momento in cui i protagonisti vengono portati alla ribalta in cima a dei carrelli, a mo’ di manichini. Alzando lo sguardo, lo spettatore incontra un gigantesco specchio posizionato sopra il palco che riflette la planimetria in scala 1:1 dell’appartamento sito al numero 5 di una fantomatica Via dei Teatri, un escamotage geniale che permetterà per tutta la durata dell’opera di seguire e comprendere gli spostamenti dei personaggi in base allo svolgimento narrativo, tramite un punto di vista permeato di sottile voyeurismo. Estremamente semplice da fruire (ma estremamente complesso da realizzare), questo progetto riesce a cogliere nel segno ed ha il non piccolo merito di rendere attuale l’improbabile vicenda che fa da sfondo alla farsa su libretto di Giuseppe Foppa. È anche vero che in questo spettacolo – così come in tutto il teatro di Michieletto in generale – i molteplici piani visivi su cui si articola la narrazione, così come la ricchezza di dettagli che sempre caratterizza il lavoro del regista, tendono talvolta a deconcentrare, quando non proprio a distrarre dall’ascolto; aspetto, questo, di cui non intendo nella fattispecie dolermi, visti e considerati gli esiti non del tutto soddisfacenti su cui si attesta la parte musicale. Francesco Ommassini privilegia dinamiche altalenanti, perlopiù orientate alla lentezza, qua e là persino pesanti; la lettura della partitura manca di brio, tuttavia la timbrica strumentale risulta ben definita e gradevolmente differenziata nelle sue varie sezioni. Alcuni scollamenti ritmici verificatisi tra buca e palco, peraltro, non depongono propriamente a favore del gesto del giovane maestro. Bianca Tognocchi è una Giulia esteticamente gradevole, sufficientemente spumeggiante dal punto di vista scenico, ma dalla vocalità filiforme: il suo strumento letteralmente scompare tra i panneggi orchestrali ogniqualvolta la tessitura del personaggio gravita sui centri, per riemergere solo nelle note più acute. La cantante è corretta, intonata e musicale, ma giudico imperdonabile – considerata la tipologia di soprano a disposizione – l’assenza pressoché totale di puntature al sovracuto che avrebbero potuto mettere in luce la parte migliore dell’estensione e rendere inoltre l’esecuzione della grande aria “Il mio ben sospiro e chiamo” assai più frizzante. Molto meglio sbalzata, anche se confinata in un ruolo decisamente meno esposto, la Lucilla di Laura Verrecchia. La cantante possiede una bella voce di mezzosoprano brillante, mentre l’attrice è abile nel mettere in pratica con scioltezza tutti gli atteggiamenti che portano il suo personaggio a compiere una metamorfosi da frigida impettita a panterona sexy, risultando autoironica e molto divertente. Francisco Brito fa esprimere Dorvil con un timbro piacevole, ma con un’emissione scarsamente fluida, come dimostra la sezione conclusiva, piuttosto laboriosa, dell’aria “Vedrò qual sommo incanto”. Ciononostante, il tenore ha al suo attivo acuti, do compresi, ben centrati e la capacità di prodursi in un suggestivo trillo morbido (o trillo molle). La versione “cameriere filippino” data qui del ruolo di Germano, servo stolto ed impiccione, era stata modellata sull’istrionismo di Paolo Bordogna, il quale, nel 2009 a Pesaro, aveva dato vita ad una figura buffa di strepitosa efficacia; nel passaggio dall’interprete originale a Filippo Fontana, qualcosa in termini di appeal scenico va irrimediabilmente perso, ma il baritono riesce lo stesso ad imporsi a suo modo, grazie ad una comicità mai volgare e, soprattutto, grazie ad un canto ovunque facile che gli permette di affrontare l’impegnativa “Amore dolcemente” con tutti gli onori del caso. Su tutti, Leonardo Galeazzi nei panni di Blansac. La presenza sonora del suo strumento, la maturità vocale dell’interprete, nonché la sicurezza scenica che contraddistingue l’artista, pongono Galeazzi ad un livello superiore rispetto alla maggior parte del cast e c’è quindi da rallegrarsi che Ommassini abbia voluto inserire l’aria “Occhietti miei vezzosi” (presa in prestito da “L’equivoco stravagante”, altro titolo del compositore pesarese), al fine di far esibire questo personaggio in un numero solistico, un’eventualità in origine non considerata da Rossini. Molto buono, per quanto in minor evidenza rispetto agli altri personaggi, il Dormont di Manuel Pierattelli. Foto di Alessia Santambrogio